Questioni enoiche di genere? «Vorremmo non dover più rispondere a questa domanda»

C’è un tema che sottotraccia si può leggere nel mondo del vino, in Italia e nel mondo, ma che si rivela eventualmente superato e perciò talvolta irritante: essere donna nel mondo del vino. È ancora una questione che si pone? Essere donna oggi significa affrontare una sfida in più, è un vantaggio comunicativo? Oppure davvero la questione di genere è superata e va archiviata per sempre?
Ragionare di empowerment femminile dovrebbe essere démodé, ma nonostante i progressi il mondo del vino (come il mondo imprenditoriale nel suo complesso) resta ancora sbilanciato. E poiché il Global Gender Gap Report 2025 del World Economic Forum colloca l’Italia all’ottantacinquesimo posto, forse tocca ancora interrogarci sulla parità di genere.
Non esiste una risposta univoca. E forse una pluralità di voci – ciascuna con il proprio bagaglio di esperienze – può raccontare meglio di qualsiasi dato la complessità di un settore che si trasforma, ma non sempre alla stessa velocità per tutti.
Il tema è ancora aperto
«Essere una donna nel mondo del vino resta una missione, in un settore dove ancora lo sguardo maschile tende a essere prevalente e dove schemi di genere non sono ancora davvero superati», osserva Giulitta Zamperini, vignaiola e presidente del Consorzio dell’Orcia. Per lei la rotta è tracciata, lo spazio di protagonismo femminile cresce, ma «la strada da percorrere è ancora lunga e in salita».
A darle sostanza concreta è Valentina Di Camillo, che guida insieme al fratello Luigi l’azienda I Fauri in Abruzzo. Lavora su mercati, posizionamento, strategia. Eppure racconta l’esperienza specifica, quasi banale nella sua ripetitività. «Mi è capitato più volte che le domande tecniche venissero rivolte automaticamente a mio fratello. È un riflesso che dice più del contesto culturale che delle persone». E infatti il gap è misurabile anche guardando a chi occupa i ruoli decisionali nei consorzi e nella rappresentanza, dato che «la presenza maschile è ancora dominante».
Cristina Varchetta, delle Cantine Astroni in Campania, descrive lo stesso fenomeno con parole diverse. «Lo sguardo che cerca l’uomo per la risposta tecnica, la sorpresa quando la decisione finale è tua, l’idea implicita che tu sia più adatta alla comunicazione che alla gestione della vigna o dell’azienda». Per l’imprenditrice campana «è una sorta un maschilismo non dichiarato, qualcosa di più sottile, culturale». Qualcosa che non è scomparso, si è semplicemente raffinato.

Giulia Monteleone, produttrice sull’Etna, porta il discorso sul piano operativo quotidiano. «La viticoltura è agricoltura, a volte ce lo dimentichiamo», chiosa, e nel lavoro di cantina, con una squadra di operai spesso tutta maschile, farsi riconoscere richiede un percorso. «Nella quotidianità reputerei l’essere donna assolutamente uno svantaggio, almeno all’inizio. Bisogna provare in qualche modo di essere capaci, di essere competenti. A quel punto anche la squadra comincia ad avere un atteggiamento diverso e più rispettoso». Una conquista per gradi, niente di automatico. E aggiunge: «Il mondo agricolo resta ad oggi sempre un mondo maschile, soprattutto nel sud Italia».
Quando l’attenzione diventa una “gabbia”
C’è però un altro piano, forse meno visibile e per questo più insidioso. Valentina Di Camillo lo nomina con precisione: «Il racconto della “donna nel vino” rischia di diventare un cliché. Veniamo celebrate, invitate a panel dedicati, raccontate come categoria. C’è attenzione sì, ma a volte è un’attenzione che incornicia».
Essere messa in vetrina come “donna vignaiola” può diventare una forma sottile di marginalizzazione. «Finché serve specificarlo, significa che il tema è ancora aperto», dice Di Camillo. E la sua rivendicazione è chiara: «Non voglio essere interessante perché donna, ma perché imprenditrice che prende decisioni economiche, produttive e strategiche».
Asja Rigato dal Veneto condivide questa prospettiva. La crescita di attenzione mediatica sulle donne nel settore è stata positiva – «ha fatto in modo che molte ragazze prendessero ispirazione e coraggio per intraprendere questa strada» – ma guarda avanti con una speranza precisa: «Mi auguro per il futuro che il genere non sia più oggetto di diversità e quindi di attenzione, ma si parli esclusivamente di professionalità e competenza senza sottolineare il fatto che siamo donne, come se fosse motivo di stupore».
Le fa eco Cristina Varchetta: «Spesso ho la sensazione che “donna del vino” resti ancora una categoria a parte, mentre quello che possiamo portare è un’attenzione forte alla relazione: con il territorio, con la squadra, con il cliente finale. Un’idea di impresa meno autoreferenziale e più comunitaria, meno centrata sull’ego e più sul progetto e sulla continuità». Non come caratteristica biologica, ma come alternativa culturale a un modello narrativo costruito per anni sulla figura del vignaiolo-eroe, «carismatico e solitario».
Il vantaggio che non è vantaggio
Filomena Iacobucci di Terre Stregate (Campania) propone una lettura strategica e di mercato. Il settore vitivinicolo «conserva un’impronta maschile radicata – dice – ma i mercati sono saturi di prodotti simili e la differenziazione diventa urgente». Qui la presenza femminile può fare la differenza – non come privilegio, ma come postura: «Il mercato non cerca più solo il “tecnico”, ma l’identità, e le donne/vignaiole tendono a comunicare il vino in modo meno accademico e più emozionale».

