Non è vero che il Green deal non porta voti, il problema è che non lo stiamo attuando

Febbraio 24, 2026 - 14:30
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Non è vero che il Green deal non porta voti, il problema è che non lo stiamo attuando

Pubblichiamo di seguito l’intervento integrale di Monica Frassoni all’evento di ascolto “L’Italia che riparte”, Panel re-industrializzazione, organizzato dal Partito democratico nazionale al teatro Niccolini di Firenze, con la partecipazione tra gli altri della segretaria del Pd Elly Schlein.

Ho notato molte volte, anche in sale amiche come questa, che spesso si prende la parola sul Green deal, si fa una bella premessa convinta, e poi – invariabilmente – arriva il però”. Però bisogna rivederlo” “Però in campagna elettorale è un tema complicato.” Ecco: quella frase – “il Green Deal va rivisto” – merita una riflessione. Non perché il Green deal sia perfetto, anzi. Ma perché è un insieme di regole e risorse che descrive una strategia industriale e una direzione precisa e imprescindibile in tempi di emergenza climatica – e che oggi è sotto attacco, a livello europeo e soprattutto nazionale. In questo preciso momento, dire genericamente che il Green deal va rivisto” dà credibilità alla strategia della destra di smontarlo del tutto, con maggioranze alternative in Parlamento europeo e una disinformazione incessante in Italia. Il problema non è il Green deal, che non sarebbe necessario se non fossimo in tempi di emergenza climatica. È che non lo stiamo attuando con tutti quegli strumenti soprattutto finanziari, ma anche amministrativi e direi culturali che sono indispensabili per accompagnare un cambiamento così radicale.

Ci sono sicuramente dei modi per applicarlo meglio e dobbiamo esaminarlo punto per punto; ma sicuramente dobbiamo essere chiari che la riapertura di norme già in vigore o appena entrate in vigore, non fa bene a nessuno, neppure alle imprese; l’opera di deregolamentazione in atto con in cosiddetti Omnibus da parte di una Commissione europea sempre più succube di lobby di alcuni settori industriali e dimentica del suo ruolo di garante dell’interesse europeo, sta creando problemi anche a imprese e amministrazioni che si sono fidate di quella direzione, hanno investito sulla decarbonizzazione e su un quadro legale stabile.

Insomma, se parliamo della più grande opportunità industriale del ventunesimo secolo trasmettendo poca convinzione, stiamo già perdendo la partita prima di iniziarla. Tutti siamo daccordo che è sbagliato dire che con la cultura non si mangia. Eppure molti pensano ancora che con il Green deal non si prendano voti. Io penso che si sbaglino. La destra non ha i dati, non ha la scienza, non ha le imprese più innovative.  Ha solo la voce alta di chi non ha dubbi – e noi, la voce bassa di chi ne ha troppi. Dovremmo provare ad essere meno sulla difensiva e molto più determinati su questo. Anche perché i dati sono completamente dalla nostra parte. Usiamoli.

L’Italia verde esiste già. Partiamo dalloccupazione. I green jobs in Italia sono già 3,1 milioni — il 13,4% di tutti gli occupati. Più di un terzo di tutti i nuovi contratti firmati nel 2024 erano per figure legate alla transizione. Il lavoro verde non è il futuro: è già il presente più dinamico del mercato del lavoro italiano. E di cosa stiamo parlando, concretamente? Stiamo parlando dellinstallatore di pannelli fotovoltaici che lavora sui tetti di Milano, Firenze, Palermo. Del tecnico comunale che aiuta le famiglie a fare audit energetici nelle case, o quello che progetta e manutiene le pompe di calore nei condomini. Dellagronomo che segue le filiere biologiche in Sicilia e in Emilia. Dellingegnere che lavora sullefficienza energetica degli stabilimenti industriali di Brescia o Torino. Sono lavori radicati nel territorio, che non si delocalizzano, che richiedono competenze alte e pagano stipendi dignitosi. Fanno parte di un sistema industriale sostenibile in cui non ci sono compartimenti stagni, ma la capacità di far convivere innovazione, manifattura e territorio.

Nei prossimi cinque anni ne serviranno altri 3,7 milioni – di cui 2,4 milioni con competenze specifiche sulla transizione verde e digitale che oggi semplicemente non ci sono. Non è un caso che per strada a Bruxelles io senta parlare italiano sempre più spesso, e si tratta quasi sempre di giovani. Quello è il capitale umano che stiamo esportando invece di trattenere. I settori ad alta intensità energetica – siderurgia, chimica di base, cemento – occupano meno del 2% della forza lavoro. I green jobs sono già quindici volte tanto. Quando si dice che la transizione distrugge lavoro”, bisognerebbe specificare: quale lavoro, esattamente? Ovviamente l’idea non è certo quella di mettere in competizione fra loro i lavoratori e lavoratrici, ma di organizzare una adeguata transizione anche investendo in formazione; è sicuramente una buona notizia che il fondo Ue per le nuove competenze abbia interessato circa un milione di lavoratori/trici, mentre soprattutto al Sud gli ingenti fondi dedicato sono poco o male utilizzati. È evidente che molto resta da fare ed in ogni caso il punto centrale rimangono i salari.

