Combustibili fossili in Artico, una nuova mappa rivela la sovrapposizione di zone di estrazione e aree protette

Uno studio pubblicato su Plos one e guidato da ricercatori del Centro di eccellenza Jean Monnet sulla Transizione giusta dai combustibili fossili e del gruppo di ricerca internazionale Cambiamenti climatici, territori, diversità” dell’Università di Padova ha portato alla realizzazione del primo atlante geografico completo del petrolio e del gas nell’Artico. Con questo lavoro i ricercatori hanno svelato la reale entità del “capitalismo fossile” in una regione che sta vivendo un riscaldamento climatico quattro volte più rapido rispetto alla media del resto del pianeta.
La ricerca mappa la distribuzione delle licenze e delle infrastrutture di petrolio e gas nell’Artico utilizzando dati geospaziali open-access provenienti da cinque Paesi artici: Stati Uniti (Alaska), Canada, Groenlandia, Norvegia e Russia. Attraverso un approccio di geovisualizzazione place-based e analisi Gis, l’atlante mostra come questi sviluppi si intersechino con aree ecologicamente sensibili e con le terre dei Popoli Indigeni. Lo studio viene pubblicato in una fase geopolitica globale critica, caratterizzata da escalation militari e relazioni internazionali inique che alimentano le dinamiche del capitalismo fossile, in cui la regione artica rappresenta un hotspot chiave.
Questa analisi geospaziale non si limita a censire le infrastrutture, ma mette in luce una sovrapposizione drammatica tra interessi industriali e fragilità ecosistemiche. Emerge infatti che un’area vasta quanto la Spagna è attualmente vincolata da licenze estrattive, con una densità di pozzi e oleodotti che frammenta habitat critici e interferisce con le rotte migratorie di specie simbolo come l'orso polare e il caribù. Particolarmente allarmante è il dato sociale: oltre il 73% delle concessioni ricade direttamente sulle terre dei popoli indigeni, minacciando non solo l'ambiente, ma l’identità stessa e le attività di sussistenza millenarie di queste comunità. Inoltre, il 7,57% delle concessioni coincide con aree protette. Per non parlare del fatto che molte zone di estrazione coincidono anche con gli habitat di specie chiave dell’Artico, tra cui orsi polari, caribù e strolaghe beccogiallo.
I ricercatori spiegano che le riserve artiche devono restare nel sottosuolo non solo per ragioni climatiche — essendo incompatibili con l’obiettivo di 1,5 °C — ma anche per una questione di giustizia spaziale. L'idea centrale è quella della «yasunizzazione» dell'Artico: la creazione di una zona di non-proliferazione dei combustibili fossili che metta fine all’espansione estrattiva in una delle aree più vulnerabili del mondo.
Guardando al futuro prossimo, i risultati dell’Atlante fungeranno da base scientifica per le raccomandazioni inviate alla Commissione europea in vista dell’aggiornamento della sua politica artica nel tardo 2026. Al contempo, i ricercatori porteranno queste evidenze alla Conferenza di Santa Marta in Colombia, attualmente in corso, per promuovere un dialogo globale che trasformi i dati cartografici in azioni politiche concrete. L’obiettivo finale è una transizione giusta che riconosca i diritti della natura e la sovranità delle popolazioni locali, fermando una corsa all’oro nero che minaccia di accelerare irreversibilmente il collasso climatico europeo e globale.
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