Corrado Lorefice: «Dai migranti al Medio Oriente, il fallimento dei grandi della Terra ci chiama a una nuova responsabilità»

Mar 5, 2026 - 02:30
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Corrado Lorefice: «Dai migranti al Medio Oriente, il fallimento dei grandi della Terra ci chiama a una nuova responsabilità»

Pochi giorni fa aveva inviato un messaggio all’Ong Mediterranea saving humans in seguito ai naufragi avvenuti nel Canale di Sicilia durante e dopo il ciclone Harry, tragedia «frutto delle scelte disumane dell’Europa e dell’Italia capaci solamente di legiferare contenimento e abbandono». Ma nessuno, tanto meno lui stesso, l’arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, si sarebbe aspettato che un messaggio con cui invitava tutti a reagire, «non come esponenti di un partito o tifosi di una squadra, ma come donne e uomini che vogliono rimanere fedeli al senso dell’umano», scatennasse una bufera, questa volta social, capace di raggiungere livelli di odio ideologico e verbale ingiustificato.

Ma l’arcivescono di Palermo guarda avanti, accogliendo la nostra richiesta di parlare di come la mancanza assoluta di empatia verso chi è più fragile scateni quanto accaduto.

Monsignor Lorefice, quando si parla di mobilità umana viene alla mente la strage di Cutro, consumatasi nella notte tra il 25 e il 26 febbraio, il cui terzo anniversario per lei avrebbe dovuto avere maggiore risalto…

La mia preoccupazione è che, su questo tema, in tutta la “casa comune”, oggi si vuole far scendere un grande silenzio. Come si fa a tacere una strage di quella portata? Tra l’altro, in quel caso, avevamo una grande responsabilità perchè non si manda, a una nave che sta naufragando, una barca che non può assolutamente procedere al salvataggio. Quanto è accaduto è la conseguenza di scelte concrete su stragi che noi avremmo potuto tranquillamente evitare. Ecco perchè continuo a dire che non possiamo parlare di tragedie, ma di stragi, su cui non si può tacere. Mi chiedo anche il perché del silenzio di tantissime testate giornalistiche sulla scomparsa di mille persone nel Mediterraneo durante il ciclone Harry. Perché non hanno tutto l’interesse a rimettere in circolo di nuovo questa tragedia? Com’è possibile? Ringrazio, quindi, quelle che oggi vogliono fare memoria, anzi ricordare. Come fa VITA.

In nessun luogo e in nessun tempo si può lasciare morire in mare anche solo un uomo..

Il tema della mobilità umana non può essere motivo di propaganda politica. Io non lo dico perché mi devo mettere in vista, perchè, come dicono tanti, sono il vescovo “comunista”. Io sono vescovo e la mia vita si fonda sul Vangelo di Gesù Cristo che, al capitolo 25 del Vangelo di Matteo, recita: “Io ero naufrago, io ero forestiero, e voi mi avete accolto”. Al cuore della vicenda cristiana sta scritto: “Pietro, vieni perché io ti voglio fare pescatore di uomini “. Così, quando qualcuno in nome della religione cristiana dice a un vescovo «vai a spogliarti perché non sei degno di essere vescovo», ricordo che io sto solo annunziando il Vangelo. Chi afferma che, nel nome di una religione cristiana io devo lasciare morire in mare queste persone, non si può attribuire assolutamente l’appartenenza a nessuna chiesa cristiana, tanto meno a quella cattolica.

In tanti c’è indifferenza anche nei confronti anche nei confronti della guerra. Come si spiega?

Sentiamo parlare di guerra nucleare come se si stesse parlando di una partita di calcio. Ne parlano i capi, i grandi, come li chiamo io, di questo mondo. Ci ritroviamo a sentire: «Vado a prendermi un pezzo di ghiaccio, posso distruggere quando voglio Gaza, posso tranquillamente invadere l’Ucraina». Questa è la situazione che stiamo vivendo, per cui, al netto degli insulti, mi chiedo: «Vogliamo far ragionare bene la nostra mente? Vogliamo avere una lettura vera, non pilotata, di quanto sta accadendo nella nostra Italia, nella nostra Europa e nella “casa comune”?».

