Il primo anno del Partito Liberaldemocratico, e l’ambizione di rompere il bipopulismo

Un anno fa era poco più di una scommessa. Un tentativo di rimettere insieme un’area politica che in Italia sembra ricostruirsi e frantumarsi ciclicamente: il liberalismo riformista, europeista, allergico tanto ai populismi di destra quanto a quelli di sinistra. Allora si parlava di simbolo, manifesto, statuto. Di un progetto ancora sulla carta. Oggi il Partito Liberaldemocratico di Luigi Marattin compie il suo primo anno di vita, con una struttura organizzativa, una scuola di formazione politica appena avviata e l’ambizione – non proprio modesta – di riportare al centro del dibattito italiano temi che negli ultimi decenni sono scivolati ai margini: produttività, riforme istituzionali, diritto internazionale, cultura liberale.
Onorevole Marattin, il Partito Liberaldemocratico compie un anno. In un sistema dominato da populismi opposti, quanto è stato difficile costruirsi uno spazio politico?
Difficile, ma bellissimo. E il merito non è mio. Ma di migliaia di persone che in tutta Italia, da Bolzano ad Agrigento, dalla Puglia al Piemonte si sono messe in gioco “a mani nude”: senza garanzie, controcorrente, partendo da zero, rimettendoci tempo, soldi, affetti. E lo hanno fatto per il vero motivo per cui si fa (o si dovrebbe fare) politica: perché credono in qualcosa. In un anno abbiamo costituto una organizzazione stabile in tutte le regioni italiane e nell’ottanta per cento delle province, senza una lira e con pochissimo spazio mediatico, secondo i sondaggi abbiamo circa lo stesso risultato di partiti che invece stanno in tutti i Tg e tre volte a settimana nei maggiori quotidiani e talk show.
Se dovesse indicare una cosa che avete costruito davvero e una che invece è stata più difficile del previsto, quali sarebbero?
La cosa che abbiamo costruito è una comunità che è tenuta insieme non dalla fedeltà ad una persona – come spesso è accaduto negli ultimi trent’anni – ma da un’idea ben definita e autenticamente liberale di società. Da noi arriva chi è convinto della nostra idea di Italia e delle idee che la incarnano. La cosa più difficile è conquistare uno spazio mediatico quantomeno paragonabile a quello che hanno partiti che pur non sono lontani dal nostro livello di consenso. Pensavo sarebbe stato più agevole, invece riscontriamo molta ostilità da un mondo che è molto a suo agio con questo bipolarismo da curve ultras. Che è proprio quello che invece noi vogliamo cambiare.
Quali sono le prospettive del Partito Liberaldemocratico in vista delle elezioni politiche del 2027?
In un Paese in cui gli schieramenti politici sono molto fluidi – sia il centrosinistra che il centrodestra di oggi sono sideralmente diversi da quello che erano 10 o 15 anni fa – un partito oggi non può nascere con l’obiettivo aprioristico di assumere una delle due etichette. Il Partito Liberaldemocratico, infatti, è nato con l’obiettivo di affermare un’idea di società e promuovere le politiche necessarie per costruirla. In questo anno abbiamo lanciato una dozzina di campagne tematiche, dalla riduzione delle tasse al ceto medio a quella sugli asili nido aziendali, dal nucleare alle proposte liberali sul mercato degli affitti, dalla privatizzazione della Rai al contrasto dell’anonimato sui social, dalla riforma della contrattazione collettiva alla riforma radicale della scuola, dalla sanità alla rivoluzione concorrenziale in tutti i settori. Visto che al momento queste nostre idee – e l’idea liberale di società che le sottende, cioè quella in cui lo Stato fa meno cose ma fatte meglio, e crea le migliori condizioni affinché la persona possa cercare la propria felicità – sono considerate “liberismo sfrenato” dal populismo di centrosinistra e “servilismo verso i poteri forti” dal populismo di centrodestra, preferiamo costruire, insieme ad altri che sono nella nostra stessa area politica, un’offerta in grado di fornire agli italiani una terza scelta. Agli italiani, in particolare, che non vogliono rischiare di mandare col proprio voto Matteo Salvini e Roberto Vannacci o Giuseppe Conte e Nicola Fratoianni a fare i ministri.
