(Non) si gioca con il cibo

Questo è un articolo del numero de Linkiesta Etc dedicato al tema del gioco, in edicole selezionate a Milano e Roma, e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. E ordinabile qui.
Vitamin color
La missione è semplice, e proprio per questo radicale: far innamorare tutti delle verdure. Non con dati o tabelle nutrizionali, bensì con il potere delle emozioni, della bellezza, del gusto. Vitamin Color è il progetto di Eleonore, cuoca autodidatta cresciuta a Parigi, che ha trasformato la sua ossessione per il cibo in un linguaggio artistico e, ovviamente, commestibile. Come?
Con un approccio interdisciplinare che mescola cucina, scenografia, design e narrazione, Vitamin Color crea esperienze culinarie su misura per brand, organizzazioni ed eventi, cucendo storie attorno a ogni piatto. Le verdure, qui, non sono di contorno ma sono protagoniste in mise en place sorprendenti come installazioni commestibili. La chiave? La gioia. Eleonore non parla di rinunce, ma di abbondanza: di colori, consistenze, stagioni. La sua cucina — nutrita dalle origini mediterranee, dall’energia di New York e dalla convivialità francese — è un invito alla scoperta, ma senza moralismi.
«Ogni volta che qualcuno mi dice “non pensavo mi piacessero le verdure”, capisco che sto andando nella direzione giusta», racconta Eleonor. Vitamin Color è questo: uno spazio dove anche chi non ama le verdure finisce per chiederne ancora. E ancora.

Ester Azzola
Ester Azzola — in arte bioester.azzola — non si fa incasellare. Biologa di formazione e cuoca per vocazione, è una narratrice di esperienze gastronomiche che attraversano confini e discipline. Non ha un locale e non lo vuole. Preferisce occupare spazi temporanei, contesti culturali, installazioni, eventi dove può cucinare storie, più che piatti.
Il suo cibo è sempre pensato, mai casuale. Usa ingredienti freschi, stagionali, ma soprattutto sensoriali. Il gusto è un mezzo, non un fine: ogni creazione è il risultato di un processo progettuale in cui convergono neuroscienze, estetica, ospitalità, arte visiva e rituali collettivi.
Ha lavorato con realtà legate al design, alla moda e alla creatività contemporanea, portando le sue cene-concetto anche al Salone del Mobile e a Base Milano, dove ha guidato esperienze che univano il cibo al suono, al corpo, allo spazio. Il risultato? Tavole che si trasformano in dispositivi poetici, e piatti che invitano alla meraviglia.
Ester non è (ancora) sovraesposta. Comunica poco ma benissimo. Ogni post, ogni evento, ogni menu parla un linguaggio coerente, misurato, mai ruffiano. È una figura sotterranea che costruisce valore nel tempo, in un equilibrio delicato tra autenticità e visione.
La sua forza sta proprio lì: nel non voler piacere a tutti, ma nel riuscire a sorprendere chi è disposto a lasciarsi stupire. Cucinare, per lei, non è servire, ma attivare.

AI Art Studio
Il nome non è dei più accattivanti. Ma AI Art Studio | Imaginary Campaigns | Art Direction è un progetto che combina in modo originale design narrativo e sperimentazione digitale. Il nucleo è una piattaforma che usa l’intelligenza artificiale per ideare campagne visive inesistenti, brand, moda, arte che esistono solo attraverso l’immagine generata dal prompt: una sorta di teatro dell’immaginario, curato attraverso una art direction all’avanguardia e una strategia di narrativa visuale.
L’approccio è ibrido. Si parte da brief che evocano valori, contesti e immaginari legati a un brand, a un prodotto o a un’idea. Per poi applicare algoritmi generativi che creano scene, storyboard, mood visivi che non si traducono necessariamente in realizzazioni reali, ma stimolano visione, identità e potenziale. Il risultato è un’estetica potente e surreale che dialoga con il design e la moda: palazzi in cui le lenzuola stese diventano nuvole di tulle in colori pastello, palle di pelo con il muso di un gatto, casette fluo fatte di palloncini, dessert gelatinosi d’ispirazione celestiale.
Non c’è limite alla fantasia, e alla fisica della materia. Il gesto creativo è quello di un art director che guida un’intelligenza non umana ad assumere forme e significati coerenti. In un’epoca in cui marchi come Gucci generano con l’intelligenza artificiale campagne di comunicazione a partire dai materiali presenti nei loro archivi, sperimentazioni come questa esplorano il suo potenziale non soltanto come strumento, ma come co-autore. Un approccio creativo che rompe gli schemi senza lasciare nulla al caso: niente piogge di contenuti indistinti, quindi, ma pochi elementi visivi di impatto, capaci di vivere nel feed come manifesti d’immaginazione.
Ogni campagna di comunicazione immaginaria è un esperimento, un racconto visuale che anche se non verrà mai mandato live – serve da laboratorio per riflettere e sperimentare su stile, identità e possibili futuri visivi. Funziona, in sostanza, come big idea: genera engagement, immagine e discussione. L’arte direction si fa al medesimo tempo mezzo e obiettivo: parla di branding, usando l’intelligenza artificiale, parla di arte usando il marketing, parla di caos generativo come disciplina visiva.

Burrocrazia
Cosa succede quando due ex casari di Latina si fanno una domanda semplice e potentissima? “E se il burro non fosse solo burro?”. Succede Burrocrazia: un movimento culturale prima ancora che un marchio, un’operazione di design narrativo che ribalta la percezione di un ingrediente quotidiano, rendendolo simbolo estetico, atto creativo, gesto politico.
Nato dall’incontro tra Sonia e Mauro – vent’anni nei caseifici, oggi visione imprenditoriale radicale – e l’agenzia creativa milanese Ideabile, il progetto rifiuta la logica di mercato per costruire un universo in costante mutazione, dove il burro non si spalma soltanto, ma si scolpisce, si misura, si osserva. Burrocrazia è un fanta-brand, certo, ma anche un’ideologia liquida che si fa oggetto, narrazione, performance. Il primo atto concreto è una capsule collection firmata in collaborazione con Simple Flair, che chiama a raccolta una nuova generazione di designer e brand internazionali per reinterpretare il portaburro come oggetto manifesto. Da Alessi, che riedita la storica burriera disegnata da Michael Graves, a Marco Campardo, che plasma il vetro in forme liquide e surreali, fino a Hudson Wilder, con la sua scultura in alluminio aeronautico, il messaggio è chiaro: il burro è la nuova frontiera dell’immaginazione domestica.
A questa si affiancano i prodotti esperienziali della prima collezione: Scolpiburro, spatola in madreperla per sculture commestibili; Butter Shape, stampo per forme ironiche; Butter Time, timer che invita alla lentezza e alla consapevolezza; Curling Bliss, strumento ispirato alla riflessologia; Butter Roll, gioco sensoriale dove i dadi di burro si sciolgono tra le mani, mettendo alla prova la nostra capacità di “tenere insieme” tempo e piacere.
Il progetto vive oggi su una piattaforma e-commerce – accompagnata dal magazine Burrocrazine, diario fluido di riflessioni e ossessioni burrose – ma si prepara a diventare anche luogo fisico, performance collettiva, esperienza immersiva. E se il burro è il mezzo, Burrocrazia è il fine: sciogliere abitudini, riscrivere rituali, immaginare nuovi modi di abitare la tavola e il mondo.
Un invito, più che un brand. A non prendere nulla troppo sul serio, neppure un panetto di burro.

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