La signora Pentola, Natalia Aspesi e il riflusso vittimista del femminismo contemporaneo

Aprile 19, 2026 - 05:30
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La signora Pentola, Natalia Aspesi e il riflusso vittimista del femminismo contemporaneo

Non ho niente contro le donne, ho tante amiche donne: ultimamente, sebbene vegliarde e dotate di cervello, tendono a somigliare alle ventenni di Instagram, quelle secondo le quali ogni limite –delle loro ambizioni, delle loro carriere, delle loro competenze – è colpa del patriarcato.

Ho iniziato a notarlo qualche mese fa, a una cena alla quale due uomini stavano parlando del Festival di Venezia, ci sarà Tizio, ci sarà Caio, ci sarà Amelio, ci sarà Martone, ci sarà Moretti, ah non va a Cannes, no non è pronto. E a quel punto la signora – con sembianze di pentola che sobbolliva – davanti a me è esplosa in un «eh, certo, sempre tutti uomini, mi raccomando» che mai mi sarei aspettata, essendo una pentola non cretina.

Naturalmente sono settimane che mando alla signora Pentola messaggi in cui dico beh certo vuoi mettere quant’è meglio Emerald Fennell di Nanni Moretti, e lei sbuffa. Poi ieri un’altra amica mi stava facendo una tirata contro i fascisti (il patriarcato, i fascisti: noto una regressione negli argomenti di conversazione), e a un certo punto ha detto: pensano di essere stati tenuti ai margini del mondo culturale perché sono fascisti, mica perché sono delle pippe al sugo. E ho chiesto: ma non è la stessa cosa che pensano le donne, che le loro carriere mancate dipendano dai loro gameti e non dal loro non essere le più brave in qualcosa?

In “Ask a boss”, la rubrica di consigli professionali del New York Magazine, c’è una lettera così favolosa che quasi spero sia vera. La capa di un’azienda ha un’impiegata che ritiene il suo non fare abbastanza carriera sia dovuto all’essere una donna, quando invece è perché è incapace.

Sono sempre favolose, le assunte quasi sempre assunte in base al comandamento «Mettiamoci una donna», che mai si percepiscono miracolate, mai si percepiscono inadeguate, ma sempre, in una pausa tra un dichiararsi afflitte dalla sindrome dell’impostore e l’altro, giurano che se fossero maschi allora sì avrebbero fatto carriera.

La capa dell’americana ha paura che, se la tipa decidesse di andarsene e fare causa per discriminazione, la vincerebbe, e io trovo delizioso che sia un così favoloso momento storico per approfittarsi dell’essere una donna. Avremmo potuto approfittare delle pari opportunità per sbatterci e diventare imperatrici, ma quelle che hanno capito che ci voleva pochissimo per spiccare in mezzo ai mediocri sono una minoranza (tra di loro: Giorgia Meloni); le altre hanno preferito approfittarsi del vittimismo e delle sue regolamentazioni. Una volta si sarebbero fatte dare gli alimenti in un divorzio, adesso usano il terrorismo psicologico del «tutti maschi».

«Stupisce che gli uomini, data la secolare possibilità di indagare come del resto hanno fatto con le api e le rane, hanno invece sempre visto le donne come una massa gelatinosa, un formicaio composto da creature più o meno piacevoli, più o meno amabili, più o meno porche, più o meno utili, più o meno odiose, ma comunque identiche nell’essere piallate da comune e irrimediabile inferiorità e stranezza, giudiziosamente organizzate nello stesso enorme esercito, in ordinati plotoni di belle, brutte, giovani, vecchie, mamme, puttane, angeli, pazze, dattilografe, massaie». Quando esce “Lui! Visto da lei” Natalia Aspesi ha 49 anni, il femminismo è nel pieno del suo vigore, e io sono in prima elementare.

Adesso, che non è cambiato niente (quasi niente: una Aspesi d’oggi non potrebbe mai scrivere che l’Adriana di “Rocky” è una «trentenne bruttina») e Baldini+Castoldi lo ripubblica (in una versione il cui testo è stato immagino ripreso dalla vecchia edizione, e nella scansione sono saltati pezzi di frase, le i sono diventate elle, e altri disastri di quelli comuni da quando l’editoria è in forma persino peggiore del femminismo), adesso mi sembra un libro d’un’attualità imprevista, considerato che il femminismo è appunto in pieno riflusso e quindi i rapporti tra uomini e donne tendono a somigliare a quel modello che la Aspesi descriveva come superato.