Andiamo sul referendum. Lei ha fatto sapere che voterà Sì, perché?
Perché questa riforma è il semplice completamento di una scelta che l’Italia ha già fatto nel 1988, quando la promosse a larga maggioranza un partigiano socialista che da giovane fu rinchiuso in Via Tasso; e nel 1999, quando inserimmo il relativo principio nella Costitituzione, senza nessun voto contrario in Parlamento. E cioè che pubblico ministero e giudice dovevano essere due mestieri ben distinti. È chiaro che questo principio non può essere effettivamente realizzato se, nonostante la “teoria”, giudici e Pm siedono ancora nello stesso organismo, il Csm, che ne governa le carriere. E riguardo alla scelta dei componenti, il sorteggio esiste già, da anni e senza nessuna lamentela, per la composizione degli organi che decidono la carriera di noi professori universitari. Devo ancora trovare uno che mi spieghi perché invece applicare lo stesso concetto ai magistrati sarebbe “fascismo”, o “sottomissione della magistratura al governo”.
Quando si parla di giustizia in Italia il dibattito viene puntualmente strumentalizzato e si trasforma in uno scontro ideologico tra “garantisti” e “giustizialisti”. Come si esce da questa impasse?
In questa impasse ci siamo capitati perché negli ultimi quindici anni la politica è diventata qualcosa a metà tra una sfida tra scadenti campagne pubblicitarie (in cui non c’è neanche la sanzione per chi fa pubblicità ingannevole) e una tra curve ultras scalmanate, che urlano slogan corti e orecchiabili al solo scopo di sovrastare l’altra curva e dileggiarla. Questo pessimo risultato è stato raggiunto con la complicità esplicita o implicita di parte dell’informazione.
I discorsi ideologici si ritrovano, in forme diverse, anche quando si parla di economia, danneggiando un Paese la cui produttività negli ultimi trent’anni è cresciuta circa cinque volte meno della media europea. Quali sono le cause strutturali di questo ritardo?
Dimensione media d’impresa troppo ridotta, poca specializzazione produttiva nei settori ad alto valore aggiunto, inefficienza media del settore pubblico, scarsa dimensione del mercato dei capitali, eccessivo peso fiscale, troppa incertezza legata alle regole e alla giustizia, sistema formativo poco attento alle trasformazioni della conoscenza. In generale, esaurito il “miracolo italiano”, il sistema italiano non è stato in grado di immaginare e realizzare la fase successiva dello sviluppo, mentre attorno il mondo cambiava.
Il Partito Liberaldemocratico partito propone un “Patto per la produttività”. Se dovesse sintetizzarlo in tre priorità politiche immediate, quali sarebbero?
La nostra ricetta è semplice. Primo punto: riforma della contrattazione collettiva, superando il modello del 1993. Lasciamo ai contratti collettivi nazionali solo la fissazione della retribuzione minima e il recupero dell’inflazione programmata. Il resto devolviamolo tutto alla contrattazione decentrata (aziendale, di ambito, territoriale), detassando gli aumenti retributivi decisi in quella fase e detassando strutturalmente (e non solo anno per anno come avviene ora) il salario di produttività.
Secondo punto: il governo Meloni ha previsto l’anno scorso un forte incentivo fiscale (dimezzamento delle imposte sul reddito per 6 anni per chi riporta l’azienda in Italia), che tuttavia è ancora fermo perché sospettato di essere aiuto di Stato. Allora usiamo quello stesso incentivo, invece, per le microimprese che si fondono. Per aumentare la dimensione media di impresa non basta l’incentivo fiscale però, occorre anche rimuovere tutte le barriere alla crescita dimensionale delle imprese, come fece il Jobs Act nel 2015.
Terzo punto: occorre liberalizzare con forza tutti i settori, rimuovendo ogni tipo di barriera all’entrata o di protezione ingiustificata. Ciò che spinge l’innovazione non è lo Stato, ma è lo stimolo concorrenziale. Più innovazione significa più valore aggiunto, il che significa – in presenza di un adeguato sistema di contrattazione – salari più alti.
