NASA e il caso Orion: la verità dietro il rientro record da 40.000 km/h
Artemis II si è conclusa con un successo che resterà negli annali, ma forse non tutti sanno che le ultime fasi della missione sono state vissute con lo spettro del fallimento, e dietro i sorrisi della squadra e le spettacolari immagini dello splashdown, gli astronauti hanno corso un rischio che ha fatto discutere l'intero settore aerospaziale.
La parte più delicata della missione era quasi certamente il rientro atmosferico, la parte finale, e anche in questo frangente è stato stabilito un primato storico. Pensate che è stata toccata la velocità vertiginosa di circa 40.000 chilometri orari, traducendosi nel rientro più veloce mai completato da un veicolo con esseri umani a bordo.
Fantastico direte voi! Assolutamente si, ma dietro un risultato così straordinario si nascondeva una necessità tecnica ben precisa, ovvero proteggere l'integrità della capsula. Al contrario di altre occasioni si è scelta una traiettoria di rientro più ripida, ma non perché si volava a tutti i costi infrangere nuovi record, ma perché si era reso necessario ridurre il più possibile il tempo di esposizione del veicolo alle temperature estreme.
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