Eppure lItalia è terza in Europa per brevetti green, con una crescita del 44% in un decennio. Siamo i primi esportatori europei di pompe di calore. Le imprese che investono in verde crescono di più, esportano di più, assumono di più. Non è ideologia: è il mercato che parla.

E l’agricoltura, di cui non parliamo mai abbastanza: quasi 83.000 aziende biologiche — il doppio della Francia. Il 20% della superficie agricola già bio, cresciuto del 68% in dieci anni. Sette regioni italiane hanno già superato il target europeo del 25% fissato per il 2030. 838 prodotti DOP e IGP: il patrimonio agroalimentare di qualità più ricco al mondo.

Questa è l’Italia verde che esiste, produce ed esporta — e che il governo non racconta mai né sostiene. Questi lavoratori e lavoratrici cercano una rappresentanza politica e non sempre la trovano. Ed è uno spazio da non lasciare vuoto.

Il gas: la grande illusione. Febbraio 2022: scoppia la guerra in Ucraina e tutti scoprono che Italia e Germania avevano fondato la propria politica energetica su una scommessa eco-indifferente – il gas russo a buon mercato. Una scelta che tra il 2011 e il 2012 aveva già portato a bloccare lo sviluppo delle rinnovabili e a distruggere imprese e lavoro – 70.000 posti di lavoro almeno, di cui nessuno parlò. Da lì iniziò anche labbandono alla Cina delle tecnologie rinnovabili. Quellesperienza avrebbe dovuto insegnarci qualcosa. E invece no.

Allo scoppio della guerra, si aprivano due strade, fatta salva la stretta emergenza. Accelerare le rinnovabili, come si era fatto con il Covid e NextGenerationEU. Oppure sostituire il gas russo con altro gas.

L’Italia ha scelto la seconda. Rigassificatori. Nuovi contratti con Algeria, Qatar, Azerbaigian — su questultimo serviva una certa dose di cinismo, trattandosi di un paese impegnato in un conflitto armato. E poi gas americano, molto più costoso ma abbondante, nella certezza che gli Stati Uniti non avrebbero mai usato quella dipendenza come leva. Poi è arrivato Trump. E nell’umiliante accordo commerciale Von der Leyen-Trump cera la condizione di comprare ancora più Gnl americano. Abbiamo cambiato padrone, non modello.

In tre anni la dipendenza dai fossili ci è costata 230 miliardi in importazioni. Soldi che escono dalleconomia italiana, vanno ai petrostati e a grandi imprese come ENI – ma non tornano come stipendi o innovazione diffusa. La linea del governo non cambia. Tre giorni fa ha approvato il cosiddetto decreto bollette”. Il risparmio per le famiglie? Tra 30 e 50 euro lanno – meno di un caffè al mese. In cambio vengono cancellate le connessioni per nuovi impianti rinnovabili e si rimborsano i produttori a gas degli oneri Ets, ribaltando il principio chi inquina paga” in chi inquina lo paghiamo noi” – violando peraltro le regole europee. Vale la pena ricordare che solo il 9% dei proventi degli Ets viene dedicato a sostenere imprese e lavoratori nella transizione. Ci sarebbe da chiedersi perché gli industriali non si siano battuti per i 15,6 miliardi[1] di proventi che sarebbero potuti almeno in parte a loro invece di lanciarsi in una battaglia di retroguardia che li lascerà a mani vuote (e lo Stato ancora più con i conti in rosso).

Risorse, regole, Stato: la transizione non cade dal cielo. Una cosa va detta con chiarezza, perché definisce la differenza tra noi e la destra – ma anche tra noi e chi si accontenta dei buoni sentimenti. Il Green Deal non cade dal cielo. La transizione non si fa con la forza della volontà: deve essere conveniente e desiderabile. Si fa con risorse pubbliche ben definite, con regole che orientino il mercato, e con uno Stato capace di spendere quei soldi nellinteresse di chi produce e chi è piu vulnerabile. Le risorse ci sono: 59 miliardi nella Missione verde del PNRR, 35 miliardi per lagricoltura con la PAC, 42 miliardi di fondi strutturali europei, 12,7 miliardi del piano Transizione 5.0 per le imprese. E la Commissione propone per il periodo 2027/34 che il 35% delle risorse vadano a spese che accompagnino la transizione. Il problema è che non le spendiamo. A fine 2025 il PNRR era speso al 52%, dopo infinite modifiche e con la spada di Damocle di termini troppo stringenti per la fine dei fondi.  I fondi strutturali europei sono usati al 4%. E nel frattempo il governo taglia 4,6 miliardi al Fondo Automotive — creato per sostenere imprese e lavoratori della filiera nella transizione — e li sposta alla Difesa. Sia chiaro: non ho nulla contro il fatto che dobbiamo razionalizzare e europeizzare la nostra difesa. Ma si usino altri soldi — quelli del Ponte, per esempio. Non per smontare il Green Deal.

