La folle idea di salvare l’Ilva di Taranto prestandola alla guerra

Aprile 17, 2026 - 10:00
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La folle idea di salvare l’Ilva di Taranto prestandola alla guerra

È quasi passato inosservato, ma il ministro delle Imprese Adolfo Urso, circa due settimane fa, ha avuto una brillante idea su come risolvere la crisi dell’acciaieria Ilva di Taranto: ne consiglia la conversione a fini bellici. Una proposta simile l’aveva avanzata già un anno fa per fermare il declino dell’auto; guardando la situazione in cui versa il mondo non c’è dubbio che abbia individuato un mercato in espansione. Non lo credevo capace di una tale immaginazione. Peccato siano solo illusioni.

Nella proposta avanzata c’è una buona dose di cinismo, un totale disinteresse per le persone, a cominciare da lavoratrici e lavoratori dell’Ilva, per non parlare di chi a Taranto ci vive. Che altro è se non cinismo usare la guerra per risolvere una crisi industriale?

A pensarci bene è lo stesso modo di ragionare di quell’imprenditore che gioiva per uno dei tanti terremoti che hanno colpito il Paese, perché intravedeva le possibilità di far soldi. Per i fanatici del dogma dell’eterna crescita c’è anche del buono in un mondo perennemente in guerra: appena finito di contare morti e feriti, si spera che il Pil torni a crescere. È tale il negazionismo climatico di questo Governo che Urso non è neppure sfiorato dall’idea di risolvere la crisi dell’Ilva con una coerente politica di investimenti nell’eolico galleggiante, che ha bisogno per essere installato dalle duecentomila alle trecentomila tonnellate di acciaio all’anno. C’è anche tanto disprezzo per la cittadinanza di Taranto se si annuncia il salvataggio dell’Ilva senza fare neanche un accenno alla bonifica del pregresso.

In realtà non sono solo i ministri italiani a essere inadeguati, ma l’intera classe dirigente europea. La Commissione europea ha chiare le dimensioni della crisi climatica, ma anche i rimedi per mitigarla. Bastano le continue tragedie per capire a quale degrado sia stata condotta la terra da questo modello di crescita e di consumi, di conseguenza la centralità di un nuovo modello energetico rinnovabile ed efficiente. Il breve sussulto seguito al Covid col lancio della transizione ecologica è stato messo rapidamente nel cassetto e sostituito dal generale riarmo, a cui per ora si è sottratta solo la Spagna socialista.

Altrettanto evidente, leggendo gli indicatori socioeconomici, è il risultato di devastazione sociale a cui le politiche di guerra hanno condotto: la povertà si è estesa, le prestazioni fondamentali come la previdenza, la sanità e l’istruzione sono fortemente ridimensionate, e infine un esercito di giovani donne e uomini scolarizzati sono fatti vivere nell’incertezza del futuro, sia perché non trovano lavoro sia perché, quando lo ottengono, si tratta di lavori precari e senza prospettiva.

Crisi ambientale e sociale sono dunque fenomeni strettamente intrecciati fra loro e non li si può affrontare separatamente: gli ambientalisti pensano all’ambiente, il sindacato alle questioni sociali. Serve un progetto capace di rispondere ad entrambi i problemi e la sua elaborazione è condizione per contendere il governo alle destre in Italia e in Europa. 

Se qualcuno aveva pensato che, di fronte all’evidenza della rovina di quella sola casa comune che è il pianeta, gli interessi dei potenti si sarebbero fermati o, per converso, che il manifestarsi dell’insicurezza sociale, avrebbe fermato lo sfruttamento e fatto prevalere la giustizia sociale, si sbagliava di grosso. Queste classi dominanti non pensano a nessuno sviluppo compatibile, né dal punto di vista ambientale, né da quello sociale, perché a guidare la danza non sono le priorità della vita di donne e uomini, ma quelle del profitto.

Serve al Paese un ambientalismo capace nella sua azione di intrecciare gli obiettivi squisitamente ambientali con quelli sociali. Negli anni ’90 del secolo scorso Legambiente lanciò un piano del lavoro che dimostrava che investire nel risanamento ambientale e in una più generale riconversione ecologica dell’economia e della società non era un costo, ma una grande occasione per rilanciare l’Italia, un’opportunità per creare lavoro stabile e di qualità, ridando un senso, in una fase di grandi trasformazioni tecnologiche, all’obiettivo del lavoro e quindi del reddito per tutte/i.

A molti parve strano che un’associazione ambientalista decidesse di misurarsi con la crisi economica e sociale del paese, allontanandosi dal proprio specifico. Non coglievano che la critica ambientalista al modello dissipativo capitalista fosse l’unica bussola che poteva promuovere i necessari cambiamenti per uscire dalla crisi in cui da anni sta precipitando la società capitalista. La novità è il rovesciamento del paradigma, cioè che la soluzione dei problemi ambientali è anche la chiave di volta per uscire dai problemi sociali, mentre non produce lo stesso effetto il contrario.

Senza questa dimensione e questa capacità di contaminazione il progetto ambientalista rimarrà sempre e solo un’esigenza, senza le gambe sociali per poter incidere.

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Redazione Eventi e News Redazione Eventi e News in Italia