Il servizio civile compie 25 anni: oggi come allora, significa pace
Da 181 si è arrivati a quasi 50mila: verrebbe da dire “un esercito”, ma non c’è parola che meno si addica a chi sceglie il servizio civile, grazie a una legge (la n. 64/2001) che domani compie 25 anni. Meglio dire una grande scuola, aperta e diffusa, di cittadinanza attiva.
In questo quarto di secolo, oltre 720mila ragazze e ragazzi, tra i 18 e i 28 anni, si sono impegnati nel servizio civile, sia in Italia che all’estero.
Il primo anno, nel 2001, quando fu approvata la legge, erano appena 181 i giovani volontari. Oggi, il Servizio civile universale ha letteralmente invaso il mondo: non con le armi e gli eserciti, come troppo spesso accade di questi tempi. Ma con giovani animati dal desiderio di mettersi al servizio della comunità e dedicare un anno o poco meno della propria vita all’impegno e alla solidarietà.
Oggi sono più di 68mila le sedi in cui i giovani svolgono il proprio servizio, distribuite tra enti pubblici e del privato sociale, che gestiscono progetti di assistenza, cultura, educazione, ambiente e protezione civile. 67 mila sono i progetti finanziati dal 2001 a oggi, tutti con il duplice obiettivo di formare i giovani alla solidarietà e l’impegno e al tempo stesso rispondere ai bisogni della comunità.
Dai 181 volontari del 2001 si è arrivati ai quasi 55 mila del 2023, anno da record. Lo scorso anno gli avvii sono stati poco meno di 49mila e in questo momento si raccolgono le candidature per il nuovo bando, da poco pubblicato: i posti sono circa 66mila.
Sono quindi 25 anni pieni di vita, di impegno, di protagonismo dei giovani. Ce ne parlano i numeri, messi a disposizione dal Dipartimento politiche giovanili. Ma ce ne parlano soprattutto i protagonisti di questa storia, alcuni dei quali sono presenti, oggi, all’evento nazionale “Il valore della Scelta: 25 anni di Legge 64/2001. La pace si fa così”, promosso dalla Conferenza nazionale enti per il servizio civile (Cnesc) e il Centro di Ateneo per i Diritti Umani “Antonio Papisca” dell’Università di Padova.
In un’epoca che tende a normalizzare i conflitti, il Servizio Civile rappresenta lo spazio in cui le nuove generazioni esercitano una cittadinanza consapevole, trasformando l’impegno quotidiano in una pratica di pace positiva e visibile Laura Milani
«Fare memoria della Legge 64/2001 non è un esercizio di retorica, ma un atto necessario per rilanciare oggi il ruolo fondamentale di enti, giovani e donne nella costruzione della pace», ci spiega Laura Milani, presidente della Cnesc. «In un’epoca che tende a normalizzare i conflitti, il Servizio civile rappresenta lo spazio in cui le nuove generazioni esercitano una cittadinanza consapevole, trasformando l’impegno quotidiano in una pratica di pace positiva e visibile».
Il servizio civile è infatti, oltre che un’o strumento ‘esperienza di impegno civile, uno strumento di promozione ed educazione alla pace: «La legge 64 ha tra le sue finalità quella della difesa civile non armata e nonviolenta della patria. Introduce l’elemento nuovo della scelta volontaria dei giovani di fare questa esperienza al servizio delle comunità, ma anche la possibilità per le donne di partecipare in modo attivo a processi di costruzione della pace e di cittadinanza attiva. Nel rileggere queste novità oggi – anche in considerazione del contesto internazionale attuale, della delegittimazione del diritto internazionale, della normalizzazione della guerra, del dibattito sul ritorno della leva – abbiamo riflettuto sul fatto che il servizio civile è a una svolta: o scivola sempre più verso la dimensione delle politiche giovanili, o recupera con forza il suo mandato originario di costruzione della pace in un modo nonviolento e a partire da esperienze concrete».
Altra sfida è quella dell’universalità: una promessa tutt’altro che mantenuta, visto che il numero complessivo delle domande supera ampiamente, ogni anno, il numero dei posti disponibili: «L’universalità è un percorso in divenire», afferma Milani. «Ci sono segnali positivi, come il bando per 66mila volontari, quindi numeri importanti. E anche sulla comunicazione istituzionale, vediamo dei cambiamenti in positivo. L’obiettivo rimane la stabilizzazione dell’istituto e la possibilità per tutti i giovani di partecipare».
Nello scenario internazionale attuale, l’ambizione che più preme è quella di «rilanciare con forza la finalità del servizio civile prevista dalla legge, ovvero di difesa civile non armata e nonviolenta della patria, di promozione dei principi costituzionali e della pace tra i popoli, valorizzando il ruolo delle operatrici e operatori volontari di difensori dei diritti umani, civili, sociali. Questo anche alla luce di quello che succede in Italia e a livello internazionale, per provare a dare risposte concrete, nonviolente, dal basso alle problematiche e ai bisogni delle comunità», conclude Milani.
Il servizio civile, 20 anni fa
A testimoniare come fosse il servizio civile appena nato, c’è Teresa Marino, una delle prime volontarie e oggi presidente di Arci Servizio civile Roma. «Ho svolto il Servizio Civile in uno dei primi bandi, tra il 2003 e il 2004, nel progetto “Student Help Desk” della rete Arci Servizio Civile – Mutua studentesca, per la promozione del diritto allo studio».
Perché quella scelta?