Il nodo delle piccole imprese italiane viene citato da decenni come uno dei limiti alla crescita del Paese. Perché nessun governo è riuscito davvero a scioglierlo?
Perché è molto più facile andare dalla microimpresa (o dal piccolo lavoratore autonomo) e dirgli «stai tranquillo, il mondo in fondo è lo stesso degli anni Settanta, quando questa tipologia ha fatto la fortuna di tanti. Tranquillo che io ti riporto lì». Raccontare questa favola della buonanotte è rassicurante e ti fa guadagnare il voto facile di milioni di partite Iva. Anche se in realtà, nel mondo in cui viviamo da almeno trent’anni, le stai solo condannando a morte.
Allarghiamo lo sguardo al panorama internazionale, lo spazio politico delle democrazie liberali sembra essersi ridotto negli ultimi decenni. Cosa significa concretamente per l’Europa e per l’Italia?
Che il modello liberal-democratico su cui si fondano da secoli le democrazie europee è sotto attacco: dall’estremismo islamico (sunnita dei Fratelli Musulmani e sciita della teocrazia iraniana), dalla minaccia russa, dall’espansionismo cinese, dalle democrature a noi vicine, come Ungheria e Turchia. E per la prima volta in ottant’anni, il nostro storico alleato americano pare non volersi più occupare troppo di noi (sicuramente non vuole essere quello che paga per la nostra sicurezza). Tutto questo mentre anche tra la popolazione cresce l’insofferenza verso le liturgie e le lentezze dei processi democratici e aumenta il fascino del “uomo solo al comando” e delle decisioni veloci. Ecco perché le liberaldemocrazie affrontano una sfida mortale, che va accettata fino in fondo. Ed ecco perché l’Europa deve fare un salto di integrazione, se non vuole finire per essere solo terra di conquista dei nuovi imperi.
Servirebbe, per dirla con Mario Draghi, un federalismo europeo pragmatico. Secondo lei quali sarebbero i primi passi concreti per costruire un’Europa più forte?
Primo, mettere davvero in comune i mercati (cominciando con quello dei capitali) ed emettere eurobond, attuando il rapporto Draghi. Secondo, devolvere alcune competenze (ricerca, ambiente, difesa, competitività, immigrazione) dagli Stati nazionali all’Unione europea, scorporando le relativa parte di budget nazionale attualmente dedicata a quelle funzioni, onde evitare in aggregato aumenti di tasse. Terzo, una incisiva riforma della governance istituzionale, dall’elezione diretta del presidente della commissione alla concessione di iniziativa legislativa al parlamento europeo, passando per l’abolizione del voto all’unanimità in Consiglio e una legge elettorale unica per il Parlamento.
Invasione dell’Ucraina, guerra in Medio Oriente e la competizione tra Stati Uniti e Cina ci dicono che il diritto internazionale è sempre più fragile. È ancora uno strumento reale o è diventato foglia di fico?
L’unico periodo della storia in cui il diritto internazionale si è avvicinato a essere cogente e in cui abbiamo avuto l’embrione di un efficace multilateralismo sono stati gli anni Novanta. Perché la Guerra fredda era finita, avevano vinto le liberaldemocrazie e Francis Fukuyama proclamava la “fine della storia”. Questa breve illusione ebbe fine nel decennio successivo: con l’attacco del terrorismo islamico, con il cambio di postura della Russia (in Georgia, poi in Crimea e ora in Ucraina), e con l’avvio di un aggressivo protagonismo cinese. A quel punto, l’illusione era finita: il mondo è diventato un posto dominato dai rapporti di forza, non dal diritto o dall’Onu (che nel frattempo da soluzione è diventato un problema, si veda i casi Unrwa o Francesca Albanese). L’unico modo per tornare a un mondo regolato dalla forza del diritto e dalle istituzioni multilaterali è respingere l’attacco alle liberaldemocrazie e farle tornare protagoniste, dovunque nel mondo si alzi una endogena domanda di libertà.
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