Così il ritiro dei ghiacci avvelena le sorgenti alpine

Aprile 28, 2026 - 22:00
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Così il ritiro dei ghiacci avvelena le sorgenti alpine

L’immaginario collettivo ha sempre associato le vette alpine alla purezza incontaminata delle loro acque, ma il collasso della criosfera sta riscrivendo questa narrazione in termini inquietanti. La crisi climatica non si limita infatti a sottrarre volume ai ghiacciai, ma ne altera la composizione chimica profonda, trasformando i bacini d'alta quota in potenziali fonti di inquinamento minerale. Questo processo, noto come contaminazione geogenica, nasce dal contatto forzato tra l'atmosfera e le rocce rimaste per millenni protette dallo scudo del ghiaccio, innescando un rilascio di sostanze pesanti che oggi scopriamo essere molto più capillare e sistemico di quanto ipotizzato in passato.

Come emerso dallo studio, appena pubblicato dalla rivista Hydrological Processes, il fenomeno riguarda le sorgenti alimentate da diverse forme del paesaggio che rappresentano anche importanti serbatoi idrici alpini, ovvero ghiacciai, rock glaciers (ghiacciai rocciosi), morene recenti e conoidi di detrito. E questa è una novità. Fino a oggi, infatti, la maggior parte delle ricerche si era focalizzata solo sui ghiacciai rocciosi e, in minor misura, sui ghiacciai. I risultati di questo nuovo studio, quindi, dimostrano che la contaminazione da metalli pesanti delle acque di montagna è più diffusa di quanto si pensasse.

L'analisi chimica condotta da un team di ricerca guidato dal centro Eco Research di Bolzano su 80 sorgenti tra Trentino-Alto Adige e Tirolo ha evidenziato come, nel 36% dei campioni, le concentrazioni di metalli come nickel, manganese e alluminio superino i limiti di legge per l'acqua potabile.

Stefano Brighenti, ricercatore di Eco Research e primo autore dello studio, spiega che «la contaminazione da metalli pesanti delle acque d’alta quota ha a che fare sia con la geologia del territorio sia con la degradazione della criosfera, ovvero la perdita dei ghiacciai e del permafrost. Il ghiaccio funge come una barriera in cui le reazioni chimiche sono inibite. Quando il volume occupato dai ghiacci diminuisce, le acque derivanti dalle piogge e dalla fusione della neve penetrano più in profondità nel terreno o attraversano zone ricche di materiale roccioso recentemente sminuzzato dall’azione dei ghiacciai e del permafrost. L’acqua e l’ossigeno, quindi, interagiscono maggiormente con le superfici minerali, aumentando l’acidità dell’acqua e portando al rilascio dei metalli pesanti da parte della roccia. Di conseguenza, le acque di sorgente avranno un contenuto maggiore di queste sostanze».

La ricerca evidenzia che le uniche sorgenti a mantenere una buona qualità, in queste aree sensibili, sono quelle non influenzate dalla criosfera, che sgorgano da versanti dove il suolo e la vegetazione riescono ancora a filtrare e proteggere la risorsa idrica. Ma con l'aumento delle temperature, queste "oasi" sono destinate a ridursi.

«Questo studio è importante perché dimostra che dove la criosfera si degrada, è molto probabile che le sorgenti d’acqua siano contaminate», afferma Chiara Crippa, seconda autrice dello studio e ricercatrice dell’Istituto per l’osservazione della Terra di Eurac Reserach, centro di ricerca di Bolzano. 

Le conclusioni di Brighenti non lasciano spazio a interpretazioni ottimistiche sul breve periodo: «Dobbiamo prepararci a un futuro caratterizzato da acque di montagna sempre più scarse e, in vaste zone, sempre più inquinate. Con sempre più evidenti effetti ecologici, sociali ed economici anche nelle zone di fondovalle».

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Redazione Eventi e News Redazione Eventi e News in Italia