Canili e gattili: l’Anticorruzione chiede più amministrazione condivisa
Più trasparenza e più sussidiarietà nella gestione dei canili e dei gattili. Più amministrazione condivisa, in due parole. L’Autorità nazionale anticorruzione-Anac richiama gli enti locali sull’opportunità di seguire alcune buone prassi per superare le «numerose criticità» riscontrate nelle procedure di assegnazione da parte dei Comuni delle strutture di ricovero.
Realtà come i rifugi, ad esempio, affidate in non pochi casi alle cure del Terzo settore o nelle quali è prevista comunque, anche nei casi in cui siano gestite da soggetti privati, la presenza dei volontari delle associazioni animaliste e zoofile per le adozioni e gli affidamenti degli animali.
Il cahier de doléance dell’Anac
Un vero e proprio cahier de doléance, quello stilato dagli uffici del presidente Giuseppe Busia, che riguarda, in particolare, la progettazione «scorretta e/o del tutto assente»; l’individuazione della tariffa giornaliera per cane posta a base di gara spesso «incongrua e del tutto insufficiente a garantire un servizio qualitativamente elevato»; l’abuso degli affidamenti diretti, realizzato con il frazionamento ad arte del valore del servizio in modo da rientrare nella soglia di importo stabilito dal codice dei contratti pubblici per gli affidamenti senza gara.
Un ritratto a tinte fosche che si staglia su uno sfondo reso già poco chiaro dalla presenza di un quadro normativo variegato e differenziato tra un territorio e l’altro. La disciplina della gestione dei canili è infatti di competenza legislativa regionale.
I Comuni aprano al non profit
L’Authority invita le amministrazioni a valutare – in alternativa alle procedure di affidamento del Codice dei contratti pubblici (decreto legislativo 36/2023) e in applicazione del principio della sussidiarietà orizzontale previsto dall’articolo 118 della Costituzione – se sussistono le condizioni per procedere a forme di coprogrammazione o di coprogettazione ai sensi dell’articolo 55 del Codice del Terzo settore oppure per la sottoscrizione di convenzioni con organismi individuati dall’articolo 56 dello stesso codice.
La scelta tra le varie alternative, ribadisce l’Anac, va effettuata tenendo conto non solo della tipologia del servizio da svolgere, delle finalità e degli obiettivi perseguiti e delle modalità di organizzazione delle attività, ma anche della «possibilità e/o opportunità di coinvolgere gli enti del Terzo settore nelle varie fasi di realizzazione del servizio».
Associazionismo animale
Musica per le orecchie della galassia dell’associazionismo animale. «Finalmente!», esulta Giusy D’Angelo, vice presidente dell’Ente nazionale protezione animali-Enpa, organizzazione con più di 6mila volontari che nel solo 2024 ha aiutato o salvato 274mila animali, sterilizzato 30mila e promosso l’adozione di quasi 25mila amici a quattro zampe.
«Le indicazioni dell’Anac rafforzano l’obiettivo della 281 del 1991, la legge quadro in materia di animali di affezione e prevenzione del randagismo, e richiamano i Comuni alle loro responsabilità. Non si tratta semplicemente di adempiere a un obbligo legislativo ma innanzitutto di prendere consapevolezza delle problematiche e in particolare del fenomeno dell’aggressività dei cani e del randagismo felino. Bisogna conoscere il territorio per progettare bene e per poter essere vicini alle famiglie. A questo serve la coprogrammazione», sottolinea D’Angelo.
La coprogettazione fa risparmiare
Amministrare in modo condiviso col Terzo settore consente non solo di offrire un servizio di cura cucito sulle esigenze dei cani e dei gatti ma di agire anche sulle famiglie nell’ottica della prevenzione.
«Coprogettare e coprogrammare, significa anche lavorare sui programmi di sensibilizzazione e di aiuto alle famiglie. Vuol dire contenere il numero delle cessioni volontarie causate dalle situazioni di aggressività non controllata che inducono le persone a liberarsi del cane portandolo in un rifugio», ragiona la vice presidente Enpa.
Se diminuisce il numero degli animali da accudire, si riducono di conseguenza le spese per i municipi già in difficoltà economiche. «Noi vorremmo che i rifugi fossero vuoti perché magari gli animali sono stati dati in adozione. La vera sfida, tuttavia, è rendere le strutture dei centri servizi per la comunità, punti di incontro aperti tutto il giorno, non solo al mattino. Pensiamo ai progetti realizzati con gli anziani. Iniziative che la ditta privata più attenta ai costi difficilmente mette in cantiere a differenza del non profit», osserva D’Angelo.
Considerazioni che richiamano quelle contenute nella delibera dell’Anac. L’Authority ricorda alle amministrazioni che la differenza tra le procedure a evidenza pubblica assoggettate al Codice dei contratti pubblici e gli istituti previsti dal Codice del Terzo settore risiede proprio nel fatto che i modelli di amministrazione condivisa sono ispirati «al principio di solidarietà e non al principio della concorrenza» e che sono finalizzati «a sviluppare progetti e interventi che rispondano ai bisogni della collettività».
Nell’immagine il canile rifugio della Città di Torino – Foto Andrea Alfano/LaPresse
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