La rappresaglia cyber dell’Iran, e i tagli del Doge che rischiano di costare caro agli Stati Uniti

Mar 2, 2026 - 06:00
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La rappresaglia cyber dell’Iran, e i tagli del Doge che rischiano di costare caro agli Stati Uniti

L’uccisione della Guida suprema, Ali Khamenei, in un’operazione congiunta americano-israeliana segna uno spartiacque nella storia della Repubblica islamica. In poche ore, secondo fonti statunitensi, centinaia di obiettivi militari sono stati colpiti per neutralizzare difese aeree, missili e centri di comando. Il messaggio è stato chiaro: paralizzare la capacità di risposta convenzionale di Teheran. Ma quando le opzioni militari si riducono, resta il cosiddetto quinto dominio: il cyberspazio.

Negli ultimi quindici anni l’Iran ha costruito una dottrina di ritorsione asimmetrica fondata su attacchi informatici, operazioni di influenza e sabotaggi digitali. Non serve affondare una nave nello Stretto di Strait of Hormuz per mandare un segnale. Basta bloccare temporaneamente un sito governativo, diffondere dati rubati o colpire un’amministrazione locale con un ransomware per occupare il ciclo mediatico globale.

È probabile che la risposta iraniana si muova su questa linea: attacchi a basso costo e alto volume, difficili da attribuire con certezza e spesso rivendicati da gruppi “hacktivisti” di facciata. Non tanto per distruggere infrastrutture critiche – un’escalation del genere comporterebbe rischi enormi – quanto per produrre un effetto psicologico. L’obiettivo è mostrare che il regime è ancora capace di colpire, alimentare insicurezza nell’opinione pubblica occidentale e aumentare la pressione politica interna sugli avversari. Il precedente albanese del 2022, quando reti governative furono paralizzate da un’operazione attribuita a Teheran, offre un modello: combinare estorsione, cancellazione di dati e propaganda. Anche intrusioni limitate possono essere amplificate online fino a sembrare offensive sistemiche.

Il problema, per Washington, è che questa fase arriva in un momento delicato per la propria architettura difensiva. La Cybersecurity and Infrastructure Security Agency, l’agenzia federale che coordina la difesa delle infrastrutture civili, opera con personale ridotto dopo tagli e blocchi di bilancio che hanno colpito il dipartimento per la Sicurezza interna. Meno risorse, “merito” anche del dipartimento dell’efficienza governativa affidato dal presidente Donald Trump a Elon Musk, significa meno condivisione tempestiva di informazioni con aziende e amministrazioni locali, proprio mentre cresce il rischio di attacchi opportunistici.

Questo non implica che gli Stati Uniti siano “inermi”. Strutture come lo United States Cyber Command e la National Security Agency mantengono capacità offensive e di intelligence di primo livello. E il United States Central Command ha dichiarato di aver respinto centinaia di missili e droni iraniani senza perdite significative. Ma la vulnerabilità non è tanto militare quanto civile: reti idriche, ospedali, enti locali, piccole imprese con difese digitali modeste.

Qui si gioca la partita più sottile. Un attacco informatico raramente produce effetti strategici paragonabili a un bombardamento. Tuttavia, in un contesto di alta tensione, anche un’interruzione temporanea può diventare strategica se orienta percezioni e decisioni politiche. È la logica dell’effetto cumulativo: volume, confusione, tempi stretti. L’impatto mediatico supera quello reale.

Per Teheran, la cyber-rappresaglia offre tre vantaggi: è relativamente economica, consente negazione plausibile e permette di modulare l’escalation. Per Washington, il rischio è che sottovalutare questa dimensione – anche a causa di tagli e distrazioni politiche interne – renda più costoso il fronte domestico rispetto a quello estero. Oggi le guerre non si combattono solo nei cieli del Medio Oriente. Si combattono nelle reti, nei server, nei titoli dei giornali. E spesso il vero campo di battaglia è la percezione.

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Redazione Redazione Eventi e News