Con l’Iran, Trump ha alzato troppo la posta per poter bluffare ancora

Febbraio 23, 2026 - 20:30
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Con l’Iran, Trump ha alzato troppo la posta per poter bluffare ancora

Venerdì, il presidente statunitense Donald Trump ha dato all’Iran 10-15 giorni per accettare un accordo nucleare. La portaerei Gerald Ford si sta avvicinando al Mediterraneo orientale. Nella base giordana di Muwaffaq Salti gli aerei da combattimento americani sono triplicati in poche settimane. Sul tavolo presidenziale ci sono opzioni militari che includono l’eliminazione fisica della guida suprema Ali Khamenei. Teheran sta preparando una controproposta che i suoi stessi negoziatori sanno essere insufficiente. La dinamica è quella classica del precipizio: entrambe le parti avanzano, nessuna vuole cadere, ma nessuna sa come fermarsi.

Il nodo centrale della crisi è che l’amministrazione Trump non sembra aver una posizione negoziale coerente. La richiesta ufficiale è l’arricchimento zero – una soglia che l’Iran non ha mai accettato nemmeno nelle fasi più favorevoli della diplomazia nucleare. Ma secondo Axios, Washington sarebbe disposta a considerare un arricchimento “simbolico” che non lasci possibilità di costruire una bomba: una formulazione che ricorda più il Jcpoa di Barack Obama che la massima pressione della prima amministrazione Trump.

L’ambiguità non è accidentale. Riflette una divisione reale all’interno dell’amministrazione: da un lato chi vuole usare la pressione militare come leva per ottenere concessioni, dall’altro chi considera qualsiasi accordo che non azzeri il programma nucleare iraniano una resa. Il senatore Lindsey Graham, che ha visitato di recente la regione, ha confermato che alcuni dei consiglieri più vicini a Trump lo stanno spingendo a evitare l’azione militare diretta. La Casa Bianca non smentisce, non conferma, e tace.

Gli analisti dell’Institute for the Study of War sono espliciti: l’Iran non intende fare concessioni sostanziali. La proposta annunciata dal ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, che prevede la diluizione dell’arricchimento sotto supervisione dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica e nessuna esportazione delle scorte di uranio arricchito, non soddisfa la richiesta americana. È una tattica già usata in passato: offrire abbastanza da prolungare i negoziati senza intaccare le linee rosse del regime.

Nel frattempo Teheran si prepara militarmente. Nelle ultime settimane i vertici delle forze armate iraniane hanno effettuato almeno sei ispezioni a basi aeree, navali e missilistiche in tutto il Paese. I Pasdaran hanno inviato ufficiali in Libano per ricostruire le capacità militari di Hezbollah, gravemente indebolite dai combattimenti con Israele. Il calcolo iraniano sembra essere che Trump non abbia la volontà politica di avviare una campagna prolungata, e che un’offerta sufficientemente conciliatoria possa almeno ritardare l’attacco.

C’è un elemento che complica ulteriormente il quadro. Nei mesi scorsi, durante le ondate di proteste antiregime, Trump aveva dichiarato che gli Stati Uniti avrebbero risposto se il regime avesse ucciso i manifestanti. Il regime lo ha fatto – almeno 26 condanne a morte, Trump stesso cita 32.000 vittime complessive – e la risposta americana non è arrivata. Quella promessa non mantenuta ha ristretto lo spazio di manovra diplomatica di Washington: accettare ora un accordo al ribasso significherebbe confermare la percezione di un presidente che alza la voce ma non agisce. È questa la trappola strutturale della crisi attuale. Trump ha costruito una posizione negoziale così rigida – arricchimento zero, nessun compromesso – che qualsiasi accordo raggiungibile appare come una sconfitta politica interna. E un attacco militare senza obiettivi chiari rischia di essere peggio.

Le alternative sul tavolo si riducono a tre. La prima è un accordo tipo Jcpoa, probabilmente raggiungibile ma difficile da vendere politicamente dopo anni di retorica sull’Iran come minaccia esistenziale. La seconda è l’escalation graduata: colpire obiettivi limitati, attendere concessioni, aumentare la pressione. La logica funziona sulla carta, ma l’Iran ha strumenti di risposta asimmetrica – dallo Stretto di Hormuz a Hezbollah alle milizie in Iraq – che rendono imprevedibile ogni escalation. La terza è il cambio di regime, con Khamenei come bersaglio: la scommessa più alta, su un Paese di 93 milioni di abitanti con i Pasdaran pronti a raccogliere il potere in caso di vuoto.

Il dispiegamento militare americano nella regione è il più imponente dal 2003. Ma la dimensione dello schieramento non risponde alla domanda strategica di fondo, quella che nessuno a Washington ha ancora posto pubblicamente: con un leader supremo di 86 anni, un regime logorato da anni di proteste e un programma nucleare già parzialmente colpito lo scorso giugno, perché risolvere il problema Iran adesso invece di gestirlo? Il Congresso non ha discusso obiettivi né rischi. Gli alleati regionali, come emerso alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, temono di diventare bersagli di rappresaglie per decisioni prese altrove. La portaerei Ford sarà in posizione entro pochi giorni. Entro quella data, o arriva una proposta iraniana che Trump può accettare senza perdere la faccia, o la finestra diplomatica si chiude. E a quel punto la domanda non sarà più se Washington vuole la guerra, ma se è ancora in grado di evitarla.

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Redazione Redazione Eventi e News