La repubblica tecnologica, Papa Leone, e l’insidia dell’intelligenza artificiale

Aprile 20, 2026 - 12:00
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La repubblica tecnologica, Papa Leone, e l’insidia dell’intelligenza artificiale

Mentre noi ci rimbambiamo con i meme e i video sempre più realistici creati con l’intelligenza artificiale, a cui tra le altre cose chiediamo pareri legali, diagnosi oncologiche, e istruzioni per smontare l’aspirapolvere, magari subito dopo aver ricevuto in due secondi un dettagliato piano marketing e una prima bozza del romanzo che ci piacerebbe scrivere se solo ne fossimo capaci, a Washington e nella Silicon Valley la questione dell’IA sta sparigliando il dibattito sulla sicurezza del pianeta.

Ad avvertire dei rischi legati alla diffusione dell’intelligenza artificiale sono gli stessi leader dell’industria, i cervelloni che l’Economist questa settimana ha messo in copertina in posa neoclassica perché «esercitano un comando quasi divino sui modelli di intelligenza artificiale che daranno forma al futuro», ovvero la nuova “OligarchIA” di cui scriviamo a lungo sul nuovo numero di Linkiesta magazine in uscita a giorni.

Quando, il 7 aprile scorso, Anthropic ha annunciato la nascita di “Claude Mythos” si è aperto un nuovo mondo, non proprio il più promettente per il futuro dell’umanità, perché Mythos è così potente da essere capace di trovare le vulnerabilità dei sistemi informatici che governano il pianeta e che sembravano inviolabili. Mythos è uno strumento che se finisse nelle mani sbagliate minaccerebbe le infrastrutture critiche, dalle banche agli ospedali, agli aeroporti eccetera.

Per questo motivo, il fondatore di Anthropic e padre di Mythos, Dario Amodei, per il momento ha deciso di non rilasciare il software al pubblico, ma di darlo in visione a cinquanta grandi aziende americane, e al governo di Washington, per aiutarli a sistemare le loro eventuali falle prima della distribuzione universale.

Con Mythos installato sul proprio computer, anche un utente normale senza particolari competenze informatiche, o incapace di scrivere un codice, avrebbe a disposizione un’arma potentissima in grado di mettere in ginocchio la società aperta e la democrazia liberale.

L’autodenuncia di Amodei  ha svegliato anche l’Amministrazione Trump che un anno e mezzo fa è tornata al potere con l’idea accelerazionista che la Silicon Valley avrebbe dovuto essere lasciata libera di innovare, senza regolamentazioni e paletti etici imposti dal governo federale, per aumentare la supremazia globale degli Stati Uniti sull’intelligenza artificiale.

Improvvisamente però i trumpiani hanno cambiato atteggiamento, hanno capito che il rischio è serio, e stanno pensando di premere il freno, solo che il pedale del freno non c’è. Anche se non lo diranno mai esplicitamente, è probabile che il governo americano sarà costretto a ripristinare le regole e le protezioni che erano state immaginate dall’Amministrazione Biden, e che già qualche azienda della Silicon Valley, come Anthropic di Amodei, ma non OpenAi (ChatGpt) di Sam Altman, hanno autonomamente adottato istruendo le macchine a rispettare i valori fondamentali del mondo occidentale, perlomeno quelli contenuti nella Dichiarazione sui diritti dell’uomo delle Nazioni Unite e nella Costituzione americana.

Sono nati i primi movimenti apocalittici contro l’intelligenza artificiale, si moltiplicano le proteste contro la costruzione dei data center vicino ai centri abitati, e continuano a perdersi i posti di lavoro, mentre nelle stanze che contano si parla sempre più spesso della necessità di dotare l’intelligenza artificiale di una sua costituzione, come ha raccontato tre settimane fa Jill Lepore in un lungo articolo sul New Yorker, proprio per evitare che i software vadano per contro proprio e quindi fuori controllo.

Secondo l’Economist, siamo fortunati che Anthropic e Washington stiano affrontando questo problema prima e non dopo un incidente catastrofico che sarebbe potuto accadere se Mythos fosse stato messo senza scrupoli a disposizione di chiunque. Il problema, però, è che non si intravede una soluzione.

Qui non si tratta più di temere che l’intelligenza artificiale possa cancellare i lavori impiegatizi, cosa che ormai viene data per assodata tanto che, sempre Amodei, pochi giorni fa ha detto a FoxNews che da qui a cinque anni tutti i posti di lavoro di basso livello nei settori finanziari e della consulenza saranno sostituiti dalle macchine. Al Semafor World Economy di Washington, il presidente di University of Southern California Beong-Soo Kim ha detto che le università non sanno più quali corsi suggerire agli studenti perché molti di quelli attuali preparano a lavori che per quando gli studenti si saranno laureati probabilmente non esisteranno più.

