«Convertire il lavoro, la missione a cui sono chiamati i cristiani»

Aprile 30, 2026 - 14:30
 0
Il momento di preghiera (foto Andrea Cherchi)Il momento di preghiera (foto Andrea Cherchi)

I cristiani che sono originali «perché pensano al lavoro come missione e sono chiamati a convertirlo, pregando e ascoltando Gesù». È un’originalità, ribadita e scandita più volte, quella che l’Arcivescovo delinea concludendo la Veglia per il Lavoro 2026 nel TeatrOreno di Oreno di Vimercate, nel Decanato dove è in corso la Visita pastorale.

L'introduzione di don Nazario Costante (foto Andrea Cherchi)
L’introduzione di don Nazario Costante (foto Andrea Cherchi)

Il lavoro «grammatica della società»

A prendere parte alla serata diocesana dal titolo «Il lavoro dignitoso come via della pace» sono in tanti. Nelle prime file, il Vicario episcopale di settore monsignor Luca Bressan, il prevosto di Vimercate monsignor Maurizio Rolla, il condirettore di Caritas ambrosiana don Paolo Selmi – con molti membri dell’ente -, il segretario della Cisl Milano Giovanni Abimelech, Luciano Gualzetti nella sua veste di presidente della Fondazione San Bernardino, rappresentanti di Confcooperative, della pastorale sociale della Zona V, autorità civili e militari.  

Tutti riuniti – come dice nel suo saluto di apertura don Nazario Costante, responsabile del Servizio per la Pastorale sociale e il Lavoro – per riflettere «sul valore profondo de lavoro nelle nostre vite, segno di una Chiesa che cammina accanto al mondo del lavoro e ne condivide le domande più vere». Come il rapporto con il lavoro stesso come via della pace, parafrasando il titolo del Messaggio dei Vescovi Italiani per il 1° maggio 2026. «Questo non è uno slogan – prosegue don Costante -, perché il lavoro non è solo ciò che facciamo, ma un modo di collaborare, costruendo qualcosa di invisibile, ma essenziale. Attraverso il lavoro si creano legami, si condividono saperi, si costruisce fiducia: è una vera e propria “grammatica della società”, un linguaggio che permette di collaborare anche senza conoscersi. In questo senso, il lavoro è una forma concreta di amore civile».

Forma approfondita, nelle sue diverse declinazioni, attraverso gli interventi di don Walter Magnoni, docente di Etica sociale all’Università Cattolica, di Francesco Riccardi, vicedirettore di Avvenire, e di Laura Zanfrini, sociologa e ordinario di Organizzazioni, Ambiente e Innovazione sociale, sempre in Cattolica. Tre anche le testimonianze: un rifugiato originario del Burundi che ha trovato lavoro e dignità grazie al Fondo “Diamo Lavoro”, un giovane e un imprenditore della zona. 

L'intervento dell'Arcivescovo (foto Andrea Cherchi)
L’intervento dell’Arcivescovo (foto Andrea Cherchi)

I cristiani sono originali

Ciascuno, a proprio modo, un cristiano originale, secondo la definizione dell’Arcivescovo, che appunto osserva: «Altri propongono concerti, cortei, discorsi e i cristiani non si sottraggono a questi momenti, ma pregano e ascoltano Gesù. L’originalità cristiana risulta con evidenza nella proclamazione del Vangelo». Come quello delle Beatitudini, proposto durante la Veglia, «così provocatorio, sorprendente, affascinante e inquietante, esprimendo bene la novità sconcertante e scandalosa di Gesù e la via che indica»

Ma come possono stare insieme povertà e beatitudine, sete di giustizia, mitezza, lacrime, persecuzioni e beatitudine? Da qui l’affondo: «Si può dire che i cristiani sono chiamati a convertire il lavoro che non è una condanna, per cui si deve accettare anche di costruire armi, di produrre veleni, lavorando in condizioni pericolose; non è una sistemazione per ritagliarsi un angolo per vivere. I cristiani sono originali, non pensano che il lavoro sia solo una sistemazione, anche se non sono esaltati di eroismo. Non è una carriera: l’ambizione di soddisfare la propria vanità, la sete di potere, la presunzione di valere, l’aspettativa di primeggiare. Perciò i cristiani non imparano il “mestiere della guerra”, anche se fosse molto redditizio».

