L’intensità delle piogge estreme nei Paesi del Mediterraneo occidentale è aumentata del 36% dal 1950

Mar 3, 2026 - 00:00
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L’intensità delle piogge estreme nei Paesi del Mediterraneo occidentale è aumentata del 36% dal 1950

In neanche 45 giorni ben 9 tempeste hanno colpito i Paesi che affacciano sul Mediterraneo occidentale. In particolare, Spagna, Portogallo e Marocco hanno subito eventi meteo estremi che hanno causato decine di vittime, centinaia di migliaia di sfollati, danni per diversi miliardi di euro.

A stilare un bilancio di quel che è successo in quest’area dal 16 gennaio in poi è l’organizzazione scientifica internazionale World weather attribution (Wwa), che ha pubblicato un dettagliato report sui danni provocati dalle violente precipitazioni e dalle forti raffiche di vento che si sono abbattute nelle ultime settimane nell’Europa sud-occidentale e nell’Africa nord-occidentale. Se in Italia, alla fine del mese scorso, Sicilia, Calabria e Sardegna erano alle prese con il ciclone Harry, nelle stesse settimane in Spagna, si legge nel report Wwa, le inondazioni e i danni alle infrastrutture causati dai forti venti hanno costretto oltre 12.400 persone ad evacuare dalle proprie abitazioni, colpendo 115.000 persone in 19 villaggi della Sierra de Cádiz e portando il governo spagnolo a stanziare oltre 7 miliardi di euro in aiuti, con un ulteriore contributo di 1,78 miliardi di euro da parte del governo regionale dell’Andalusia (il nostro governo ha stanziato con decreto per Niscemi e per le tre regioni del sud colpite dal ciclone Harry 1,2 miliardi di euro).

Il Portogallo, evidenziano sempre i ricercatori dell’organizzazione Wwa, ha registrato sei vittime durante la tempesta Kristin, con venti fino a 202 km/h che hanno lasciato un milione di persone senza elettricità e causato danni strutturali diffusi, e il governo portoghese si è già impegnato a sostenere la ricostruzione con un pacchetto di 3,5 miliardi di euro.

Ancora più pesante il bilancio nel nord del Marocco, dove le inondazioni hanno causato 43 morti, 300.000 sfollati e 110.000 case allagate, portando a un piano di ricostruzione da 280 milioni di euro.

Ma la parte scientificamente più rilevante del report riguarda la domanda se, e in caso quanto, il riscaldamento globale abbia influenzato l’intensità delle piogge cadute in quest’area del Mediterraneo. I ricercatori impegnati in questo studio sono provenienti da Spagna, Portogallo, Marocco, ma anche Paesi Bassi, Svezia, Sudafrica, Svizzera, India, Danimarca, Stati Uniti e Regno Unito. Hanno collaborato per valutare in che misura i cambiamenti climatici indotti dall’uomo abbiano alterato la probabilità e l’intensità degli eventi di pioggia intensa. E, in sintesi, il risultato delle loro indagini è questo. Primo: dalle analisi emerge che, rispetto al 1950, l’intensità delle piogge estreme è aumentata del 36% nel Sud (Spagna meridionale/Marocco) e del 29% nel Nord (Portogallo/Galizia). Secondo: gli eventi estremi di gennaio-febbraio 2026 sono stati caratterizzati da un’atmosfera molto meno stabile e da una maggiore disponibilità di umidità, che ha amplificato sia i venti che le precipitazioni. Il terzo elemento riscontrato dai ricercatori riguarda la ricorrenza di simili fenomeni: sebbene l’evento su larga scala abbia tempi di ritorno di 5-40 anni, a livello locale si sono registrati fenomeni estremi che sulla carta dovrebbero essere molto più rari, essendo stati finora caratterizzati da tempi di ritorno ben superiori ai 100 anni.

Nel report si legge anche che a determinare l’elevata portata dei danni sono stati diversi fattori che hanno anch’essi a che fare con gli attuali sistemi di organizzazione e sviluppo urbano. In particolare, l’indagine evidenzia come lo sviluppo edilizio e turistico nelle pianure alluvionali e nelle aree costiere soggette a erosione abbia aumentato drasticamente l’esposizione al rischio. Di contro, viene anche sottolineato, nonostante i danni, il numero di vittime è stato limitato grazie ai sistemi di allerta precoce che hanno permesso evacuazioni tempestive.

Le conclusioni del report sono nel segno della prevenzione e dell’innovazione, perché un dato che appare ormai scontato è che non è più sufficiente basarsi sui dati storici per prevenire simili disastri: le decisioni urbanistiche, i codici edilizi e gli investimenti infrastrutturali devono integrare le proiezioni climatiche future e anche vietare nuove costruzioni in zone ad alto rischio alluvionale. Scrivono i ricercatori: «Per ridurre i rischi di alluvioni future, è necessario che le informazioni sui rischi di catastrofi, aggiornate regolarmente, combinino valutazioni della vulnerabilità, mappatura dell’esposizione e proiezioni climatiche future. Le decisioni di pianificazione dovrebbero quindi integrare e applicare la riduzione dei rischi nella pianificazione dell’uso del territorio, nei regolamenti edilizi e nelle decisioni di investimento nelle infrastrutture».

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