“Il Green Deal colpisce i poveri!”. Falso! Veniamo allobiezione che sento più spesso, anche nel campo progressista: La pompa di calore la compra chi ha i soldi. Lauto elettrica la compra chi ha i soldi. I poveri restano con il gas.” È una critica seria. Ma la risposta non è rallentare la transizione – è capire chi sta davvero pagando il prezzo del modello attuale, e dove vanno i soldi per favorirla.

Oggi 2,4 milioni di famiglie italiane sono in povertà energetica. Non riescono a riscaldare casa dinverno, a raffrescarla destate. Chi li tiene in quella condizione? Il gas. Una fonte il cui prezzo oscilla ogni volta che c’è una crisi geopolitica o una speculazione di mercato. Paghiamo lenergia il 40% in più della Spagna – non perché la transizione costi troppo, ma perché non labbiamo ancora fatta. E neanche perché gli spagnoli hanno il nucleare: ne stanno uscendo anche loro.

Difendere i poveri tenendoli ancorati al gas e alle loro case colabrodo non è solidarietà. È condannarli a bollette che salgono ogni volta che Putin, Trump o lAlgeria decidono di fare politica con i rubinetti. La risposta strutturale non sono i bonus una tantum. Si fa con l’efficienza energetica degli edifici e comunità energetiche rinnovabili: quartieri e condomini che producono insieme energia e si dividono il risparmio. In Italia abbiamo ormai molti esempi. A Comacchio una cooperativa fotovoltaica alimenta 700 appartamenti. A Ussaramanna in Sardegna una CER serve 61 famiglie povere. A Napoli Est, nel quartiere di San Giovanni a Teduccio, quaranta famiglie producono insieme energia solare e si dividono il risparmio. Nel frattempo il governo vuole smantellare la direttiva case green — quella che potrebbe rendere possibile tutto questo su larga scala se fondi e incentivi fossero organizzati. Le fonti energetiche che non dipendono da Trump e Putin — e che con adeguati investimenti potrebbero dipendere meno anche da Xi — sono il sole, il vento, le tecnologie e soluzioni per ridurre il fabbisogno energetico. Governarle nellinteresse collettivo è la politica energetica di sinistra del ventunesimo secolo.

Il dibattito europeo Il governo Meloni si è presentato a Bruxelles con un messaggio chiaro: il Green Deal è ideologico, va rallentato, svuotato. Il pacchetto Omnibus ha già ridotto gli obblighi di rendicontazione ambientale, il target al 2040 sul clima è stato indebolito, l'obiettivo di riduzione CO2 per i costruttori di auto è stato ammorbidito. È una vittoria? Solo in apparenza. Perché il mercato non aspetta i governi. La Cina produce già il 70% dei veicoli elettrici mondiali. L'Italia produce meno di 300.000 auto l'anno e ha una quota di mercato nell'elettrico del 7,6% contro una media Ue del 22,7%. Non è colpa del Green Deal: è il risultato di decenni di mancata politica industriale, della scelta strategica di distribuire proventi agli azionisti, e di puntare su auto di grossa cilindrata per aumentare i profitti. Stellantis ha chiuso Mirafiori non perché Bruxelles ha fissato il 2035 come scadenza, ma perché non ha innovato. Il campo progressista che insegue questa narrativa non prende un voto in più. Perde identità e regala all'avversario un terreno su cui è debole: la visione del futuro. La strategia vincente è l'opposta: essere i più concreti di tutti, i più ambiziosi, i più capaci di connettere transizione, lavoro e giustizia sociale, democrazia perché è la sola strada in tempi di emergenza climatica e agitazione geopolitica.

La competitività non misura tutto. C’è una parola che risuona ossessivamente in Europa e in Italia: competitività. È usata come scudo contro ogni proposta verde. Nuoce alla competitività.” Fine della discussione. Ma competitività di chi? Per costruire quale tipo di economia? Cinquantotto anni fa Robert Kennedy disse che il Pil misura tutto – le ambulanze, le prigioni, il napalm – tranne la salute delle nostre famiglie, la qualità della loro educazione, la gioia dei loro momenti di svago”. E concluse: il PIL misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta. Vale oggi più che mai. Le alluvioni hanno un costo che non appare mai nei dibattiti sulla competitività. Le malattie da inquinamento hanno un costo. Le migrazioni climatiche hanno un costo. Sono tutti conti che arrivano – prima o poi – e che pagano sempre i più vulnerabili. La transizione ecologica mette davanti la salute, il lavoro, lautonomia energetica, il cibo sicuro e si basa sul coinvolgimento delle persone. Non è un vincolo di Bruxelles. Non dipende da autocrati. È un programma di sinistra – anzi, è il programma di sinistra del ventunesimo secolo. Che per funzionare ha assoluto bisogno di partecipazione e di consenso veri: organizzati, spiegati e costruiti. Da noi. Si può vincere con quel programma. A patto di crederci davvero, senza però”.

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