Parigi amplia l’arsenale nucleare e coinvolge Berlino in un bilaterale atomico. Macron: «Liberi se temuti»

«Per essere liberi bisogna essere temuti». Sono passati un paio di millenni dal «si vis pacem para bellum» dell’antica Roma, ma più o meno stiamo sempre là. Passati un paio di giorni dai primi bombardamenti statunitensi e israeliani sull’Iran, Emmanuel Macron si è presentato alla base sottomarina di Île Longue, in Bretagna, e parlando con alle spalle un imponente sottomarino nucleare ha pronunciato quella frase e annunciato che la Francia ha deciso di ampliare il proprio arsenale atomico. E pazienza se basta una minima parte di queste bombe già stipate nei depositi di un pugno di nazioni per sterminare l’intera razza umana, pazienza se lo stesso presidente francese fa presente che la dotazione nucleare di quel sottomarino che gli fa da sfondo scenografico ha una potenza di fuoco che supera tutte le bombe sganciate sull’Europa durante la seconda guerra mondiale messe assieme. L’Eliseo ha deciso di puntare sulla strategia della deterrenza nucleare perché «in questo mondo pericoloso e instabile bisogna essere temuti, e per essere temuti bisogna essere potenti». E la potenza, alla fin fine, è garantita solo dalla potenza di fuoco.
Al momento Parigi dispone di un numero totale di testate nucleari stimato sotto le 300 unità. E ora, per la prima volta dalla fine della Guerra fredda, lavora ad aumentarne quantità e potenziale distruttivo. Con due aggiunte: la prima è che la Francia non renderà più pubblico il numero esatto delle proprie testate atomiche, perché la trasparenza andava forse bene per i decenni passati ma ora siamo entrati in un’altra fase storica e «l’incertezza è parte integrante della dissuasione»; la seconda è che in questa operazione di deterrenza verranno coinvolte anche altre nazioni europee. Macron non ha fornito molti dettagli su come si concretizzerà questa «alleanza nucleare», ma ha citato come Paesi coinvolti da questo nuovo coordinamento strategico Germania, Regno Unito (la sola altra potenza nucleare in Europa), Polonia, Paesi Bassi, Belgio, Grecia, Svezia e Danimarca.
Un primo atto concreto è stato il documento congiunto siglato con il cancelliere tedesco Friedrich Merz con cui è stato deciso di «avviare una cooperazione più stretta nel campo della deterrenza» e con cui si dà il via alla partecipazione di Berlino a esercitazioni nucleari francesi, visite congiunte a siti strategici e lo sviluppo di nuove capacità di attacco di precisione a lungo raggio. Ma la strategia della Francia punta ad allargare subito questa cooperazione anche ad altri partner europei: per la prima volta, stando alle prime indicazioni uscite dall’Eliseo, la Francia permetterà la dislocazione temporanea dei Dassault Rafale (caccia dotati di missili nucleari) sul suolo di Paesi alleati per esercitazioni e protezione dei confini aerei. Altra informazione uscita dall’Eliseo: il “bottone nucleare”, quale che sia la forma che prenderà questa alleanza atomica, resta esclusivamente nelle mani del presidente francese. Ultima precisazione: «È chiaro fin dall’inizio, sia a noi che ai nostri partner, che questo sforzo è aggiuntivo alla missione nucleare della Nato», ha sottolineato Macron escludendo dunque che si punti a sostituire o depotenziare l’alleanza atlantica, già peraltro fortemente indebolita dopo le recenti azioni ed esternazioni del presidente statunitense Donald Trump.
La mossa francese segna comunque l’attraversamento di una linea che, per certi versi negli ultimi ottant’anni e per altri negli ultimi trent’anni almeno, nessuno in Europa si era sognato di mettere in discussione. La corsa al riarmo nucleare della Francia viene unita tra l’altro a una strategia che Macron aveva teorizzato già nel 2020, quando in un discorso ufficiale disse che «senza nucleare civile non c’è nucleare militare e senza nucleare militare non c’è nucleare civile»: «Contrapporre il nucleare civile e quello militare in termini di produzione, così come in termini di ricerca, non ha senso per un Paese come il nostro. Il settore vive delle sue complementarità e deve essere concepito proprio in termini di complementarità», sottolineò nel corso di una visita al sito industriale di Framatome. E ora lanciando questa strategia della deterrenza, o come la chiama lui, questa strategia della «dissuasione avanzata», Macron può portare avanti concretamente questa «complementarietà».
Per ampliare e potenziare l’arsenale nucleare saranno infatti necessarie maggiori quantità di trizio, un gas radioattivo tanto instabile quanto fondamentale per questo settore, e la Francia ha deciso di utilizzare i reattori nucleari civili della centrale di Civaux per produrre materiale radioattivo a scopo militare. Si tratta di una strategia a cui già in passato ha lavorato il ministero della Difesa francese, prevedendo una collaborazione con il principale fornitore e produttore di energia elettrica, l’Edf, che prevede l’installazione di un servizio di irradiazione dei materiali presso la centrale situata nel dipartimento di Vienne, nella regione della Nuova Aquitania. «Si tratta di sfruttare la potenza dei due reattori di Civaux per irradiare, senza modificare la produzione di energia elettrica, materiali particolari contenenti litio nel cuore dei reattori – aveva spiegato il ministero – Una volta irradiati, questi materiali saranno trasferiti in un sito del Cea per produrre trizio, un gas raro indispensabile per le armi di deterrenza». Il Cea è il “Commissariat à l’énergie atomique” e questa collaborazione, che era allo studio fin dagli anni ’90, con la nuova strategia della deterrenza lanciata da Macron può ora svilupparsi appieno. Facendo definitivamente cadere l’ormai sempre più labile confine tra il nucleare civile e quello militare.
Come scrive il sito francese Reporterre dando voce agli esperti dell’Ican (International campaign to abolish nuclear weapons, coalizione globale di organizzazioni non governative che lavora per il disarmo nucleare) «Macron spiega che crede che la deterrenza garantisca la sicurezza, ma si tratta di una convinzione personale». Spiega Jean-Marie Collin: «Nulla ce lo conferma. Annunciare l’aumento dell’arsenale nucleare, la fine della trasparenza, questa nozione di deterrenza avanzata non può che suscitare reazioni ostili da parte degli avversari. Ciò non può che portare ad un aumento del numero di armi nucleari nel mondo, a una maggiore insicurezza e a una mancanza di fiducia».
E poi c’è un’altra considerazione che viene fatta dagli osservatori di geopolitica: questa corsa al riarmo, a cui partecipa anche la Germania con un piano da centinaia di miliardi di euro (era stato annunciato da 400, poi schizzato a 900 miliardi, con un bilancio 2026 varato dal governo che ha approvato una spesa per la difesa di 83 miliardi, +32% rispetto al 2025) arriva mentre le attuali leadership appaiono indebolite e sempre più incalzate da forze sovraniste di estrema destra come il Rassemblement national in Francia e l’Alternative für Deutschland in Germania (per non parlare della debolezza del premier britannico Keir Starmer e dei consensi che continua a incassare il trumpiano Nigel Farage). Non proprio le migliori premesse per il futuro, ripensando alla corsa al riarmo che c’è stata in Europa negli anni ‘30 del secolo scorso.
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