I figli del Califfato e la fuga da al-Hol, il caos siriano che non si può più ignorare

Un anno fa l’amministrazione Trump sospendeva i finanziamenti a Usaid, l’agenzia indipendente creata da John F. Kennedy e operativa per sessantaquattro anni in più di cento Paesi, mettendo in difficoltà numerose aree vulnerabili e ad alto rischio. Come nel nord della Siria, dove sopravvivono i campi di al-Hol e Roj. Tra i più grandi insediamenti al mondo per famiglie legate allo Stato Islamico. Il campo di al-Hol ospita oltre 60.000 persone, tra cui circa 25.000-30.000 bambini. I servizi sono minimi e la radicalizzazione resta un rischio concreto. La maggior parte sono donne e figli di sospetti affiliati all’Isis. Non detenuti in senso formale, ma nemmeno liberi: da anni in un limbo giuridico e umano. I campi sono sotto il controllo delle Syrian Democratic Forces (Sdf), coalizione a guida curda attiva nel nord-est della Siria. Il nucleo è formato dalle milizie Ypg (Unità di Protezione Popolare, maschili) e dalle Ypj (Unità di Protezione delle Donne), affiancate dall’Asayish, la polizia interna curda. In sostanza, la custodia è curda. La sopravvivenza – cibo, sanità, servizi – dipende in gran parte da fondi internazionali, soprattutto statunitensi e Ong.
Pochi giorni fa i media siriani hanno riferito che, dopo il ritiro delle Sdf da alcune aree, il mese scorso si è verificata una “fuga di massa” dal campo di al-Hol. Migliaia di persone sarebbero riuscite ad allontanarsi. Era prevedibile.
Il portavoce del Ministero degli Interni siriano sostiene che le Sdf si sarebbero ritirate dal campo senza alcun coordinamento, né con il governo di Damasco, né con la coalizione internazionale a guida statunitense impegnata contro gli affiliati dell’Isis. Un’uscita improvvisa che, sempre secondo la versione governativa, avrebbe lasciato scoperta la sicurezza del perimetro e reso possibile l’apertura di numerosi varchi, sfruttati poi dai residenti per disperdersi.
Le Sdf hanno però respinto le accuse, definendo “fuorvianti” le dichiarazioni del Ministero degli Interni e sostenendo che si tratti di un tentativo di scaricare responsabilità politiche e operative. A loro volta hanno accusato fazioni affiliate a Damasco di essere entrate nel campo durante la fase di transizione e di aver prelevato famiglie di presunti membri dell’Isis, contribuendo al caos. Secondo il Ministero dell’Interno siriano al momento della transizione il campo di al-Hol ospitava circa 23.500 residenti, di cui circa il settanta per cento erano donne, bambini e anziani, mentre oltre 6.500 erano stranieri provenienti da più di quaranta nazionalità diverse.
Il campo nacque nel 1991 per accogliere i rifugiati iracheni in fuga dalla prima Guerra del Golfo, e nel 2019, con la caduta di Baghuz e la fine del cosiddetto “Califfato”, si è nuovamente riempito, diventando il principale centro per famiglie legate a sospetti combattenti dell’Isis. Fino a poco tempo fa la sorveglianza era affidata alle Sdf e all’Asayish, la polizia dell’Amministrazione Autonoma del Nord-est della Siria (Aanes), con supporto internazionale. Con il ritiro delle Sdf avvenuto a gennaio 2026, le autorità siriane hanno preso il controllo della struttura, attivando piani di sicurezza propri. Il passaggio di consegne ha creato un vuoto temporaneo nella sorveglianza, che ha contribuito alle fughe rese note negli ultimi giorni.
La gestione del campo è complessa anche sul piano logistico: ogni giorno transitano circa quattrocento veicoli e migliaia di persone tra residenti, operatori umanitari e personale di sicurezza. Diverse Ong continuano a gestire settori separati del campo, destinati a rifugiati iracheni, siriani e cittadini di Paesi terzi.
Un funzionario del campo, citato dall’Associated Press circa un anno fa, spiegava che gli aiuti internazionali, compresi quelli americani, servivano a colmare le falle nei servizi di base e che senza quei fondi la situazione rischiava di peggiorare. I campi restano spazi a rischio: le cellule dormienti non hanno mai smesso di intimidire o uccidere chi viene sospettato di tradimento, di violare le regole o di agire come informatore, secondo le autorità curde. Solo nel 2024 le autorità curde hanno registrato almeno 47 omicidi interni.
