Che botta per Giorgia Meloni, ora l’ultimo anno di governo sarà in salita

La lunghissima campagna elettorale per le politiche inizia con una enorme novità: con una Giorgia Meloni ammaccata e una netta iniezione di fiducia nel campo largo. Il referendum sui magistrati cambia il quadro e rende del tutto aperto il risultato delle elezioni politiche.
Lei, la Grande Sconfitta, è scesa dal ring come Gassman ne “I mostri”: «Andremo avanti», ha detto in un video molto dimesso. Avanti, ma come? Ci vorrà un po’ di tempo per Meloni per metabolizzare la sua prima grossa sconfitta: sta a lei scegliere se cambiare almeno il tono della sua leadership o viceversa indurire la postura di sapore orbaniano. La botta è pesante.
La vittoria del No rappresenta un dato politico che toglie certezze alla destra spogliando la premier di un’aura di invincibilità che pareva assodata: non ha più l’Italia in tasca. È una botta che seminerà nervosismo in una coalizione non esattamente in un momento smagliante, tra carovita e bistecche di Delmastro. E infatti via Arenula, sede del ministero della Giustizia, potrebbe essere il luogo di un piccolo sisma politico. Fa venire dubbi tra gli elettori del centrodestra sulla opportunità di insistere su una linea chiusa al confronto con l’opposizione. E soprattutto annichilisce la narrazione del governo per la quale va tutto bene: il No, con ogni evidenza, ha vinto anche grazie al malcontento per come vanno le cose.
Non poteva non essere un voto politico. Cioè sul governo. Se agli italiani metti una scheda in mano, loro inevitabilmente la usano per esprimere il loro stato d’animo generale. Il famoso merito, in questo turbinìo emozional-politico, è venuto dopo, molto dopo. Piaccia o non piaccia, non è un Paese per giuristi. D’istinto gli italiani votano per lasciare la Costituzione così com’è, specie in un tempo in cui le destre nel mondo stanno sabotando le democrazie liberali. E Meloni è amica di quelle destre mondiali. Oggi ne paga il prezzo.
L’impressione è che i giovani abbiano ragionato in questo modo. Adesso Meloni, se fosse brava, dovrebbe cambiare atteggiamento. Polemizzare di meno e realizzare di più. Presentare un nuovo programma per l’ultimo anno di governo, che non può essere la legge elettorale e men che meno il premierato, un progetto che il voto di ieri ha sotterrato. Dovrebbe passare finalmente da capopartito a statista. Sta a lei.
Dall’altra parte, Elly Schlein, che nella campagna elettorale e riuscita a impersonare il ruolo di antagonista diretta di Meloni, ha riportato quella vittoria che la rafforza definitivamente nel Pd lanciandola nella partita della primarie. Partita del tutto aperta, a giudicare dalla voglia espressa da Giuseppe Conte di giocarsela. Sicché oggi Schlein è più forte di ieri, certo, ma per lei le primarie non saranno una passeggiata perché tutta un’area di “sinistra populista” potrebbe scegliere lui e non lei. E infatti l’aria nel campo largo è già abbastanza surriscaldata. Vedremo poi come l’ex Terzo polo, che dal referendum non esce bene perché il Sì non ha vinto, si muoverà per tenere aperta una propria autonoma prospettiva perché la situazione sembra polarizzarsi ulteriormente: Meloni contro Schlein o Conte. Ma con la premier azzoppata. È questa la novità.
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