Il doppio gioco di Pechino nell’Europa che corteggia la Cina

Mercoledì scorso, la polizia antiterrorismo britannica ha arrestato tre uomini a Londra e in Galles con l’accusa di aver assistito i servizi segreti cinesi. Uno di loro è David Taylor, 39 anni, marito della deputata laburista Joani Reid, nel 2016, come rivelato da The I Paper, in viaggio per nove giorni in Nepal assieme alla principessa Beatrice, primogenita dell’ex principe Andrea, caduto in disgrazia per il caso Epstein. Gli altri due arrestati sono Steve Jones, 68 anni, ex consigliere del governo gallese, e Matthew Aplin, 43 anni, ex addetto stampa del Labour: sono stati fermati rispettivamente a Powys e a Pontyclun, nel Galles del Sud. Tutti e tre sono stati rilasciati su cauzione fino a maggio. Le perquisizioni hanno riguardato sei indirizzi tra Londra, Cardiff, East Kilbride e dintorni.
La polizia ha perquisito anche le abitazioni di due giornalisti: Martin Shipton, di Nation.Cymru, e James Robinson, ex reporter del Guardian e fondatore della società di comunicazione Woburn Partners, nonché marito dell’ex deputata laburista Gloria De Piero. Nessuno dei due è stato arrestato.
In sé, un caso di spionaggio non è una novità. La novità è il momento in cui avviene, e il contesto in cui si inserisce. Il tutto, sembra elevare la vicenda alla dimensione politica.
Tre settimane prima degli arresti, il primo ministro Keir Starmer era a Pechino. Era la sua prima visita ufficiale in Cina da quando è entrato a Downing Street, e seguiva le missioni dei ministri degli Esteri e delle Finanze, oltreché del capo di stato maggiore della Difesa. Il segnale era chiaro: il governo laburista intende riaprire un canale solido con la Cina, dopo anni di tensioni accumulate sotto i governi conservatori. Prima di ottenere la luce verde alla visita, il governo aveva approvato la costruzione di una nuova e grande ambasciata cinese nel centro della capitale. Un gesto simbolico e concreto insieme, salutato da Pechino come segnale di distensione.
È in questo scenario che Scotland Yard arresta tre uomini accusati di raccogliere informazioni per conto dei servizi segreti cinesi, con un’indagine che, secondo il ministro per la sicurezza Dan Jarvis, riguarda «interferenze straniere che prendono di mira la democrazia britannica». Non un episodio isolato, ha precisato Jarvis ai Comuni, ma «un pattern crescente di attività coperta da parte di soggetti legati allo Stato cinese», finalizzata a ottenere informazioni sui processi decisionali del governo di Londra.
Il caso si inserisce in una sequenza che l’MI5 aveva già segnalato lo scorso novembre, con un alert formale che avvertiva di tentativi cinesi di reclutare individui che lavorano in Parlamento, attraverso piattaforme di networking professionale come LinkedIn e società di copertura. Non è la prima volta. Nel 2022 era emerso il caso di Christine Lee, un’avvocatessa che aveva donato oltre 420.000 sterline al deputato laburista Barry Gardiner, poi identificata dai servizi come agente di influenza di Pechino. L’anno scorso, invece, l’accusa contro due ricercatori – Christopher Cash e Christopher Berry – sospettati di spiare un gruppo parlamentare per conto della Cina è stata archiviata, scatenando proteste trasversali a Westminster.