Avevo fatto domanda perché mi incuriosiva l’idea di partecipare a un’esperienza che fino a quel momento era stata appannaggio dei maschi. Me ne parlarono amici obiettori: loro obbligati, noi volontarie. C’era una grande curiosità nel fare un’esperienza di questo tipo, dentro il mondo del Terzo settore.
Quell’esperienza, poi, è diventata il mio lavoro. Ho iniziato a collaborare con Arci Servizio Civile Roma e con Arci Servizio civile nazionale, organizzando e svolgendo attività di formazione. Oggi sono presidente di Arci Servizio Civile Roma.
Vedi più differenze o più affinità tra i volontari di allora e quelli di oggi?
Vedo la stessa voglia di mettersi in gioco e di rendersi utili in maniera strutturata. Di diverso, c’è forse la spinta: allora era soprattutto politica, una voglia di attivismo più marcata. Oggi si presta forse maggiore attenzione all’aspetto formativo e professionalizzante, che allora era meno centrale.
Pensi che questo cambiamento abbia a che fare con il mondo del lavoro oggi sempre più precario?
Il precariato c’era allora come oggi e ha sempre avuto il suo peso. Il fatto che i giovani non entrino subito nel mondo del lavoro genera uno spazio tra la fine degli studi e l’immersione professionale, che viene riempito anche dall’esperienza del servizio civile.
Come è cambiato il servizio civile in questi 25 anni?
Con il tempo, il sistema si è burocratizzato. Pur parlando di semplificazione, rispetto a 25 anni fa è tutto più carico di regole e adempimenti. Da una parte questo tutela enti e volontari, dall’altra rischia di trasformarsi in una gabbia, in un freno.
Però oggi c’è più scelta: sono aumentati gli enti, i progetti e i posti disponibili. Ma non abbastanza, perché le domande superano sempre i posti. L’obiettivo dovrebbe essere quello di far sì che chi chiede di fare questa esperienza possa davvero farla, garantendo l’universalità.
Pensi che oggi il servizio civile sia necessario più o meno di allora?
Sicuramente oggi come ieri c’è bisogno del servizio civile. È una delle poche esperienze strutturate di cittadinanza attiva rivolte ai giovani e dobbiamo difenderla e sostenerla in tutti i modi, facendo in modo che sempre più ragazzi e ragazze possano viverla.
Il Servizio civile oggi
Rosa Melfi, 30 anni, lucana, ha recentemente svolto il suo servizio in Spagna fa parte della Rappresentanza nazionale volontari di Servizio Civile, per la macroarea Estero.

Ci conferma la funzione formativa e professionalizzante del servizio civile: «Noi giovani di oggi viviamo un sentimento d’incertezza nei confronti del futuro, siamo sempre meno sicuri della strada che vogliamo prendere e il mercato del lavoro è sempre più instabile e precario. In questo contesto il servizio si configura come una risposta concreta: un’opportunità per conoscere se stessi, per mettersi a disposizione della comunità e orientare le proprie scelte future. Questo è particolarmente evidente nel Sud Italia, dove l’appetibilità del servizio sivile è notevolmente superiore rispetto alle regioni settentrionali».
Ciò non toglie nulla a quella che è la funzione originaria del servizio civile: costruire un’alternativa concreta alla guerra. «Negli ultimi anni stiamo vivendo un contesto internazionale in cui la guerra sta diventando la normalità, al punto che rischiamo di perdere la capacità di indignarci. In questo contesto il servizio civile e i suoi valori rappresentano un esempio concreto di costruzione di pace attraverso azioni quotidiane: edifica ponti, avvicina le persone, accorcia le distanze ed educa al rispetto della diversità. Questi sono tutti presupposti per la pace, una pace costruita dal basso».
Ma come saranno e, soprattutto, come dovrebbero essere i prossimi 25 anni del servizio civile? «Io immagino un servizio civile che diventa scelta sempre più consapevole, non un’alternativa ad un mondo che non dà certezze, ma il cuore pulsante di una nuova coscienza civile. Immagino un futuro dove l’impegno sociale e la crescita professionale non siano più strade separate, ma un unico cammino in cui il talento viene messo al servizio del bene comune. Un servizio che non si limiti a formare lavoratori, ma cittadini del mondo consapevoli e indipendenti, sostenuti da una dignità economica che renda questo nobile impegno una scelta possibile per tutti».
Da un punto di vista tecnico, «spero in un sistema in cui l’anno di servizio non sia solo “scritto nel curriculum”, ma certificato ufficialmente secondo standard unificati. E poi spero in un servizio civile che sia davvero universale, accessibile a tutti, indipendentemente dalla condizione socioeconomica di partenza, grazie a una revisione del contributo economico che lo renda dignitoso e parametrato al costo della vita attuale. Il servizio civile non deve essere un costo per la famiglia del volontario, ma un’opportunità di autonomia anche per chi proviene da contesti fragili e, per alcuni, la prima, vera occasione per uscire dal proprio contesto, confrontarsi con realtà diverse e allargare il proprio sguardo».
Il 6 marzo, giorno dell’anniversario della legge, Cnes e Centro Papisca diffonderanno un appello, proprio a partire dal titolo dell’incontro di oggi: “La pace si fa così”.
Nella foto di apertura (fornita dall’intervistata): Teresa Marino (la prima a sinistra) durante il servizio civile nel 2003. Nella foto interna (fornita dall’intervistata): Rosa Melfi in servizio
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