La vittoria di Talarico riapre il dilemma strategico della sinistra americana

Mar 7, 2026 - 08:00
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La vittoria di Talarico riapre il dilemma strategico della sinistra americana

La vittoria del 36enne James Talarico alle primarie democratiche del Texas per il Senato ha riaperto il solito gioco su dove debba ripartire la sinistra, non solo americana. In Italia coloro che oggi lodano il premier spagnolo Pedro Sanchez per aver criticato Donald Trump sull’Iran sono gli stessi che nel 2004 ringraziavano José Luis Rodríguez Zapatero per aver ritirato l’esercito spagnolo da Iraq e Afghanistan. I riformisti hanno avuto per anni come loro riferimento la Terza Via di Tony Blair, i massimalisti le nazionalizzazioni promesse da Jeremy Corbyn o le teorie anti austerità di Yanis Varoufakis. E anche la destra ha azzardato paragoni improbabili, come Italo Bocchino che sostiene, convintissimo, che Giorgia Meloni sia la nuova Angela Merkel. 

Negli Stati Uniti il meccanismo non è così diverso. Bernie Sanders per anni è stato il riferimento della sinistra populista e anti establishment, Alexandria Ocasio-Cortez un esempio da seguire per la sinistra progressista urbana, e il neo sindaco di New York Zohran Mamdani ha ispirato editoriali su editoriali sul fatto che girare video elettorali come se fossero film è il modo migliore per attrarre elettori sempre più distratti. E pazienza se le promesse elettorali sono difficilmente realizzabili.

Poi arrivano le elezioni statali o presidenziali e il Partito Democratico si trova davanti a una realtà diversa: gli altri quarantotto Stati non sono New York o il Vermont e i modelli politici che funzionano nei distretti urbani profondamente progressisti non attraggono gli altri segmenti elettorali, come sanno i vari sindaci di Milano, da Giuliano Pisapia a Beppe Sala, che in momenti diversi hanno sognato per qualche mese di diventare leader nazionali del centrosinistra.

La vittoria di Talarico ha attirato una certa attenzione perché sembra collocarsi in un’altra categoria, quella dei giovani democratici provenienti da Stati del Sud che riescono per un momento a catalizzare l’attenzione nazionale. L’ex seminarista presbiteriano, che dal 2018 ha sospeso gli studi teologici per dedicarsi alla politica, parla spesso di fede, amore e ottimismo. Per alcuni sostenitori proprio questo elemento potrebbe aiutarlo a raggiungere elettori indipendenti o repubblicani moderati che i democratici faticano a conquistare in Texas. Un episodio in particolare ha amplificato la sua visibilità: l’intervista registrata con Stephen Colbert per “The Late Show” e poi bloccata dalla rete televisiva per questioni legate alle regole federali sull’equilibrio tra candidati. Il video pubblicato su YouTube è diventato virale e ha raccolto nove milioni di visualizzazioni.

Il risultato più significativo delle elezioni primarie è arrivato nel sud del Texas, nelle contee a maggioranza latina della valle del Rio Grande. Lì la campagna di Talarico ha investito molto nella comunicazione in lingua spagnola, nella presenza sui media locali e nella costruzione di una rete organizzativa tra associazioni civiche e comunità religiose. Nelle contee di Bexar, Webb, Cameron e Hidalgo l’affluenza democratica è stata più alta rispetto alle precedenti primarie e in alcuni casi ha superato i livelli registrati nelle ultime elezioni presidenziali.

Bene, ma non benissimo perché un conto sono le primarie, un altro le elezioni nazionali. I democratici non vincono una corsa al Senato in Texas dal 1988 e il vantaggio strutturale dei repubblicani resta ampio. Ne sa qualcosa il Talarico prima di Talarico: Beto O’Rourke che per mesi sembrò il simbolo di una possibile rinascita democratica in Texas dopo aver perso contro Ted Cruz nel 2018 per appena 2,6 punti percentuali, il miglior risultato per un democratico texano in una corsa al Senato da una generazione. 

O’Rourke partì dal suo soprannome spagnoleggiante “Beto” (invece del waspissimo Robert Francis) per imbastire una campagna elettorale costruita su mobilitazione giovanile, record di raccolta fondi online e un tour quasi continuo in tutte le 254 contee del Texas che lo trasformarono rapidamente in una figura nazionale e in uno dei favoriti mediatici delle primarie presidenziali del 2020, prima che la sua corsa si esaurisse in un campo affollato dove non riuscì a consolidare consenso tra gli elettori afroamericani né a distinguersi ideologicamente tra candidati più progressisti e moderati, ritirandosi prima ancora dell’inizio delle votazioni nei primi Stati. 