«La parità consisteva nel fatto che noi li sapevamo imbecilli. Il sentimento generico ed esaltante che provavamo per loro era il disprezzo che esprimevamo attraverso costante rispetto, ammirazione, adorazione. Non valevano nulla, eppure bastava prendersene uno per valere qualcosa». Chi l’avrebbe detto, nel 1978, che saremmo tornate così: convinte che la cosa peggiore che possa succederci non sia non vincere quel Nobel, ma essere la zia zitella al pranzo di Natale.

Che poi, «tornate»: andando avanti a leggere risulta che quel riflusso che ora vedo su gruppi Facebook in cui donne pretendono sei mesi di congedo dal lavoro per scegliere l’abito da sposa, che quell’Italia lì la Aspesi la vedesse pur non avendocela nel telefono. «Devono essere tempi ben duri questi, se le donne si sposano ancora, sono ansiose di sposarsi, sono certe di non sposarsi e poi si sposano, sono assolutamente contro il matrimonio e alla fine si sposano, hanno scelto la comune e poi si sposano, scrivono libri inchiesta sulle donne degradate e uccise dal matrimonio e si sposano, riescono a divorziare dopo anni di martirio matrimoniale e si risposano: e se a un certo punto della loro vita piena, invidiabile, ricca di onori ed amori, non sono ancora sposate, cominciano a provare lampi di affanno e martellate di tetraggine».

La tizia che risponde a “Ask a boss” è anche lei una donna, e alla povera capa che non promuove la dipendente imbecille dice che eh, però come si fa a esser certi che l’imbecille non sia discriminata. «Tu e le altre persone al comando dovreste fare lo sforzo di riflettere a mente aperta se non ci siano cose che lei vede e voi no. Magari l’azienda nel suo complesso tratta benissimo le donne, ma il suo caporeparto?». Non si può vincere, contro il neofemminismo, che non è quello della differenza ma è quello del vittimismo.

D’altra parte la Aspesi quarantanovenne, con la forza tranquilla di chi pensa che per le donne ormai tutto sia in discesa, che i diritti siano acquisiti e indietro non si torni (il 1978 è l’anno in cui in Italia viene approvata per la prima volta una legge per regolamentare l’aborto, e mai una donna di allora avrebbe potuto immaginare che non fosse un inizio ma una sclerotizzazione, e che mezzo secolo dopo ancora avremmo avuto l’ingombro degli obiettori di coscienza), da quella posizione lì la Aspesi vezzosa dice che «ce la caviamo male da quando gli uomini hanno smesso di sembrare meravigliosi e di essere considerati imbecilli». (Due anni dopo, in un film intitolato “La terrazza”, il personaggio di Vittorio Gassman dirà: come si stava meglio, quand’eravate tutti imbecilli).

Ma persino lei credo guardasse a tavola le donne che si dichiaravano non abbastanza considerate in-quanto-donne con un certo sconcerto, considerato quanto i maschi le apparivano superiori nella più interessante qualità d’un essere umano: la capacità di far lo stronzo.

«Le molte foto di famiglia egli le mostra con grande orgoglio come a dire: sono ladro, abortista clandestino, millantatore, frodatore del fisco, ho mandato un biglietto di felicitazioni alla signora Kappler e distrattamente, visto che sei signorina, mi sono tirato giù i pantaloni: però sono soprattutto un Padre di Famiglia! Sono Normale! Faccio il Mio Dovere! Conosco i problemi degli Adolescenti!».

Non riuscirò più a guardare uno di quei padri moderni che incrocio tra le sette e le otto mentre portano a scuola bambini su biciclettine, bambine con cartelle rosa alle quali hanno imparato a fare i codini, non riuscirò più a guardare questi esemplari di maschi femministi che annuirebbero fortissimo se una commensale dicesse che Greta Gerwig è più talentuosa di Martin Scorsese, non riuscirò più a guardarli senza pensarli che maiuscolano «Sono Normale! Faccio il Mio Dovere!», e ridere fortissimo.

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Redazione Redazione Eventi e News