La mobilitazione in favore di Gaza però è stata consistente da parte della società civile…

Vorrei dire soprattutto ai giovani: «Grazie per essere scesi in piazza, a tutti i livelli». L’unica cosa razionale è la pace perchè la guerra non lo può essere. Quella a cui assistiamo oggi, ci fa chiedere: «Quanti civili, quante donne, quanti bambini sono morti? Quanti ospedali, quante scuole, quante case distrutte?». Penso certamente a Gaza, al Medio Oriente come anche all’Ucraina e ai tanti conflitti in atto nel mondo. La guerra non può e non deve essere l’unica via. Dov’è il dialogo? Quello che si svolge nella famosa stanza ovale davanti ai riflettori di tutti i giornalisti? Ricordo i tempi in cui la Rai ci rendeva partecipi della vita vera di noi italiani, quella Rai che ha fatto cultura, quella Rai che ha unito tutta l’Italia dopo la seconda guerra mondiale. Ricordo che, quando si incontravano due grandi del mondo, entravano da soli, tutt’al più seguiti da un traduttore, in una stanza e, dietro di loro, si chiudevano le porte. Non si sapeva più niente di quel che accadeva lì dentro, se non quando ne uscivano con delle decisioni che tutti noi sapevamo essere state prese per il bene delle rispettive popolazioni.

Tempo fa il sindaco di Lampedusa disse che siamo una zattera in mezzo al Mediterraneo. Si ritrova in questa frase?

È un’immagine meravigliosa. Da quando l’ho metabolizzata come icona vi ho trovato tutta la grandezza, la potenza e tutta la fragilità di noi siciliani. La zattera salva persone. Siamo fragili ma ricchi, abbiamo nel Dna la celebrazione della meravigliosa contaminazione di culture, di religioni, di popoli, di lingue. Se io oggi percorro il centro storico di Palermo, posso leggere il nome di una strada in italiano, in ebraico, ma anche in greco o arabo. Devo rinunziare a vivere questa meraviglia? Devo ritrovarmi in una “casa comune”, diventata un villaggio nel quale ci eliminiamo a vicenda? Quello che mi dice anche la mia fede è che, il mondo, Dio lo ha creato come un giardino e non come un campo di battaglia. Al centro di questo giardino c’era l’albero della vita e della conoscenza del bene e del male, ma in questo giardino purtroppo l’uomo ha perso di vista la cosa essenziale e cioè che era già libero. Si è, quindi, voluto sostituire a Dio: «Se mangerai dell’albero, diventerai Dio». E noi, oggi, siamo innanzi a uomini potenti i cui profili sono quelli di narcisisti con il delirio di onnipotenza. Lo dicevo prima, se domani mattina uno di questi grandi del mondo si alza e dice «Voglio andare a prendermi un pezzo di ghiaccio», che succederebbe? Un pezzo di ghiaccio, nel quale c’è uno Stato, ci sono leggi, ci sono case, città, persone. Se, poi, un altro di questi grandi del mondo un’altra mattina si sveglia e pensa che la “zattera Sicilia”, al centro del Mediterraneo, gli è più conveniente? Quanto e come toccherebbe la nostra carne?

Credo che una conseguenza di questa aria che respiriamo sia sempre di più una sorta di deresponsabilizzazione nella costruzione della città umana. Questo per tanti motivi, ma soprattutto per un crescente individualismo. Abbiamo perso sempre di più la coscienza che siamo tutti costruttori anche della “casa comune” che abitiamo. Ma come posso pretendere che, dinanzi ai grandi problemi, ci possa essere una consapevolezza e una presa di posizione di tutta la comunità? Chiaramente è la conseguenza non solo di una scelta di ordine culturale, ma anche come una sorta di ricaduta rispetto al sonnifero con il quale stanno nutrendo le nostre coscienze. Noi viviamo ormai pilotati da chi ha il potere, oggi in mano a chi detiene quello economico e di condizionamento della comunicazione.

