Le scarpe di Salis, e il “privilegio” come parola scema del nostro tempo

Le uniche volte in cui la parola “privilegio” è comparsa, nella mia giovinezza, sono state quelle in cui squarciagolavamo gli Smiths: se ci investisse un autobus a due piani, morire al tuo fianco sarebbe per me un piacere e un privilegio. Le canzonette fanno questa cosa di farti idealizzare cose che poi crescendo scopri essere zero romantiche: il massimo della dichiarazione che sono in grado di fare da adulta è «se arrivasse un autobus a due piani, spero di riuscire a scansarmi e a piangerti molto da viva».
Adesso, “privilegio” è una delle parole sceme più diffuse tra quelle d’un dibattito pubblico sempre più scemo. È privilegiata Silvia Salis, che è stata fotografata con delle Manolo Blahnik che la folla accalcata sotto Versailles ha riconosciuto non perché abbia un qualche occhio per il design, ma perché nella foto se le era sfilate e si vedeva l’etichetta interna.
La prima cosa che hanno pensato le persone normali è stata: ah, Manolo Blahnik, come fosse il 2003. La seconda cosa che hanno pensato le persone normali è stata: ma solo a me sudano i piedi e le solette interne hanno sempre un’aria un po’ marcita, invece guarda la Salis che scarpe impeccabili, neanche sembrano indossate, l’etichetta si legge benissimo e non è neppure ciancicata.
La folla, invece, smemorata com’è giusto sia la folla, ha ritenuto percependosi originalissima di inscenare una replica della saga D’Alema, al quale prima vennero rimproverate le scarpe fatte da un artigiano, poi la barca, poi non so che altro. Furono anni dilettevoli, quelli, per i lettori dei retroscena politici. Anni in cui io pensavo spesso a Stefano Bonaga, che una qualche sera della mia infanzia avevo sentito dire «vi confondete, quelli che vogliono che vadano tutti a piedi sono i frati: i comunisti vogliono che abbiano tutti la Ferrari».
Oggi la Salis è sulla copertina di Vanity Fair, la intervista il direttore (il che una volta era segno di importanza dell’intervistato, oggi di solito è segno che il giornale non può permettersi di pagare gente che sappia fare le interviste). La domanda sulle scarpe omette il riferimento a Manolo, «La attaccano per una foto a piedi nudi prendendosela con il marchio di lusso delle sue scarpe», un po’ come quando ci si riferisce al cancro come «brutto male».
Lei risponde «per sminuire la persona, soprattutto quando si parla di una donna, non entrano nel merito ma guardano a come si veste e a come appare», perché è troppo giovane per sapere delle scarpe di D’Alema ed è della generazione che oltre al privilegio ha inventato il solo-alle-donne.
Risponde che «non c’è niente di male nel comprarsi, con le proprie risorse, quello che più ci piace», e io trovo struggente che anche chi, per anagrafe e per formazione, sta più in mezzo ai meccanismi del presente, poi ritenga sempre di costituire eccezione. «Alle persone non interessa», dice la Salis, che forse sta dicendo che Vongola75 non è una persona.
Vongola75 che, per esempio, quando qualcuno dice quant’è in forma Madonna che a 67 anni si tira su da in ginocchio, su un palco, senza appoggiarsi e dire «oppalà», come noialtre catorci medi, ci tiene a rispondere che non è perché è migliore, Madonna: è perché è una privilegiata che può permettersi allenatori e medici e non si è rovinata le giunture stando al tornio e alla pressa.
Silvia Salis, venga, si sieda, non si levi le scarpe: le presento un mondo in cui neppure Madonna Ciccone viene considerata al di sopra del sospetto di non essersi guadagnata ogni cosa, si figuri se può pensare d’esserlo lei che deve farne di strada prima di dimostrare la quantità di cose che s’illudeva d’aver dimostrato la Ciccone.
Ieri vedevo un pezzettino d’un podcast americano, c’era uno che diceva che Lena Dunham viene considerata una figlia di papà ma nessuno sa dire come si chiamino i suoi genitori. È una grande verità: i genitori della Dunham son due disgraziati qualunque dell’ambiente culturale newyorkese; certo, è meglio che esser figlia di due disgraziati qualunque che coltivano patate in Ohio, ma insomma non è come essere la figlia di Steven Spielberg o di Jackie Kennedy.
L’altra podcaster rispondeva, con la sicumera che noialtre dotate di vagina abbiamo messo su in quest’epoca in cui è reato universale darci torto, che no, esiste il privilegio genitoriale. Lei, per esempio, non ha mai visto il padre leggere un libro, e allora come la mettiamo? Non so, ragazza: suggerirei di metterla che se tuo padre avesse letto libri tu saresti diventata una che pensa solo alla manicure, visto che in genere ci si forma per contrasto.
Ma soprattutto, ragazza, te lo dico col privilegio di chi è abbastanza vegliarda da esser cresciuta in anni in cui i libri si leggevano perché non c’era altro, non i telefoni non le piattaforme non i meme, te lo dico da cresciuta in mezzo a gente che leggeva libri essendo essi una delle poche forme d’intrattenimento esistenti: leggere libri – una cosa che fa qualunque ragazzino in età scolare – non fa di te una persona migliore, un’artista di successo, un’intellettuale con idee interessanti; leggere libri non serve a niente, neanche a capire cosa c’è scritto nei libri.
Twitter, o come si chiama ora, ha il privilegio di non sapere nulla del mondo fino a un quarto d’ora fa. L’altro giorno qualcuno ha scritto che non riusciva neppure a immaginare che esistesse una classe sociale di gente coi nonni laureati. Tweet, o come si chiamano, rilanciato da una pletora di ventenni che giurano d’avere nonni con la seconda elementare. Ma i nonni dei ventenni saranno poco più vecchi di me. Nel dopoguerra non vigeva l’obbligo scolastico?
Sessant’anni fa non era normale laurearsi, afferma in toni perentori una che temo non si sia accorta che sessant’anni fa erano gli anni Sessanta. Pensa scambiare gli anni del 18 politico per quelli in cui avevano il privilegio di studiare solo i padroni del vapore. Pensa che enorme privilegio, non sapere un cazzo di niente mentre la fiscalità generale ti paga la triennale, in attesa tu sia un trentacinquenne che la mamma accompagna ai primi colloqui di lavoro.
Altro privilegio di quest’epoca è la confusione tra repliche e prime visioni. In questi giorni, per esempio, gira tantissimo un pezzettino di podcast di tre anni fa che viene trattato come fosse nuovo. C’è Gwyneth Paltrow che dice com’erano i suoi ex a letto. Spicca il giudizio su Ben Affleck, «tecnicamente eccellente», che immagino sia la frase con cui ogni ex vuol essere ricordato.
Ci guardiamo tutte quante dal notare che, se un uomo famoso si azzardasse ad andare da Rogan dando i voti a com’erano a letto le sue ex anch’esse note, quell’uomo verrebbe psicanalizzato da mille volontarie indignate, e indicato come esponente del patriarcato tossico per i successivi sei mesi. È un ottimo momento, per approfittarsi del privilegio d’essere donna. Consiglierei alla Salis di tenerne conto, invece di ripetere lo stantio ritornello sulla società dell’immagine – che, per carità, pertiene solo alle donne.
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