Dal bosco di Rogoredo al referendum: quando la cronaca diventa un’arma politica
Pure, un brutto e agghiacciante episodio come quello del poliziotto che ha ucciso uno spacciatore nel bosco di Rogoredo diventa un fatto politico. Non si bada più all’episodio, tragico e vigliacco a un tempo, ma a chi giova di più. Alla destra o alla sinistra? Chi ne trarrà più vantaggio la maggioranza o l’opposizione? Insomma, si strumentalizza “un disonore della divisa” in una guerra per ottenere un voto in più o in meno al referendum del 22 e 23 marzo.
Non si dibatte di altro: non si analizza quel che è successo, il suo significato intrinseco, il perché un agente possa aver compiuto un gesto così orrendo e contrario a quello che dovrebbe essere il principio della divisa che indossa. No, questo conta poco. Non deve essere un giudice a decidere quanto sia stato osceno quel che è accaduto a Milano. Solo la politica deve intervenire e sentenziare. Con questo, non si vuole assolutamente giustificare l’operato di quel giovanotto che avrebbe dovuto agire in difesa della giustizia e non praticamente contro. Se le indagini (come pare indiscutibile che sia) proveranno al cento per cento quello che finora hanno accertato è giusto che la magistratura faccia il suo corso e non venga assolutamente ostacolata da nessuna ideologia.
Le convinzioni politiche in questo caso non c’entrano nulla. Parlare di una Caporetto del sì o del no è un errore che nessuno dovrebbe commettere, tanto più gli inquirenti che si trovano dinanzi ad una tragedia che potremmo definire inimmaginabile. Ragione per cui lo sia da monito a quegli uomini che siedono in Parlamento: mai essere troppo frettolosi nel giudicare un fatto di cronaca che può apparire semplice. Si può incorrere in errori madornali che possono essere dannosi non solo per chi li pronuncia e ci crede ciecamente, ma anche per quella ideologia che vuol difendere sbagliandosi in maniera clamorosa.
Siamo a poco meno di un mese dall’appuntamento con il referendum. Non sono bastate le sacrosante parole di Sergio Mattarella a gettare acqua sul fuoco di una politica che sembra non avere più freni. Qualsiasi avvenimento “può e deve” essere strumentalizzato, perchè il fine non è quello di trovare la verità, ma di colpire l’avversario con un diretto al mento tale da farlo vacillare e cadere al tappeto.

Ciò che è accaduto quella sera a Rogoredo fa rabbrividire, è contro qualsiasi logica, qualunque convincimento. È solo la freddezza e la brutalità di un essere umano a rendersi protagonista di quel che è accaduto, ma non si deve fare ora di tutta l’erba un fascio. Ci sono uomini o donne nelle forze dell’ordine che debbono essere prese d’esempio per quel che fanno e compiono ogni giorno per uno stipendio che spesso non fa arrivare alla fine del mese. Bisogna ricordarlo e tenerlo bene in mente questo stato di cose, altrimenti ci sfugge qualsiasi ragionamento che abbia il dono del buon senso. Chi si è macchiato di una tale infamia non si può compatire, ma solo giudicare con la massima severità senza giustificazioni di sorta. Però, al contempo, è bene rammentare quello che fanno le nostre forze di polizia per evitare che certi episodi possano tramutarsi in altrettante tragedie.
Quindi, il monito deve essere sempre lo stesso fino e dopo il giorno del referendum: si vada a votare senza farsi tirare per la giacchetta da una parte o dall’altra. Così si è tentato di fare anche dopo l’intervento del capo dello stato quando si è presentato al Consiglio Superiore della Magistratura. Almeno per 48 ore siamo e diventiamo “super partes” occupandoci solo del merito che ci pone il referendum. Si è favorevoli o contrari alla riforma della giustizia, in parole più semplici alla divisione delle carriere? Ecco, è solo questo l’interrogativo che ognuno di noi si deve porre quando deve lasciare la scheda nell’urna. Si tratta di rivedere qualche articolo della nostra Costituzione, quella che i nostri padri scelsero alla fine della disastrosa seconda guerra mondiale. Non è una decisione di poco conto. Quindi, andiamo a votare con l’animo sgombro da qualsiasi pregiudizio.
Siamo da oggi più sereni: comincia il festival di Sanremo che offre al pubblico canzonette che non hanno più il sapore romantico di una volta. A mio giudizio (certamente sbaglio) si recita più che cantare. Ma questo, direte voi, ha poca importanza e debbo riconoscere che avete ragione. Allora, consoliamoci con le battute (forse inventate) che riguardano la rassegna canora. Trovare un posto in platea o in galleria è complicatissimo, se non arduo. Così pare che i giornalisti abbiano chiesto a Carlo Conti: ci sarà anche Giorgia Meloni al teatro Ariston? “Sì, certo”, ha risposto il conduttore. “A patto che paghi il biglietto”.
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