Come O’Rourke, Talarico ha proposto l’archetipo dell’underdog progressista in uno stato profondamente conservatore. Una narrazione cavalcata anche da Pete Buttigieg, ex sindaco di South Bend, Indiana, diventato segretario ai Trasporti nell’Amministrazione Biden e oggi considerato uno dei comunicatori più efficaci del Partito democratico, soprattutto nei confronti televisivi con i commentatori conservatori su Fox News. 

Ma lo stesso Buttigieg fatica a livello nazionale. Il suo profilo pragmatico e moderato è apprezzato tra i professionisti urbani istruiti; mentre nei sondaggi sulle future primarie democratiche il suo sostegno tra gli elettori afroamericani rimane debolissimo, in alcune rilevazioni addirittura allo zero per cento. Ospite del programma televisivo di Bill Maher, il giornalista sportivo Stephen A. Smith ha sintetizzato in modo brutale il problema di Buttigieg: «He doesn’t move us». Tradotto: non ci entusiasma. 

Insomma non sono tutti come Bill Clinton che nel 1992, partendo da uno Stato periferico del Sud come l’Arkansas, riuscì a costruire una coalizione elettorale nazionale rara nella storia recente dei democratici. La sua vittoria fu resa possibile dalla combinazione di due blocchi elettorali diversi: un sostegno quasi plebiscitario dell’elettorato afroamericano (83 per cento dei voti), un risultato competitivo tra i bianchi moderati e la classe media. E, per gradire, il voto del 61 per cento degli ispanici. 

Oggi replicare quella coalizione è difficile: il voto bianco si è polarizzato maggiormente verso i repubblicani e la geografia elettorale americana è diventata più rigida rispetto ai primi anni Novanta. Per questo il Partito Democratico oggi oscilla tra due modelli di candidatura quasi opposti. Da una parte ci sono candidati alla Buttigieg: profili pragmatci, moderati, forti nei media nazionali, ma spesso deboli tra gli elettori afroamericani e tra parte dell’elettorato latinos nelle primarie. Dall’altra parte emergono figure alla Alexandria Ocasio-Cortez o Zohran Mamdani, capaci di mobilitare giovani progressisti, attivisti e distretti urbani liberal, ma la cui coalizione elettorale resta spesso concentrata nelle grandi città e fatica a espandersi negli swing states o tra gli elettori moderati.

Per vincere davvero a livello nazionale servirebbe qualcosa di diverso: un candidato con la capacità di costruire una coalizione trasversale come fece Barack Obama, che nel 2008 ottenne il 95 per cento del voto afroamericano, circa il 67 per cento del voto latino e il 43 per cento del voto bianco. O almeno il Joe Biden del 2020, che pur con un sostegno bianco più basso riuscì a tenere insieme un forte voto delle minoranze e una quota decisiva di indipendenti nei grandi Stati in bilico. Sicuramente non una Kamala Harris che potrebbe ricandidarsi nel 2028, nonostante la debacle nel 2024. 

Con la sua retorica contro l’1 per cento dei super-ricchi e il linguaggio religioso, Talarico potrebbe sembrare una possibile mediazione tra queste due correnti del Partito Democratico, ma non lo sapremo presto; prima dovrà affrontare la missione quasi impossibile per un democratico del Texas.

Chi invece sembra aver compreso il problema strategico della coalizione democratica, e prova a muoversi sulla scia elettorale tracciata da Clinton, Obama e Biden, è Gavin Newsom. Negli ultimi mesi il governatore della California ha moltiplicato le iniziative per accreditarsi presso elettorati diversi. Ha lanciato il podcast “This Is Gavin Newsom”, cercando di replicare la strategia mediatica che ha permesso a Donald Trump di dominare l’ecosistema digitale frequentato da molti giovani elettori maschi, la manosfera. Poi si è fatto vedere al World Economic Forum di Davos, dove ha cercato di costruire un profilo internazionale e rassicurare l’establishment economico e finanziario della East Coast, intensificando la sua presenza nei media nazionali in vista di una possibile corsa presidenziale. 

Non tutto però è andato liscio. Durante una tappa ad Atlanta del tour di presentazione del suo memoir “Young Man in a Hurry”, Newsom ha detto al pubblico, in gran parte afroamericano: «Non sono migliore di voi, sono uno da 960 al SAT». In Italia nessuno avrebbe riso perché non sappiamo che il SAT è il test standardizzato usato per entrare nei college americani; di solito il punteggio medio è intorno a 1050. Newsom voleva fare autoironia sulle sue difficoltà a scuola e sulla dislessia, per smontare l’immagine del politico brillante e perfettino, ma ha finito per evocare uno stereotipo che negli Stati Uniti è delicato, al centro di un dibattito sulle disuguaglianze educative tra gruppi etnici. Insomma, non il modo migliore per lanciare la sua campagna per il 2028.

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Redazione Redazione Eventi e News