Milano, l’agente al processo si scusa con la trans Bruna: “Colpirla alla testa è stato uno sbaglio”

Mar 14, 2026 - 21:00
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Milano, l’agente al processo si scusa con la trans Bruna: “Colpirla alla testa è stato uno sbaglio”

La fotografia del processo agli agenti della polizia locale accusati di lesioni aggravate e falso nei verbali per il pestaggio del trans ‘Bruna’ a Milano del 24 maggio 2023 arriva quando uno dei due imputati cade in contraddizione sulle versioni fornite al Tribunale di Milano. I suoi legali chiedono alla giudice Marina Colabrodo una pausa di “5 minuti” perché in quel momento l’uomo non è in grado “di rispondere alle domande”. Concessa, torna più rilassato, l’esame fila liscio fino in fondo. Rimangono alcuni punti oscuri e versioni che non combaciano nemmeno fra i due vigili, imputati in concorso per aver manganellato e preso a calci, mentre era ammanettata, e infine spruzzata con spray urticante, la brasiliana di 43 anni che dava in “escandescenza” durante un intervento al Parco Trotter, protrattosi fino al trasporto all’Ufficio centrale arresti e fermi (Ucaf) in via Sarfatti. Al mattino il più giovane, 42 anni, presunto autore materiale del colpo alla “testa”, si è scusato. “Colpirla è stato uno sbaglio, se mi vedo in quel video”, girato da studenti della Bocconi, “non mi riconosco”, dice. Nel pomeriggio il 55enne, il più alto in grado, afferma su domanda della pm Giancarla Serafini di non essersi accorto della manganellata con il “distanziatore”. Cade in contraddizione su tempi e modi quando aggiunge di aver utilizzato lo spray urticante “prima del colpo alla testa”. Circostanza comunque smentita dai video che lo mostrano intervenire dopo un paio di secondi con la bomboletta. Della botta al cranio però non c’è traccia nell’informativa di polizia redatta per quello che sarebbe dovuto diventare un arresto, mai avvenuto. Scritta, sostiene, senza “confronto” col collega e senza aver visto il “video” che ritrae quegli istanti. Nonostante il girato fosse stato pubblicato su quotidiani e social da ore e le “notizie giravano”, tanto che quella mattina ai ‘ghisa’ arrivano le chiamate dai “vertici” del Comando, dall’ufficio del “sindaco” di Milano, Giuseppe Sala, e dalla “Procura” diretta da Marcello Viola. Nell’atto si legge di “violente testate” che ‘Bruna’ si sarebbe auto inferta in macchina durante il trasporto. Queste sarebbero la causa delle lesioni al “capo”. “Non ho collegato” le ferite “all’utilizzo del distanziatore – ha detto – Ho avuto la percezione delle testate in auto, sentivo i colpi molto forti. Mi è parso più plausibile”.

Il vigile cambia versione in aula

Gli vengono mostrati i fotogrammi e, almeno sui tempi, cambia versione. Ha usato lo spray quando era già in corso la fase di “contenimento” a terra della donna da parte dei colleghi. Lo ha fatto pensando alla necessità di “non avvicinarsi” a una “persona” che aveva minacciato di “infettarci”, farneticando forse di HIV-AIDS, e avrebbe così “voluto allontanare” gli agenti già intervenuti “per non farli agire ancora”. Ha aggiunto di essere stato conservativo rispetto alle “indicazioni operative” sugli spray al peperoncino. Che sono quelle “di utilizzare tutta la bomboletta” che “va esaurita” perché così “ci viene insegnato”. “Io ho utilizzato 2 brevi getti perché uno non era andato a segno”, ha aggiunto provando a spiegare perché, sempre nell’informativa, non ci sia traccia delle conseguenze mediche subite da ‘Bruna’ per via dello spray. Non ricorda o non ha ritenuto “rilevante” l’arrossamento di occhi e pelle della donna (altro passaggio che manca nelle annotazioni) rilasciata dopo poche ore. “È una condizione temporanea e normale che subiamo anche noi”. Caso diverso se invece subentra “una complicanza respiratoria”. Gli viene chiesto se si fosse accorto del respiro affannoso. “Ero sicuro che ci fosse affaticamento nel respiro perché serve proprio a quello lo spray – ha concluso -. Ma è una situazione transitoria”. Le anomalie del caso che ha già portato alla condanna a 10 mesi di un terzo agente in primo grado con l’abbreviato (in 2 sono stati prosciolti in udienza preliminare) non sono finite: la difesa della trans, 43enne all’epoca dei fatti e oggi nel doppio ruolo di vittima/parte civile e sua volta imputata di lesioni aggravate, resistenza, rifiuto di fornire indicazioni sulla propria identità e ricettazione, ha chiesto come fosse possibile che nell’informativa sia riportato il numero di matricola del collega che però afferma di non essere stato presente alla stesura e di non averla nemmeno mai vista in seguito. “Lo conosceva a memoria?” hanno domandato gli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli chiedendo di fornire a memoria altri numeri di matricola di colleghi. “Credo di sì”, ha concluso il 55enne in polizia locale dal 1999 e oggi in servizio al Nucleo investigativo e prevenzione del Corpo. Il processo stato aggiornato al prossimo 13 aprile per l’esame di ‘Bruna’ e le accuse nei suoi confronti. Il calendario già fissato fino a giugno. Potrebbe andare a sentenza dopo l’estate.

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