Sono originali, perché pensano e operano, continua monsignor Delpini, in una logica di solidarietà, come testimonia il Fondo Diamo Lavoro, giunto al traguardo dei 10 anni.

Un momento della serata (foto Andrea Cherchi)
Un momento della serata (foto Andrea Cherchi)

Il Fondo Diamo Lavoro

«Una vocazione, questa della solidarietà, che è dentro una storia e non è una sorta di evasione spiritualistica, perché la vita è una missione anche se i cristiani non si aspettano che sia facile, non si immaginano che saranno applauditi da tutti o ammirati. Gli imprenditori, gli operai, i dipendenti, gli impiegati, i sindacalisti, i medici del lavoro, devono essere impegnati in questo costruire rapporti e praticare la fraternità per incrementare il bene comune. I cristiani sono originali e non hanno le risposte a tutti i problemi, ma hanno un criterio di coerenza con il Signore che manda a edificare una fraternità in cui le persone si sentano persone e il frutto del lavoro sia un bene per tutti. Perciò rispondono anche agli appelli che chiedono aiuto di fronte alle emergenze. Il Fondo Diamo Lavoro è una piccola goccia e in questi anni, però, si è fatto carico di reinserire e di qualificare persone che per una qualche ragione avevano perso il lavoro. I cristiani hanno poche risorse, eppure hanno creato una forma di accompagnamento che ha consentito di ripartire con la dignità di lavoratori onesti e a servizio delle imprese per il bene delle famiglie e della società».

Don Walter Magnoni (foto Andrea Cherchi)
Don Walter Magnoni (foto Andrea Cherchi)

«Questa economia uccide»

Dalla famosa espressione di papa Francesco in Evangelii Gaudium (2013), «questa economia uccide», si avvia l’articolata riflessione di don Magnoni, arricchita da molte cifre.  

«La spesa militare globale ha conosciuto, negli ultimi anni, un’accelerazione significativa, con livelli mai visti dalla fine della Seconda guerra mondiale. I dati più recenti del Fondo monetario internazionale confermano un cambiamento strutturale nelle priorità economiche nazionali: quasi il 40% dei Paesi nel mondo destina oggi oltre il 2% del proprio prodotto interno lordo alla difesa. Nei nostri territori, vediamo un aumento di aziende che convertono le proprie produzioni al servizio del riarmo. Perché nulla vada perduto, come dice il Vangelo di Giovanni al capitolo 6, occorre trovare vie alternative a quelle di un lavoro che aumenta solo perché crescono le spese per le armi e poi non ci sono più fondi per sostenere i poveri e il welfare si trova sempre più smantellato nei fatti. Perché nulla vada perduto, significa assumere una cultura della cura che vede in pratiche di prossimità un’attenzione reale a chi non ce la fa e tante volte non ha neppure la voce per chiedere aiuto. La nostra Chiesa si è sempre mostrata generosa e intelligente nel vedere con lucidità lampi di luce anche in tempi molto bui. Credo che un lavoro sinergico per sostenere un lavoro che generi bene, sia il primo passo per costruire trame di pace».

Francesco Riccardi (foto Andrea Cherchi)
Francesco Riccardi (foto Andrea Cherchi)

Il modello da costruire

Concorde il vicedirettore di Avvenire Riccardi: «Parlare di lavoro significa parlare anche di guerra e di pace, perché non sono temi a latere. Il primo problema, oggi, è quello energetico, con il blocco di Hormuz da cui transita circa 1/5 del petrolio mondiale: per un Paese come il nostro questo è un colpo forte. Quando il prezzo dell’energia aumenta, arriva fino nelle nostra case e si trasforma velocemente in inflazione: questo significa che le famiglie italiane stanno già pagando un prezzo, 1000 euro, per ora, per ciascun nucleo familiare, si calcola». Si passa dalla stagnazione, all’inflazione alla stagflazione e qui entra in gioco il lavoro, «perché si frenano anche gli investimenti, le assunzioni, e l’effetto a catena è ovvio: cassa integrazione, in alcuni casi chiusura di aziende, crescita di contatti a termine».  