Nel settore Annex di al-Hol vivono migliaia di donne e bambini provenienti da differenti nazionalità, considerati i sostenitori più radicali dell’Isis. Molti bambini crescono immersi nell’ideologia jihadista trasmessa dalle madri. Alcuni Paesi dell’ex Unione Sovietica hanno rimpatriato alcuni cittadini, mentre la maggior parte degli Stati arabi, europei e africani si rifiuta di farlo: rimpatriare significherebbe processare o monitorare, e i governi preferiscono ignorare il problema. L’Aanes ne era ben consapevole e per questo aveva istituito due centri di rieducazione dove finiscono i ragazzi dopo i dodici anni, separati dalle madri per interrompere il ciclo di radicalizzazione. Ma molte donne li nascondono, rendendo impossibile sapere quanti adolescenti vivano ancora in quel settore. Senza finanziamenti adeguati e senza un controllo efficace, il nord-est della Siria rischia di implodere (dal 21 febbraio l’Isis ha lanciato almeno sei attacchi uccidendo otto membri delle forze siriane. L’escalation segue un messaggio del portavoce Abu Hudhayfah al-Ansari che annunciava una “nuova fase di operazioni” in Siria).
Un bel problema. Se Trump ci ha messo del suo – anzi tolto – per aggravarlo, l’Europa non è stata da meno. Gli Stati Uniti avvertono da tempo gli alleati che è urgente riprendere i propri cittadini, altrimenti li ritroveranno a combattere nei loro Paesi. Molti Stati europei, membri della Global Coalition to Defeat Isis, non hanno mai preso sul serio il problema. Non hanno supportato a sufficienza le Sdf, costantemente sotto pressione dagli attacchi della Turchia lungo il confine, nella gestione di questi campi, autentiche fucine di terroristi. Quegli stessi individui che poi ritroviamo attivi nelle strade di Berlino, Vienna, Parigi e altre città europee.
«In particolare affrontiamo una dispersione incontrollata – ci dice la professoressa Sabrina Martucci, docente all’Università Aldo Moro e pioniera italiana nello studio, nella prevenzione e nella deradicalizzazione dello jihadismo – soprattutto di minori e giovani adulti non tutti censiti: molti bambini sono nati lì e non sono registrati, a volte non si conoscono i genitori, il rischio di mimetismo è altissimo… anche se non si parla di masse, bensì di singoli soggetti potenzialmente radicalizzati. Potrebbero raggiungere aree instabili per riorganizzarsi, ma anche essere intercettati e arruolati una volta raggiunta l’Europa. In fondo, sono già pronti e preparati ideologicamente, basterà fornirgli un metodo di azione. La loro radicalizzazione è inconsapevole, resiliente. Sono cresciuti da radicalizzati in un contesto ideologico estremo, ed ora sono socialmente pericolosi. La loro fuga ha, inoltre, un impatto comunicativo: viene sfruttata mediaticamente dalle reti jihadiste per mostrare resilienza, incoraggiare simpatizzanti a sostenere i più vulnerabili».
Se ci si chiede poi se l’Europa sia pronta a gestire i rischi legati a eventuali rientri o dispersioni, la professoressa Martucci spiega che «i numeri potenziali sono limitati rispetto alla popolazione europea, ma loro saranno ottimi formatori, capaci di altissima contaminazione ideologica, in particolare credo per nuovi lupi solitari. L’Europa teme l’instabilità perché lasciare persone radicalizzate ad al-Hol senza gestirne il rimpatrio controllato aumenterà il rischio di dispersione. Evidentemente il rimpatrio monitorato sarà più sicuro, ma non senza problemi. Il numero delle persone presenti nel campo è rimasto, grossomodo, stabile perché molti Paesi non hanno voluto rimpatriare i Foreign Terrorist Fighter detenuti lì, soprattutto se donne con figli: se le madri venissero incarcerate al rientro, i bambini resterebbero senza tutela diretta. Non tutti gli Stati europei, inoltre, dispongono (o disponevano) di programmi specifici per l’accoglienza e la reintegrazione dei minori provenienti da contesti di tale livello di radicalizzazione. Certo, l’attenzione è alta nel monitoraggio e controllo da parte delle Forze dell’ordine; oltre a strumenti investigativi va rafforzata la cooperazione internazionale. La sfida è ancora alta: mantenere un equilibrio tra prevenzione efficace, sicurezza e rispetto dei principi giuridici».
L'articolo I figli del Califfato e la fuga da al-Hol, il caos siriano che non si può più ignorare proviene da Linkiesta.it.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Furioso
0
Triste
0
Wow
0




