Le reti da pesca contro i droni di Putin, e la difesa a basso costo dell’Ucraina

In alcune strade dell’Ucraina orientale, soprattutto nelle zone più esposte agli attacchi russi, si vedono reti da pesca sospese sopra l’asfalto. Formano una specie di copertura leggera, quasi invisibile, che trasforma le carreggiate in corridoi protetti. Servono a fermare i droni. Le eliche si impigliano nella maglia e il velivolo si blocca o esplode prima di colpire il bersaglio. È una dinamica che dice molto di questa guerra. Perché la resistenza di Kyjiv non passa solo da missili da milioni di euro e sistemi sofisticati in grado di elaborare enormi quantità di dati: è fatta anche di strumenti rudimentali, adattati sul campo.
Il senatore Ivan Scalfarotto ha depositato un disegno di legge per promuovere la cessione volontaria delle reti da pesca dismesse alle forze ucraine. L’idea nasce da una pratica già diffusa sul campo: «Le reti industriali da pesca sono considerate ideali perché i propeller dei droni si impigliano nelle maglie e il drone non riesce a proseguire il volo; anche un Lancet che colpisce la rete e detona non causa danni significativi perché la rete assorbe l’onda d’urto», dice Scalfarotto a Linkiesta. «Uno strumento antico quanto la civiltà del mare, che si sta rivelando uno degli antidoti più efficaci contro sistemi d’offesa ad altissima tecnologia». Il ddl è stato firmato anche dalla capogruppo a Palazzo Madama Raffaella Paita e dai senatori del gruppo Enrico Borghi, Silvia Fregolent, Annamaria Furlan, Dafne Musolino e Daniela Sbrollini.
Non è una trovata isolata, quella di Scalfarotto. In tutta Europa, negli ultimi mesi, pescatori e agricoltori hanno iniziato a raccogliere e spedire reti verso l’Ucraina. Nei Paesi Bassi, l’organizzazione Life Guardians ne ha inviate oltre ottomila tonnellate; in Svezia circa quattrocento; in Danimarca cinquecento; dalla Bretagna francese sono partiti più di duecentottanta chilometri di reti. Materiali che fino a poco tempo fa erano un problema da smaltire sono diventati una risorsa strategica. «Ci sono già Paesi attivamente coinvolti, ma tutti su base volontaria e civile. Se fosse approvata questa legge l’Italia sarebbe il primo Paese a organizzarsi con una legge in questo senso», aggiunge Scalfarotto.
A prima vista può sembrare una di quelle soluzioni improvvisate che funzionano solo in emergenza. In realtà è coerente con l’evoluzione del conflitto. In questi anni Russia e Ucraina hanno progressivamente abbassato la soglia tecnologica necessaria per colpire un obiettivo, rendendo accessibili capacità offensive che fino a pochi anni fa erano prerogativa di eserciti molto più strutturati. E quando il costo dell’attacco si abbassa così tanto, anche la difesa deve cambiare scala.
In alcune zone del fronte, come raccontano i militari ucraini, è diventato quasi impossibile muoversi senza essere individuati da droni piccoli, economici, spesso modificati a partire da modelli commerciali, e caricati con esplosivi. Possono colpire veicoli, trincee, ospedali, infrastrutture energetiche, ma soprattutto le linee logistiche. Tutto ciò che tiene in piedi un esercito.
Per questo le reti da pesca stanno assumendo un ruolo sempre più rilevante. Vengono tese sopra le strade, tra pali o strutture improvvisate, creando corridoi protetti.

Un reportage del New York Times della scorsa estate raccontava il passaggio in alcune zone del fronte coperte da reti: attraversarle dà la sensazione di entrare in una struttura artificiale sospesa nel vuoto, una sequenza di archi leggeri, quasi invisibili, che trasformano strade aperte in tunnel improvvisati. Gli ucraini le hanno ribattezzate «strade della vita», percorsi essenziali che permettono di rifornire le truppe o evacuare i feriti. Senza protezioni sarebbero bersagli facili. Con le reti, almeno, si riduce il rischio.
Quando un drone prova a colpire un bersaglio a terra, le eliche si impigliano nella maglia e il velivolo si blocca o esplode prima di raggiungere il bersaglio. Il paragone più usato dai soldati ucraini è quello con una ragnatela che cattura una mosca. Sembra un’immagine adeguata.
I droni sono difficili da intercettare con sistemi tradizionali. Sono piccoli, veloci, volano a bassa quota. In molti casi non conviene nemmeno abbatterli con armi sofisticate, come un caccia o un missile, per la disparità di costi che renderebbe l’operazione economicamente insostenibile sul lungo periodo.
Altri sistemi usati di solito per fermare i droni possono essere inefficaci contro i droni a fibra ottica, ampiamente diffusi al fronte ucraino. Si tratta di velivoli immuni ai normali sistemi di disturbo elettronico. Allora ecco che soluzioni semplici come le reti diventano uno dei pochi strumenti in grado di fermare fisicamente il drone prima dell’impatto.
Questo non significa che siano risolutive. «Le reti non sono una panacea», ha spiegato una portavoce dell’esercito ucraino. Sono solo un elemento di un sistema più ampio. I piloti russi stanno già cercando modi per aggirarle, modificando le traiettorie o aumentando la velocità degli attacchi. In altri casi, i droni riescono comunque a colpire, soprattutto quando le coperture sono incomplete o danneggiate. Come spesso accade in questo conflitto, ogni contromisura genera rapidamente una contromossa.

Lo abbiamo scritto più volte in questi anni: non esiste un sistema di difesa che possa costituire da solo un proiettile d’argento. «Per difendersi efficacemente occorre una difesa stratificata e multilivello», aveva detto qualche settimana fa a Linkiesta Alessandra Russo, esperta di tecnologie militari. Guerra elettronica, droni intercettori, sensori, armi tradizionali: ogni strumento riduce la probabilità che un attacco vada a segno.
Le reti si inseriscono esattamente in questa logica. Non sostituiscono le tecnologie avanzate, semplicemente le affiancano. Una soluzione a basso costo che risponde a un problema altrettanto concreto come la saturazione dello spazio aereo a bassa quota.
La capacità di adattamento è sempre indispensabile in una guerra di attrito, lunga e dettata da una costante necessità di efficienza, di razionalizzare il consumo di risorse. Per questo la proposta di Scalfarotto, al di là della sua dimensione politica, coglie un punto reale. Bisogna saper combinare il vecchio e il nuovo. Un oggetto semplice, nato per catturare pesci, oggi viene impiegato per fermare armi guidate da remoto. Da materiale di scarto a risorsa strategica. Una tecnologia povera che si rivela efficace contro sistemi molto più costosi.
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