L’Afghanistan dei Talebani è tornato un rifugio per estremisti e una gabbia per le donne

Febbraio 23, 2026 - 20:30
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L’Afghanistan dei Talebani è tornato un rifugio per estremisti e una gabbia per le donne

Non avevo mai sentito parlare di Baktash Siawash finché non ho letto la trascrizione di parti di una sua intervista ad Amu TV del 19 febbraio. Siawash, 43 anni, è un ex membro del Parlamento afghano — di cui è stato il più giovane rappresentante — e chiede all’Unione Europea di inserire i Talebani nella lista delle organizzazioni terroristiche, sostenendo che dovrebbero essere trattati come il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica. All’Unione europea rimprovera di mantenere un approccio prudente verso i Talebani nonostante i legami con reti estremiste internazionali. Gli “Studenti del Corano” negano la presenza di organizzazioni terroristiche straniere in Afghanistan, ma il recente report del  UN Analytical Support and Sanctions Monitoring Team restituisce un quadro diverso, più articolato e meno rassicurante.

Secondo il documento diverse formazioni jihadiste internazionali restano attive sul territorio afghano. Tra queste, al-Qaeda nel Subcontinente Indiano (AQIS), che manterrebbe una struttura organizzativa funzionante. Il rapporto indica Osama Mahmood come emiro del gruppo e Yahya Ghori come suo vice, operativo a Kabul. Le attività mediatiche sarebbero concentrate nella provincia di Herat, nell’ovest del Paese. La presenza non sarebbe simbolica: AQIS continuerebbe a operare soprattutto nelle province sudorientali, in aree dove la rete Haqqani conserva un’influenza profonda e capillare, offrendo addestramento, consulenza strategica e supporto logistico ad altre organizzazioni armate, in particolare al Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP).

È proprio l’azione del TTP a incrinare la narrazione ufficiale talebana. Gli attacchi rivendicati dal gruppo, condotti contro obiettivi pakistani a partire da basi in territorio afghano, vengono citati dal rapporto come elemento che rende poco credibile la negazione della presenza jihadista. Il documento è esplicito: le autorità al potere negano l’esistenza o l’attività di gruppi terroristici, ma questa affermazione non trova riscontro nei fatti. Le tensioni con Islamabad ne sono una conseguenza diretta e descrivono un contesto in cui la tolleranza, o quantomeno l’acquiescenza, verso determinate reti armate resta una realtà.

Il rapporto richiama inoltre l’attenzione sui movimenti militanti uiguri, in particolare sul Movimento Islamico del Turkestan Orientale e sul Partito Islamico del Turkestan. Composti prevalentemente da combattenti uiguri, questi gruppi si muoverebbero con relativa libertà all’interno dell’Afghanistan. Alcuni di loro avrebbero persino ottenuto documenti d’identità rilasciati dalle autorità talebane. Il monitoraggio segnala una concentrazione crescente nella provincia nord-orientale del Badakhshan, area strategica per posizione geografica e collegamenti regionali.

Sul piano internazionale il tema resta centrale, alimenta diffidenze e ridefinisce equilibri. Ma, dentro i confini afghani, la percezione è diversa. Per molti cittadini la minaccia non ha la forma dei dossier diplomatici o delle sigle jihadiste. È più immediata. È la precarietà quotidiana. È l’aumento della violenza domestica, aggravata da un sistema giudiziario rimodellato di recente, con un nuovo codice di procedura penale applicato nei tribunali.

Perché in Afghanistan ormai la repressione è legge. Da gennaio il nuovo Codice che regola la procedura penale nei tribunali il controllo sociale in norma vincolante. Stabilisce gerarchie, definisce obbedienze, riduce l’autonomia. Le mogli sono poste sotto l’autorità del marito: la subordinazione femminile diventa condizione giuridica. L’articolo 9 divide la società in quattro classi — ulama, ashraf, classe media e classi inferiori — e lega la risposta penale al rango. Non conta solo il fatto, conta chi lo commette. A parità di condotta, uno studioso religioso riceve un richiamo; un appartenente alle classi basse rischia carcere o punizioni corporali. La disuguaglianza entra nel diritto.

Il Codice distingue anche tra persone “libere” e “schiave”, ammettendo la non-libertà come status legale. Confessioni e testimonianze sono centrali, i giudici hanno ampia discrezionalità. Il processo diventa strumento di disciplina. Per le donne il controllo è sistematico. La “donna sotto tutela” è uno status permanente. L’articolo 34 prevede fino a tre mesi di carcere per chi resti nella casa d’origine senza il consenso del marito; se la famiglia non la riaccompagna, è perseguibile. L’articolo 32 limita a quindici giorni la pena per il marito che provochi lesioni “visibili”, se dimostrate. L’articolo 70 punisce fino a cinque mesi chi organizza combattimenti tra animali.

Le reazioni internazionali restano formali. Onu, Unione Europea e Regno Unito parlano di violazioni dei diritti umani; la Corte penale internazionale mantiene aperti i dossier. Intanto, dopo il ritorno al potere nel 2021, le ragazze sono state escluse da scuole e università, le donne allontanate dal lavoro e dallo spazio pubblico. All’inizio erano provvedimenti isolati. Ora è un impianto coerente. Il nuovo Codice ne è l’asse.

L’Afghanistan si configura, a tutti gli effetti, come la più grande prigione del mondo per le donne — e non soltanto per loro —, un Paese che continua a privarsi “delle energie della metà della sua popolazione e condanna l’altra a crescere sotto madri analfabete e sottomesse” (quanto è attuale l’insegnamento del mediorientalista Bernard Lewis sui regimi shariatici. E quella proposta di Siawash…).

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Redazione Redazione Eventi e News