Il vantaggio, per Iacobucci, non è «essere donna», ma la capacità di portare «cura del dettaglio, visione a lungo termine, sostenibilità e capacità di ascolto del mercato» in un settore che ne ha bisogno. E il 2026, proclamato dall’Onu Anno internazionale delle donne in agricoltura, può essere l’occasione per rendere visibile questa trasformazione.
Giulia Monteleone vede la stessa opportunità nel racconto: «Nella comunicazione i racconti di donne vignaiole risultano molto interessanti e allettanti, c’è questo tema di una maggiore sensibilità alla tutela del territorio, un approccio spesso più rispettoso». Ma è attenta a non rovesciarlo in una rendita: «il riconoscimento deve venire dopo la competenza».

E se il tema fosse superato?
Non tutte le vignaiole o imprenditrici del vino si riconoscono in questo quadro. «Sinceramente non mi sento discriminata, ormai le donne nel mondo del vino sono molte e per me non ha senso fare differenze», osserva Maria Vittoria Maculan (Cantina Maculan) con una nettezza che non ammette sfumature. «Contano preparazione, voglia di darsi da fare e buona volontà. Nessuno si stupisce più se alla guida di un’azienda c’è una donna».
Dalla Valpolicella, Maddalena Pasqua di Bisceglie (Musella) racconta la propria traiettoria come misura del cambiamento: «Trent’anni fa ero un’anomalia quando giravo per fiere e degustazioni a fare domande ed esperimenti. Oggi vedo un settore naturalmente abitato dalle donne. È la mia impressione, ma è fondata su decenni di osservazione diretta».
Anche Carla Maugeri dall’Etna non ama sottolineare differenze tra sfera femminile e maschile in nessun ambito lavorativo. «Guidare un’azienda vitivinicola non è una questione di genere, ma di visione, competenza e capacità di interpretare il territorio». Ridurre il tema a uomo o donna «significa guardare al passato. Oggi piuttosto si parla di responsabilità, cultura e identità».

Una generazione che non vuole i “privilegi”
È forse Federica Fina, produttrice siciliana classe 1990, a offrire la sintesi generazionale più articolata. Parte da lontano: nel 1988, tre produttrici fondano l’associazione Donne del Vino perché «era necessario, era un mondo molto maschio ai tempi. E le ringrazio di cuore per l’eredità che ci hanno lasciato». Quando lei entra nel settore, nel 2015, sente ancora lo stupore esterno – «sei una donna con gli attributi» le diceva qualcuno, come se fosse straordinario – ma già non lo riconosce come normale.
«Oggi sono veramente fiera di dire che il mondo del vino, per ciò che concerne la mia personalissima esperienza e osservazione, non guarda al genere. Siamo donne e uomini, che ci consideriamo persone e professionisti». L’esperienza di Generazione Next, il gruppo dei giovani produttori in Sicilia, è emblematica: «Nella formazione del gruppo non abbiamo mai fatto caso a quanti uomini o quante donne ne fanno parte, ma quanti siamo in totale. Questo è già molto indicativo di come il nostro settore si sia evoluto».
La sua rivendicazione va in una direzione precisa: «Siamo noi stesse a non voler dei privilegi in quanto donne. La parità deve essere intesa come considerazione di persona e professionista. Non vorrei mai essere scelta per un ruolo in quanto donna, ma per le mie capacità».

Il nodo critico che resta
Tutte queste voci femminili non si contraddicono davvero. Parlano di esperienze diverse, di generazioni diverse, di geografie diverse, ma per dirla con le parole di Valentina Di Camillo «forse smetteremo di parlare di gender quando non sarà più necessario farlo. Parlarne significa alimentarlo? O ignorarlo aiuterebbe a superarlo? Io questo non lo so». Per Cristina Varchetta «il tema esiste ancora, ma non come rivendicazione ideologica».
Ecco che Cristina Mercuri, quarta Master of Wine italiana e prima donna italiana nel club ristretto, fa sintesi a partire da una considerazione: «In un mondo perfetto parlare delle questioni di genere sarebbe un traguardo, ma purtroppo in Italia tra le molte donne impegnate nel nostro settore ancora poche ricoprono posizioni-chiave. E alcune battute da spogliatoio che ancora sento tra gli addetti ai lavori mostrano come sia necessario stressare questa cosa». E la sua stessa proclamazione come Mw diventa uno sprone per altre donne che troppo spesso si sentono dire che non ce la possono fare. Eppure Mercuri si dice felice nel riconoscere l’inclusione come cifra nelle nuove generazioni. «Per loro il genere non è un problema, come non lo sono la terra d’origine o le preferenze sessuali. Finalmente si vede un clima che mi piace. E ci sono aziende anche del vino che stanno adottando protocolli per i processi di valorizzazione della diversità».
Tutte le voci sembrano dunque concordare su un punto: il traguardo non è il trionfo di un genere, ma la dissoluzione della differenza come discriminazione.

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