Più testate nucleari e l’Europa sotto l’ombrello francese, Macron rompe il tabù

Mar 3, 2026 - 12:30
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Più testate nucleari e l’Europa sotto l’ombrello francese, Macron rompe il tabù

Île Longue, la base dei sottomarini atomici francesi in Bretagna, non è un luogo che si sceglie per caso. È da qui che dal 1972 almeno uno dei quattro sous-marins nucléaires lanceurs d’engins francesi è sempre in mare, silenzioso e irrintracciabile, pronto. È qui che Emmanuel Macron ha scelto di pronunciare lunedì il discorso più atteso – e più rimandato – della sua presidenza in materia di deterrenza nucleare. Il messaggio era destinato agli alleati europei quasi quanto agli avversari: la Francia c’è, il suo arsenale cresce, e d’ora in poi lo condivide – in parte – con il continente.

Ormeggiato in quelle acque bretoni c’è anche Le Téméraire, il Temerario, uno dei quattro della classe Triomphant che portano sul fondo dell’Atlantico la garanzia ultima della sopravvivenza francese. È una macchina da guerra discreta, quasi filosofica nella sua logica: esiste per non dover mai essere usata. Macron ha parlato proprio da lì per dire che quella logica, adesso, si estende oltre i confini dell’Esagono.

La notizia principale è semplice e storica insieme: per la prima volta in decenni, la Francia aumenterà il numero delle sue testate nucleari. Macron lo ha detto senza esitazione – «ho ordinato un aumento» – e senza fornire cifre. Anzi, ha aggiunto che Parigi non comunicherà più i dati sull’arsenale, chiudendo una stagione di relativa trasparenza. Le stime esterne – SIPRI, Federation of American Scientists – parlano di circa 290-300 testate. Resteranno un’approssimazione.

La giustificazione è geopolitica: la guerra in Ucraina, la crescita militare cinese, i segnali di disimpegno americano sotto Donald Trump. «Per essere liberi bisogna essere temuti, e per essere temuti bisogna essere potenti», ha detto Macron, in un registro quasi gollista. Ma la vera novità non è l’aumento in sé: è la direzione in cui punta.

Macron ha presentato il concetto di «deterrenza avanzata» – dissuasion avancée – che rappresenta una rottura, almeno parziale, con la tradizione francese dell’assoluta autonomia strategica. Otto Paesi europei hanno accettato di partecipare: Germania, Polonia, Paesi Bassi, Belgio, Grecia, Svezia, Danimarca e Regno Unito. Potranno prendere parte a esercitazioni nucleari francesi, visitare siti strategici, ospitare temporaneamente i Rafale nucleari dell’armée de l’air. Con Berlino, c’è già una dichiarazione congiunta: i primi passi concreti inizieranno quest’anno, nello spirito del Trattato di Aquisgrana.

È una mossa che ha del paradossale per chi conosce la cultura strategica francese. Parigi ha sempre guardato con una certa sufficienza al modello Nato di nuclear sharing, considerandolo troppo dipendente da Washington, troppo cogestito. Adesso ne replica – adattandola – la logica: forze convenzionali alleate a supporto della deterrenza nucleare francese, dispiegamenti rotazionali, esercitazioni comuni. Chi segue da vicino il dibattito interno transalpino sa che questa svolta non è stata indolore: le resistenze del Commissariat à l’énergie atomique e del Ministère des Armées, legate a una visione più ortodossa della suffisance stricte, hanno frenato per mesi l’ambizione dell’Eliseo.

Eppure Macron ha tenuto fermo su un punto: la decisione finale sull’uso delle armi nucleari resta esclusivamente nelle sue mani. Nessuna condivisione del comando, nessuna ridefinizione degli “interessi vitali” della Francia – categoria volutamente vaga, pensata per non offrire all’avversario la mappa delle linee rosse. «Non ci sarà condivisione della definizione degli interessi vitali», ha precisato. La deterrenza avanzata non è deterrenza estesa nel senso americano del termine: non c’è garanzia esplicita, non c’è ombrello formale. C’è, semmai, un’ambiguità costruita con cura.

Il contesto in cui arriva questo discorso è carico di tensione. Lo stesso giorno, un drone iraniano ha colpito una base RAF a Cipro – primo attacco su suolo europeo dopo i raid israeliano-americani che hanno ucciso la guida suprema Khamenei nel fine settimana. L’Europa, insomma, non sta guardando da lontano una crisi lontana. La sta vivendo.

La domanda che rimane aperta è quanto questa architettura reggerà alla prova dei fatti. La Francia è la quarta potenza nucleare mondiale, con un arsenale che è un decimo di quello russo o americano. La sua credibilità come scudo europeo dipende non solo dai numeri – che cresceranno, ma non fino a competere con Mosca – ma dalla percezione che Parigi sia davvero disposta a rischiare per Varsavia o L’Aia quello che rischierebbe per Lione o Marsiglia. Macron non ha risposto a questa domanda. Non poteva. La deterrenza funziona proprio perché quella risposta resta sospesa.

Quello che ha fatto è spostare il centro di gravità del dibattito europeo sulla sicurezza. In un momento in cui l’ombrello americano scricchiola e il Royaume-Uni resta l’unica altra potenza nucleare del continente, la Francia si candida esplicitamente a pilastro alternativo. Le Téméraire torna in mare. L’Europa prende nota.

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Redazione Redazione Eventi e News