La politica estera di Trump sembra sempre più improvvisata

Mar 3, 2026 - 12:30
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La politica estera di Trump sembra sempre più improvvisata

I piani di Donald Trump per il futuro dell’Iran sono fortemente sopravvalutati, come accade spesso per le sue azioni in politica estera. Voler leggere un disegno strategico nell’operazione militare che ha portato all’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei significa attribuire all’amministrazione americana una razionalità che finora non ha dimostrato. Lo stesso presidente all’inizio ha detto che il conflitto potrebbe durare «quattro o cinque settimane», con la solita indicazione vaga che usa quando non sa bene cosa dire. Ieri ha corretto il tiro, dicendo che lui non vorrebbe tirarla per le lunghe, ma potrebbe durare anche di più. Sembra un presidente che procede a tentoni.

Pensare che gli Stati Uniti abbiano tutto sotto controllo e abbiano previsto gli sviluppi a Teheran e nella regione è, nella migliore delle ipotesi, wishful thinking; più probabilmente è un errore di valutazione. La politica estera americana nell’ultimo anno è stata predatoria, irrazionale, pensata solo per assecondare i pruriti del presidente, senza badare troppo alle conseguenze.

Nelle telefonate che ha fatto a diversi giornali americani dopo l’attacco di sabato – tra gli altri, New York Times, Atlantic, Abc, Cnn – Trump ha dato versioni contraddittorie sull’Iran: in alcuni casi ha ipotizzato una semplice rimozione del leader supremo, in altri ha lasciato intendere un possibile rovesciamento dell’intero regime. Ieri ha detto in conferenza stampa che uno dei motivi dell’attacco era che l’Iran «avrebbe avuto missili in grado di raggiungere la nostra splendida America». Ma le agenzie di intelligence americane ritengono che l’Iran non è neanche vicino al possedere missili in grado di colpire gli Stati Uniti.

Su un punto il presidente ha insistito molto: «Quello che abbiamo fatto in Venezuela, credo, è lo scenario perfetto, perfetto». Sono parole dette da Trump ai suoi funzionari, i quali gli hanno fatto notare tutte le differenze tra i due Paesi, con l’Iran che ha una popolazione circa tre volte superiore e una leadership militare e clericale al potere dal 1979.

L’idea stessa di arrivare con tanta facilità a un regime change in Iran è ridicola – ieri, in conferenza stampa, Trump ha provato a dire che non era tra gli obiettivi degli attacchi, contraddicendo però la sua comunicazione finora, e quella israeliana. Come ha notato Gideon Rachman sul Financial Times, le invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq del 2001 e del 2003 dovrebbero aver insegnato qualcosa su cosa si rischia in questi casi. E le operazioni dell’amministrazione Bush, al confronto con l’improvvisazione trumpiana, sembrano un piano machiavellico ben congegnato.

Non è la prima volta che Trump si lancia in una politica estera aggressiva senza uno straccio di programma. Era accaduto lo scorso autunno prima del vertice bilaterale con Xi Jinping in Corea del Sud: «La prima cosa da capire è che non esiste una politica cinese» nell’attuale amministrazione statunitense, aveva detto al Japan Times Rebecca Lissner, una delle principali consigliere di Kamala Harris, che ora sarebbe nel Consiglio per la sicurezza nazionale se Harris avesse vinto le elezioni. E dopo il vertice di Ferragosto con Vladimir Putin, la Bild aveva rivelato che l’inviato speciale di Trump, il palazzinaro Steve Witkoff, aveva sorpreso i funzionari del governo ucraino per la sua impreparazione.

Per gli attacchi di sabato, l’America sta già pagando il conto in termini di vite umane – quattro soldati morti nei bombardamenti – e di costi (tre aerei americani abbattuti per sbaglio dagli alleati del Golfo).

Da quando Trump è tornato alla Casa Bianca nel 2025, gli Stati Uniti hanno bombardato Nigeria, Siria, Yemen, Somalia, Venezuela, Iraq e Iran, sempre con operazioni brevi, durate pochi giorni. In nessuno di questi casi Trump ha cercato o ottenuto una trasformazione politica duratura.

Paradossalmente, per un presidente tornato alla Casa Bianca promettendo di porre fine alle guerre, Trump sembra fin troppo zelante nell’usare la forza militare. L’intervento contro l’Iran supera per ambizione e rischio quelli precedenti e ieri il Segretario della Guerra Pete Heghseth ha detto che non esclude l’invio di truppe sul terreno.

(Torna sempre buono per ricordare quel pezzettino di intervista di Marco Travaglio al Breaking Italy Night in cui dice che a noi europei «Trump conviene» perché gli Stati Uniti avranno «un presidente che non si impiccia e non va a raddrizzar le gambe ai cani». Qui il pezzettino, con un piccolo spoiler: Travaglio chiude dicendo che con Trump «non ci sarebbe la guerra in Ucraina»).

Ben Rhodes, ex vice consigliere per la sicurezza nazionale durante l’amministrazione Obama, ha scritto sul New York Times che il vero pericolo per l’ordine globale è l’uso dell’esercito come estensione degli istinti personali del presidente. La parte più difficile è, forse, scendere a patti con questa assurda condizione. Viviamo in un mondo in cui il presidente degli Stati Uniti è volubile come un bambino e non ha paura di usare l’esercito più potente della storia. Questa è la realtà del 2026, prima lo capiamo e meglio sarà per tutti.

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Redazione Redazione Eventi e News