Le comunità che abitano la crisi climatica, negli scatti di Nick Brandt

Da oggi fino al 6 settembre 2026, le Gallerie d’Italia di Torino ospiteranno Nick Brandt. The Day May Break. La luce alla fine del giorno, a cura di Arianna Rinaldo, un progetto espositivo dedicato a uno dei più importanti fotografi contemporanei attivi sui temi della crisi climatica e sulla tutela degli ecosistemi.
All’interno della mostra sarà presentata per la prima volta l’opera nella sua interezza: il progetto si compone di quattro capitoli nati nel cuore della pandemia che ridefiniscono il ruolo della fotografia ambientale contemporanea. Mentre i lavori precedenti di Brandt – come quelli legati alla celebre trilogia africana – si concentravano quasi esclusivamente sulla fauna selvatica, con The Day May Break il fotografo britannico compie un’evoluzione radicale: l’essere umano entra per la prima volta nell’inquadratura, e condividelo stesso destino degli animali. Entrambi sono profughi del clima, naufraghi in un mondo che sta cambiando troppo in fretta.

Il percorso espositivo si snoda attraverso una narrazione suddivisa per aree geografiche. Nei primi due capitoli (ambientati in Kenya, Zimbabwe, Bolivia) uomini e animali sopravvissuti a siccità estreme o al traffico illegale posano nello stesso fotogramma in ritratti dignitosi, quasi solenni, avvolti da una nebbia, presagio di un mondo che sta svanendo.
Il terzo capitolo SINK / RISE è la sezione più visionaria, ambientata nell’arcipelago delle isole Fiji. Su queste terre emerse Brandt ritrae le comunità del Pacifico: persone che sembrano abitare l’abisso, terre che in un un futuro prossimo saranno sommerse dall’innalzamento dei mari.
The Echo of Our Voices è il quarto e ultimo capitolo dell’esposizione, ambientato in Giordania. L’ultimo atto, accompagna spettatrici e spettatori nel deserto giordano tra i rifugiati siriani. In un paesaggio inaridito dalle crisi che lo attraversano, cambiamento climatico, la guerra e la crisi ambientale si fondono, rivelando la resilienza dello spirito umano.
Nick Brandt è uno dei fotografi più originali della nostra epoca, un professionista che ha saputo trasformare la fotografia naturalistica in un potente manifesto politico ed elegiaco. Nato a Londra nel 1964, Brandt non nasce come fotografo puro: la sua formazione avviene nel mondo del cinema e della musica. È stato un acclamato regista di video musicali – ha collaborato per esempio con Michael Jackson nella realizzazione di Earth Song –, un’esperienza che ha plasmato il suo occhio cinematografico e la sua capacità di costruire narrazioni epiche.

Nel 2000 si ritrovò a girare delle riprese in Tanzania. Colpito dalla maestosità e, allo stesso tempo, dalla fragilità dell’ecosistema africano, Brandt decise di abbandonare la regia per dedicarsi alla fotografia. Tra il 2001 e il 2013 realizza una trilogia monumentale che ridefinisce il genere. I suoi scatti in bianco e nero e realizzati su pellicola di medio formato, non ricercano l’effetto documentario. Brandt ritrae gli animali come se fossero soggetti di un ritratto in studio del diciannovesimo secolo: figure nobili, senzienti, quasi umane nella loro espressione di malinconia o nella loro fierezza.
Lo fa utilizzando obiettivi a focale fissa e avvicinandosi fisicamente agli animali — senza mai usare teleobiettivi che, a suo dire, «appiattiscono» l’anima del soggetto — Brandt cattura una vicinanza intima con un senso di profondo rispetto. Con il passare degli anni, il lavoro di Brandt si è fatto più urgente e cupo. Rendendosi conto che la sola celebrazione della bellezza non bastava ha iniziato a documentare l’impatto dell’impronta umana. Nell’opera Inherit the Dust (2016): Brandt ha stampato a grandezza naturale i suoi vecchi ritratti di animali e li ha collocati all’interno di paesaggi ormai urbanizzati, discariche e cantieri dove quegli stessi animali un tempo vagavano. L’effetto è quello di fantasmi che osservano con smarrimento lo stesso mondo che li ha dimenticati. Nella serie This Empty World (2019) l’artista esplora lo scontro frontale tra natura e sviluppo umano. Attraverso una tecnica complessa di doppia esposizione e set costruiti in loco, Brandt racconta animali e comunità umane che lottano per sopravvivere nello stesso spazio degradato.
L’impegno del fotografo britannico nel contrastare gli effetti della crisi climatica eccede il racconto fotografico. Nel 2010, infatti, ha co-fondato la Big Life Foundation, un’organizzazione non-profit dedicata alla protezione dell’ecosistema Amboseli-Kilimanjaro. Big Life collabora direttamente con le comunità locali Maasai, impegnandosi a contrastare il bracconaggio e a mitigare i conflitti tra uomini e fauna selvatica.

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