Non per sottovalutare l’importanza dell’impatto sull’IA sul lavoro, tutt’altro, ma la questione più urgente è quella esistenziale, che aumenta e peggiora a una velocità inaudita, e che è complicata dal fatto che, se l’America si dovesse fermare sei mesi o un anno per decidere che cosa fare, questi sistemi dirompenti saranno comunque a disposizione dei cinesi o di altri attori meno attenti ad aspetti etici e morali.

A rendere le cose più inquietanti è arrivato, domenica sera, un manifesto ideologico in 22 punti di Palantir, la società del sedicente filosofo della Silicon Valley Peter Thiel, quello che fa le conferenze sull’anticristo e non si augura che la specie umana abbia un futuro.

Il manifesto è una sintesi (probabilmente fatta dall’IA) di un libro di Alex Karp, Ceo di Palantir, uscito nel 2025, “La repubblica tecnologica”, che definisce inevitabile lo sviluppo di armi basati sull’IA, perché «i nostri avversari non si fermeranno», annuncia la fine dell’era nucleare, sostituita da una «deterrenza basata sull’intelligenza artificiale», critica la smilitarizzazione postbellica di Germania e Giappone, definendola un errore storico dai costi ancora attuali, invoca un ritorno ai principi religiosi, denuncia i politici cauti e la cultura dell’inclusione, attacca la retorica del soft power, propone il ritorno alla leva obbligatoria e di lasciare risolvere alla Silicon Valley il problema della violenza nelle città (probabilmente con i sistemi di controllo illiberale dei movimenti delle persone) e afferma che il potere geopolitico del XXI secolo si costruirà sul software. Il tutto firmato da un’azienda con contratti miliardari col Pentagono per sistemi di targeting militare basati sull’intelligenza artificiale.

Il manifesto è così radicale e angosciante che un fascista conclamato come Alexander Dugin, l’ideologo della Russia imperialista, lo ha definito su X «un progetto di tecnofascismo occidentale».

Di tutto questo in Italia non si discute, la sinistra parla di primarie, la destra venera gli oligarchi digitali, i populisti infestano il campo progressista dopo aver seminato in quello sovranista, i talk show ospitano saltimbanchi e propagandisti che ripetono le tesi russe care a Dugin, e al massimo sentiamo ripetere la solita litania sull’Europa rimasta indietro nella corsa all’intelligenza artificiale che, invece di recuperare terreno, si ostina a voler regolamentare gli oligarchi digitali e a mettere i bastoni tra le ruote all’innovazione tecnologica (come se fosse una posizione campata in aria, e non invece una scelta saggia, per quanto inefficace).

Ci rimane affidarci al Papa americano, Leo XIV già “padre Bob”, che gli uomini saggi della Chiesa e, per chi ci crede, lo spirito santo, hanno eletto al soglio di Pietro per ripetere il miracolo riuscito a Karol Wojtyla quando, col nome di Giovanni Paolo II, ha contribuito in modo decisivo, lui che proveniva da oltre cortina, ad abbattere l’impero sovietico e il comunismo reale (assieme a Ronald Reagan e Margaret Thatcher).

Robert Prevost non è soltanto il primo Papa americano della Chiesa cattolica cui il mondo guarda con ammirazione e rispetto al contrario di ciò che prova nei confronti del primo presidente antiamericano degli Stati Uniti.

Papa Leone oltre a conoscere meglio di chiunque altro il pericolo che rappresenta Trump ha anche ben presente l’insidia imminente per l’umanità posta dall’intelligenza artificiale.

Mentre tutti hanno riportato le parole contro Trump, poco spazio hanno avuto quelle che ha detto tre giorni fa in Camerun su un tema che il Papa ha affrontato più volte da quando è cominciato il suo pontificato: «Quando la simulazione diventa la norma, indebolisce la capacità umana di discernimento. Di conseguenza, i nostri legami sociali si chiudono su sé stessi, formando circuiti autoreferenziali che non ci espongono più alla realtà. Finiamo così per vivere dentro bolle, impermeabili le une alle altre. Sentendoci minacciati da chiunque sia diverso da noi, ci disabituidamo all’incontro e al dialogo. In questo modo si diffondono polarizzazione, conflitti, paura e violenza. La posta in gioco non è soltanto il rischio di errore, ma una trasformazione nel nostro stesso rapporto con la verità».​​​​​​

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Redazione Redazione Eventi e News