Qual è, a tal riguardo, la sua preoccupazione?

Se è vero quello che dicevo prima e cioè che la Rai, subito dopo la seconda guerra mondiale, ha avuto il merito di unire gli italiani, ridando loro un’unica lingua e portando avanti una sfida culturale, cosa sono diventati oggi i mezzi di comunicazione? Se io accendo la televisione trovo il vuoto, infatti non la guardo più da tempo, ma è strategico perchè ci si vuole mettere intenzionalmente davanti a questo vuoto per non farci pensare. Se si pensa si è liberi e oggi non si vogliono uomini e donne libere, non si vogliono cittadini consapevoli. Oggi non si vogliono fratelli che abitano la “casa comune”.

I giovani sono la speranza, ma appaiono anche molto fragili…

È vero, c’è in loro una fragilità e noi adulti abbiamo grandi responsabilità nei loro confronti perché stiamo facendo trovare un vuoto alle nuove generazioni, non dando loro la possibilità di apprezzare incertezza, insicurezza e aggressività. Abbiamo avuto un incontro con Paola Bignardi, una pedagogista molto attenta ai fenomeni sociali, che ci ha portato i dati di una ricerca sul bisogno di spiritualità che i giovani hanno oggi. Quello che emerge è che non seguano magari una religione, non la vogliono, ma questo non vuol dire che non abbiano una spiritualità di cammino, di comprensione del senso della vita. Solamente, non si ritrovano dentro la struttura di una religione incapsulata, che rischia di svuotarsi del carisma dato dalla forza valoriale che può avere chi nega che il Vangelo abbia un’energia spirituale. Oltre al dato di questa inchiesta scientifica, ho registrato come i giovani si siano interfacciati dal punto di vista politico, per esempio con la questione relativa a Gaza. La stragrande maggioranza non si ritrova in questa politica dei partiti. Di destra, centro, sinistra, indistintamente. Però, nel momento in cui vengono toccati da temi che lì riguardano, ecco che si accendono. Credo, quindi, che noi dovremmo ascoltare di più i nostri giovani perché hanno molto da dirci. E, se a volte sono lontani, è perché li allontaniamo noi. Non dobbiamo averne paura, ma soprattuto non dobbiamo consegnare loro vuoto educativo, culturale e formativo.

Un impegno che anche la Chiesa di Sicilia si è assunta con lei in prima fila?

Io non voglio stare al centro, essere protagonista, anche perchè la Chiesa non è solo il vescovo. Quella di oggi è una Chiesa che, insieme, sempre di più, legge la realtà, legge la luce del Vangelo. E fa delle scelte anche in ordine alla sfida di una trasmissione del Vangelo che non può essere solo di tipo rituale, dottrinale. Una Chiesa che possa riconsegnare anche l’appartenenza ecclesiale, non come un’ istituzione fine a se stessa, ma come luogo in cui la comunità cristiana sia e stia in mezzo agli uomini, il segno di una trasfigurazione delle relazioni umane. E qui rispondo a coloro che mi dicono che io sono sbilanciato socialmente: «Io sono ispirato dalla mia fede cristiana, che è la visione della storia riscattata dal male». Questa è la dimensione escatologica della vita cristiana. Io, poi, convinto che ci saranno cieli nuovi e una terra nuova. E se oggi la vita umana, i cieli di oggi, la terra di oggi, il mare di oggi non corrispondono a quello che io spero, mi indigno e comincio già da ora a far sì che quello che io spero e di cui sono certo si realizzi.

Qual è l’unica strada da intrapredere?

Dobbiamo tirare fuori la bellezza che ancora c’è nella gratuità. La bellezza di un incontro è l’unica salvezza.

La foto di apertura è stata fornita dall’ Arcidiocesi di Palermo: l’arcivescovo Lorefice in occasione di una manifestazione multireligiosa per la pace

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