«La guerra – ha continuato Riccardi -, anche quando è lontana, non è mai neutra, ha costi e produce fragilità. L’Ue ha superato i 300 miliardi annui per la difesa, l’Italia i 35, con un aumento del 45% negli ultimi 10 anni. Emerge la tensione tra spesa militare e spesa sociale e si innesta una dinamica progressiva per cui l’insicurezza genera spesa militare e quest’ultima ancora più insicurezza in una spirale che si autoalimenta. E, allora, come credenti, chiediamoci quale modello stiamo costruendo Tutti noi, anche nel lavoro, possiamo essere operatori di pace. Non basta invocare la pace, ma occorre costruirla, fare del nostro lavoro un pezzo di pace».

Laura Zanfrini (foto Andrea Cherchi)
Laura Zanfrini (foto Andrea Cherchi)

Palestre strategiche di pace

«Il lavoro deve essere inserito in un orizzonte di senso perché è una dimensione fondamentale della persona», ha spiegato Zanfrini, che sta realizzando una ricerca sul ruolo delle fedi negli spazi occupazionali. «La prima consapevolezza deve essere quella della necessità del lavoro dignitoso, come viene delineato dalla Dottrina sociale della Chiesa. Quando il lavoro è cattivo, sottopagato, tossico, rischia di diventare un fattore antitetico alla costruzione della società. Basti pensare che il 15% degli operai è povero anche se ha un lavoro e così più di un terzo degli immigrati che hanno un’occupazione. Guardare al mondo del lavoro dal punto di vista delle periferie è utile e profetico, perché ci dice molto della nostra società. Se il lavoro è espressione della condizione relazionale della persona, la sfida è quella di rideclinare i rapporti che sentiamo conflittuali, attraverso il codice della collaborazione e della reciprocità».

Il richiamo è al rapporto intergenerazionale: «Rendere i luoghi di lavoro dei laboratori, delle palestre strategiche per ciò che fino a ora abbiamo delineato in negativo – i giovani non avranno mai la pensione, gli anziani non lasciano mai il posto di lavoro, e così via – è una via promettente. Fare spazio alla dimensione religiosa può offrirci di testimoniare la nostra unicità e la nostra unitarietà, che è fatta anche di una componente così importante. In questo senso, le religioni possono diventare un antidoto alla mercificazione del lavoro».   

Il momento delle testimonianze (foto Andrea Cherchi)
Il momento delle testimonianze (foto Andrea Cherchi)

Le testimonianze

Poi, le testimonianze, come quella di Lamek del Burundi, di etnia hutu, padre di due figli, 13 e 11 anni, presenti alla Veglia con la moglie, scappato nel 2015 dal suo Paese a causa della guerra civile: «Ero perseguitato come oppositore politico, poi sono arrivato in Ruanda, in Svezia e a Milano. Non è stato facile, ma proprio allora ho visto un’altra faccia della il vita in Italia, la solidarietà». E così lo studio dell’italiano, il riconoscimento dello stato di rifugiato politico, il ricongiungimento familiare, dopo tre anni, l’aiuto del Fondo, un lavoro fisso, la ricerca di una casa, sono diventate le tappe fondamentali per Lamek, dall’anno scorso cittadino italiano: «Di questo sono grato perché mi fa sentire un uomo libero che ha dei diritti».

Accanto a lui, Luca, 33 anni, da 6 impiegato in una società di consulenza, che racconta dei magazzini di grande stoccaggio e spedizione «come luogo tipico del lavoro abitato per il 90% da stranieri in condizioni spesso proibitive per l’igiene, il clima, i turni notturni», ma anche «di realtà più patinate» che tuttavia dimostrano «come là dove il lavoro non è soddisfacente, crescono i problemi, mentre se un’azienda si orienta alla solidarietà e non solo al profitto ciò non accade mai». Come nell’azienda Litover di Vimercate, specializzata ad alta tecnologia nel settore dello stampato e visitata in questi giorni dall’Arcivescovo, il cui titolare, Emanuele Terzoli, racconta la storia di una rinascita dal fallimento nel 2013 «fatta con coraggio e con l’aiuto dei sindacati, dei lavoratori, che cerchiamo di sostenere nelle loro necessità anche abitative», laddove «oggi la parola etica sembra sempre più spesso vuota».

The post «Convertire il lavoro, la missione a cui sono chiamati i cristiani» appeared first on Chiesa di Milano.

Qual è la tua reazione?

Mi piace Mi piace 0
Antipatico Antipatico 0
Lo amo Lo amo 0
Comico Comico 0
Furioso Furioso 0
Triste Triste 0
Wow Wow 0
Redazione Eventi e News Redazione Eventi e News in Italia