Kevin Kenney: vescovo ausiliare, volontario e animatore di comunità
Arriviamo alla sesta tappa nel viaggio alla scoperta delle persone che stanno dando corpo e vita al movimento No Kings negli Stati Uniti. Si tratta di dodici ritratti di altrettanti punti di riferimento della società civile di Minneapolis e Saint Paul, le twin cities che, dalla rivolta anti Ice in avanti, stanno riscrivendo la storia dell’attivismo civile negli Usa. Gli articoli sono tratti dal numero di VITA magazine di aprile intitolato “Minneapolis, l’America dopo Trump”. Le interviste sono di Doriano Zurlo, le foto di Stefano Rosselli e Doriano Zurlo, inviati a Minneapolis per VITA. Qui i primi cinque ritratti: Andrew Schumacher Bethke, insegnante di storia e patroller, Amy Levad, teologa, mamma e volontaria in incognito; Jim Bear Jacobs: l’intellettuale anti trumpiano discendente dei Mohicani; Sharif Mohamed: imam e guida di un centro civico aperto a tutte le fedi e Brenda Lewis: dirigente scolastica, testimone e attivista digitale
Ha studiato lo spagnolo prima alla De La Salle High School, poi all’Università di St. Thomas. Minnesotano di origini irlandesi, è fortemente coinvolto nella cura pastorale delle persone che provengono dal Sud America. Dice che la comunità latina fa parte di lui, che è un pezzo del suo cuore. Fin da ragazzo ha amato confrontarsi con culture differenti, e ha poi speso la sua vocazione sacerdotale a contatto con la gente, instaurando rapporti di amicizia, vicinanza, aiuto concreto.
Tanto che quando gli hanno chiesto di diventare vescovo si è domandato se fosse una cosa che davvero faceva per lui. Ma l’arcivescovo gli ha detto: «Ti prendiamo per quello che sei. Porta quello che sei nell’episcopato». Grazie anche al suo lavoro, oggi nell’Arcidiocesi di Saint Paul e Minneapolis ci sono 23 parrocchie che dicono messa in spagnolo, una in coreano, due in vietnamita, una in hmong (dialetto cinese), e una in francese per gli immigrati africani. A partire dall’operazione Metro Surge, il vescovo Kevin Kenney svolge un ruolo fondamentale nella guida della comunità cattolica locale e segue da vicino le molteplici iniziative che questa ha svolto a favore degli immigrati.

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Sua eccellenza, perché gli Usa odiano i migranti?
Intanto spero che non tutto il mondo odi i migranti. Le cose qui sono cambiate con l’11 settembre. È allora che si è cominciato a dire: «Gli immigrati sono tutti criminali». Ma il vero problema è che, da almeno quarant’anni, abbiamo un pessimo sistema per la gestione dell’immigrazione. Come gestiamo le persone senza documenti? Come fanno le persone a entrare? Come fanno, una volta dentro, a fare domanda per visti, permessi di lavoro, green card, residenza, cittadinanza? È talmente complicato che perfino noi americani non sapremmo come farlo. Chiediamo una riforma delle leggi sull’immigrazione da anni.
Quello che è successo a Minneapolis ha fatto scalpore in tutto il mondo. Ma forse l’emozione non basta, perché le emozioni sono passeggere…
Bisogna andare oltre l’emozione, ma allo stesso tempo dire: non possiamo aver perso quelle vite — le vite di George Floyd, di Renée Nicole Good, di Alex Pretti e anche di altri meno conosciuti — senza che questo faccia alcuna differenza. Abbiamo visto come i cittadini del Minnesota si sono alzati in piedi e hanno aiutato e continuano a farlo chi è nel mirino, e neanche questo lo possiamo perdere. A livello pratico, la domanda è: come continuiamo a tendere la mano e a essere una comunità che serve e aiuta gli altri? Quindi è vero, dobbiamo andare oltre la dimensione emotiva, ma non possiamo perdere la dimensione emotiva, perché è quella che mantiene vivo lo spirito.
Come si è mossa la comunità cattolica in questi ultimi, difficili mesi?
Quando l’Ice ha cominciato a prendere le persone per strada, il numero degli immigrati che frequentava le nostre parrocchie è diminuito di circa il 70%. E allora la domanda era: come possiamo raggiungere queste persone? Come possiamo fare cura pastorale? Hanno bisogno di cibo, hanno bisogno di oggetti per la casa, hanno bisogno di articoli da toilette, e non escono di casa per procurarseli. Così molte persone si sono fatte avanti per prendersi cura di persone che erano chiuse nelle loro case per paura, portando loro la spesa, andando a controllare come stavano. Altri prendevano i bambini e li portavano a scuola in macchina, e poi li riportavano a casa perché i loro genitori avevano paura di farlo. Questo lavoro è nato dal basso. Così è stato come dire: bene, persone delle parrocchie, dei centri comunitari e di tutta la città di Saint Paul e Minneapolis, fatevi avanti voi. Tutti i diversi gruppi religiosi sono coinvolti. Molte veglie di preghiera interreligiose hanno avuto luogo. E poi manifestazioni, nelle quali le persone sapevano che noi li sostenevamo, che eravamo con loro. Camminiamo nei quartieri con candele, cantando, solo per dire alle persone che eravamo lì per loro. E quindi penso che questo sia il tipo di volontariato che è emerso. E davvero questo è il Minnesota: questo è ciò che siamo come comunità, persone che si prendono cura l’una dell’altra. Penso che questo risveglio abbia illuminato tutti noi. Le persone si sono alzate in piedi per difendere la dignità umana. Hanno detto: no, non vogliamo che queste cose accadano qui. Nessuno deve essere trattato in quel modo disumano. Vogliamo che tutti siano trattati in modo decente e rispettabile. Decine di migliaia di persone si sono alzate in piedi e hanno rivendicato questo diritto. Un diritto costituzionale che tutti noi, negli Stati Uniti, riceviamo. Quindi l’opposizione a ciò che è disumano o a guardare gli esseri umani come se non fossero umani è molto forte. Tutti meritano una voce. E tutti hanno diritto al giusto processo.
Chi è il povero, il migrante, per lei come uomo prima che per lei come vescovo?
Prima di essere vescovo, prima di essere sacerdote, la mia immagine dei poveri era quella dei bambini in Africa o cose simili. Uno stereotipo. Ricordo un episodio che è accaduto durante un periodo che ho passato a Chicago. Eravamo in una scuola, nel South Side, un quartiere dove io pensavo che le persone fossero povere. Una bambina ha alzato la mano e ha detto: «Chi sono i poveri?». Questo mi ha colpito. Ho pensato: be’, siete voi. Ma poi mi sono reso conto che no, non lo erano. I veri poveri, i poveri nel cuore, sono coloro che vedono solo se stessi, quelli che vivono solo per se stessi e vogliono accumulare cose. Certo, esistono persone materialmente povere, senza casa, senza vestiti, senza cibo. Ma alcune di loro sono tra le persone più brillanti. Ho incontrato tra loro alcune delle persone più intelligenti e gentili. E allora la domanda è: come aiutiamo i poveri a ottenere ciò che meritano in termini di bisogni umani fondamentali e di dignità? Gesù ha detto: i poveri li avrete sempre con voi. Ma questo non significa che non dobbiamo prenderci cura di loro. I senza casa, gli affamati, i nudi. Siamo chiamati a nutrirli, vestirli, prenderci cura di loro, visitarli.
Kevin Kenney è stato membro della Congregazione dei Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria. Nel 1994 è stato ordinato sacerdote e nel 2024 è diventato vescovo ausiliario (foto: Stefano Rosselli)
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