C’è poi il caso che forse più di ogni altro illustra il metodo cinese: quello di Yang Tengbo, uomo d’affari shanghaese noto anche come Chris Yang, espulso dal Regno Unito nel marzo 2023 su decisione dell’allora ministra degli Interni Suella Braverman, per «attività coperta e ingannevole» condotta per conto del dipartimento del Fronte unito del Partito comunista cinese. Yang aveva costruito un rapporto di «inusuale fiducia» con l’allora principe Andrea, arrivando a essere autorizzato ad agire in suo nome in incontri con potenziali investitori cinesi. Secondo i documenti emersi in tribunale, Yang riteneva che Andrea si trovasse in una «situazione disperata» e fosse disposto ad aggrapparsi a qualsiasi cosa – una vulnerabilità da coltivare, non una relazione da rispettare. Fotografie lo ritraggono anche accanto agli ex primi ministri Theresa May e David Cameron, sebbene non risulti che i due conoscessero i suoi legami con lo Stato cinese. Yang ha sempre negato ogni addebito. La sua identità era rimasta segreta fino al dicembre 2024, quando un giudice dell’Alta Corte ha revocato l’anonimato che lo proteggeva sotto la sigla «H6».
Il profilo di Yang è istruttivo: non un agente sotto copertura nel senso cinematografico del termine, ma un imprenditore con accesso ai piani alti, capace di muoversi tra vertici istituzionali, iniziative reali e forum economici bilaterali. La missione del dipartimento del Fronte unito non è rubare documenti classificati, ma costruire relazioni di influenza che portino figure politiche britanniche ad agire, anche inconsapevolmente, nell’interesse di Pechino.
Sempre questa settimana è emerso in tribunale che un ex Royal Marine (Matthew Trickett) e un agente della Border Force (Chi Leung Wai detto Peter) avrebbero spiato dissidenti nel Regno Unito per conto della Cina nell’ambito di “operazioni di polizia ombra”. A “guidarli” un ex sovrintendente della polizia di Hong Kong, Chung Biu Yuen detto Bill. Avrebbero effettuati accessi abusivi a banche dati del ministero dell’Interno e operazioni pagate, in alcuni casi con taglie apposte su singoli oppositori da parte delle autorità di Hong Kong.
Ciò che rende il caso britannico emblematico – e non eccezionale – è la sua perfetta coerenza con un modello che si ripete su scala continentale. In Europa, le operazioni di intelligence cinese non puntano a rubare segreti militari nel senso tradizionale del termine. Puntano a qualcosa di più sottile e più utile: capire come funzionano i processi decisionali, chi conta davvero, quali sono le vulnerabilità politiche ed economiche di un sistema, dove si formano le opinioni che poi diventano leggi, regolamenti, posizioni negoziali.
È un’intelligence orientata al lungo periodo, che privilegia la penetrazione delle reti di influenza rispetto all’acquisizione di documenti classificati. I target non sono necessariamente funzionari con accesso a segreti di Stato: sono consiglieri, lobbisti, giornalisti, ex funzionari, persone che gravitano attorno ai centri del potere senza farne formalmente parte.
Il timing non è mai casuale. Le operazioni di raccolta di informazioni tendono a intensificarsi proprio nelle fasi di riavvicinamento diplomatico, quando le controparti occidentali abbassano la guardia in nome delle opportunità economiche e i canali di comunicazione si moltiplicano. È in quei momenti che diventa più facile costruire relazioni, ottenere accessi, raccogliere informazioni.
Il governo Starmer si trova ora in una posizione scomoda. Da un lato, ha costruito la sua agenda di politica estera su un pragmatismo dichiarato: riaprire i ponti con Pechino, attrarre investimenti, non sacrificare la cooperazione economica sull’altare di una rivalità geopolitica che Londra non può permettersi da sola. Dall’altro, deve spiegare ai propri cittadini – e ai propri alleati – come intende conciliare questa apertura con la tutela della sicurezza nazionale.
Jarvis ha insistito che il governo non sta «bilanciando considerazioni economiche e di sicurezza», ma la formula suona difensiva. Il problema non è la scelta in sé – quasi ogni governo europeo ha fatto o sta facendo la stessa cosa – ma la difficoltà di ammettere che le due cose non sono separabili. Ogni volta che un Paese europeo approfondisce i legami con Pechino, offre anche nuove superfici di attacco ai servizi cinesi. Non perché la diplomazia sia ingenua, ma perché è strutturalmente così che funziona.
Gli arresti del 4 marzo non chiudono una storia. La aprono.
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