TgAmbiente 24 febbraio: transizione energetica e capitale naturale: investimenti, fragilità sociali e biodiversità sotto pressione
Dal nuovo piano industriale di Enel all’emergenza povertà energetica, fino al ruolo dell’economia circolare nella mitigazione climatica e alla tutela del fratino: quattro segnali convergenti delineano le tensioni e le opportunità della transizione ecologica in Italia ed Europa
La transizione ecologica non è un processo lineare né esclusivamente tecnologico; rappresenta piuttosto una trasformazione sistemica che intreccia pianificazione industriale, politiche sociali, innovazione produttiva e tutela del capitale naturale.
Le scelte dei grandi operatori energetici incidono sulla sicurezza degli approvvigionamenti e sulla competitività del Paese, ma devono misurarsi con una domanda sociale di equità crescente, testimoniata dall’aumento della povertà energetica.
Parallelamente, l’economia circolare emerge come leva complementare alla decarbonizzazione, capace di intervenire sui cicli materiali e sui modelli di consumo con un potenziale di mitigazione climatica ormai ampiamente documentato in letteratura scientifica.
Infine, la condizione degli ecosistemi costieri e di specie simbolo come il fratino richiama la necessità di coniugare sviluppo e conservazione, evitando che la pressione antropica comprometta in modo irreversibile gli equilibri ambientali.
Investimenti infrastrutturali, coesione territoriale, innovazione industriale e tutela della biodiversità costituiscono dunque dimensioni interdipendenti di un’unica agenda strategica.
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Le notizie del #TgAmbiente 24 febbraio 2026
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Piano Enel 2026-2028: 53 miliardi di investimenti, 10 in più del piano precedente
La traiettoria della transizione energetica europea si gioca su un equilibrio delicato tra solidità industriale, sostenibilità finanziaria e impatto territoriale. In questo contesto, i grandi operatori elettrici sono chiamati a esercitare una funzione sistemica: non soltanto produttori di energia, ma infrastrutture portanti dello sviluppo economico e della decarbonizzazione.
La programmazione industriale pluriennale assume quindi un valore strategico, perché orienta filiere, mercati e politiche pubbliche. È in questa cornice che si inserisce il nuovo Piano Strategico 2026-2028 di Enel, presentato a Milano, che rafforza l’asse investimenti-reti-rinnovabili come architrave della crescita.
Il piano prevede 53 miliardi di euro di investimenti complessivi, con un incremento di 10 miliardi rispetto al precedente ciclo industriale. Oltre 26 miliardi sono destinati al business integrato, di cui circa 20 miliardi alle fonti rinnovabili, con l’obiettivo di raggiungere 15 gigawatt di nuova capacità installata, sia su aree greenfield sia su siti industriali dismessi, in un’ottica di riuso e valorizzazione del suolo già compromesso.
Parallelamente, più di 26 miliardi saranno allocati sulle reti elettriche, infrastruttura cruciale per garantire resilienza, flessibilità e integrazione delle rinnovabili. Circa il 55% di tali investimenti interesserà l’Italia, mentre la restante quota sarà distribuita tra Penisola Iberica e America Latina.
Sul piano economico-finanziario, l’utile ordinario per azione è atteso in crescita fino a un intervallo compreso tra 0,80 e 0,82 euro al 2028, rispetto ai circa 0,69 euro stimati per il 2025.
È previsto inoltre un incremento del dividendo con un tasso annuo composto intorno al 6% tra il 2025 e il 2028. L’amministratore delegato, Flavio Cattaneo, ha definito il piano ambizioso e credibile, sottolineando il miglioramento atteso del profilo rischio-rendimento del gruppo.
Il 2024 è stato anno record per le famiglie in povertà energetica, quasi 1 su 10
L’altra faccia della transizione energetica è rappresentata dalle fragilità sociali che attraversano il Paese. L’accesso equo e sostenibile all’energia costituisce una condizione abilitante per la coesione economica e territoriale. Tuttavia, i dati più recenti confermano un quadro di persistente criticità.
Secondo l’Osservatorio Italiano sulla Povertà Energetica (Oipe), nel 2024 le famiglie in condizione di povertà energetica sono state circa 2,4 milioni, pari al 9,1% del totale nazionale: il valore più elevato dall’inizio della serie storica.
Il fenomeno presenta una marcata articolazione territoriale. L’incidenza cresce nelle Isole (+0,8 punti percentuali) e nel Nord-Ovest, si riduce di quasi un punto nel Sud e rimane sostanzialmente stabile nel Centro e nel Nord-Est.
La vulnerabilità si concentra soprattutto nelle periferie urbane e nei piccoli comuni, dove il patrimonio edilizio è spesso meno efficiente e i redditi medi più bassi.
A livello regionale, l’incidenza oscilla tra il 5% del Lazio e il 18,1% della Puglia; nel 2023 il valore più elevato era stato registrato in Calabria. La Sardegna evidenzia l’incremento più significativo (+2,8 punti percentuali), mentre la Calabria mostra il calo più marcato (-3,7 punti).
Tali dinamiche rendono evidente la necessità di integrare politiche energetiche, riqualificazione edilizia e strumenti di sostegno mirati.
Il potenziale di mitigazione del clima dell’economia circolare
Nel dibattito scientifico e istituzionale europeo, l’economia circolare è ormai riconosciuta come leva complementare alle politiche energetiche per la riduzione delle emissioni climalteranti. Negli ultimi cinque anni sono stati pubblicati oltre 130 studi che ne documentano il potenziale di mitigazione.
Secondo una sintesi delle stime disponibili, l’adozione sistemica di pratiche circolari potrebbe contribuire a una riduzione media del 33% delle emissioni di gas serra.
Un briefing dell’Agenzia Europea dell’Ambiente evidenzia tuttavia la necessità di integrare in modo più strutturato tali misure negli scenari climatici di lungo periodo.
L’analisi settoriale indica che le emissioni connesse alla gestione dei rifiuti potrebbero ridursi in media del 52%, quelle dell’edilizia del 48% e quelle dell’industria del 26%.
Tra le misure più frequentemente considerate nei modelli figurano la riduzione delle superfici abitative pro capite, la modifica delle abitudini alimentari e l’evoluzione dei modelli di mobilità.
Si tratta di interventi che richiedono non soltanto innovazione tecnologica, ma anche trasformazioni culturali e organizzative, con implicazioni rilevanti per imprese, amministrazioni e filiere produttive.
Sos fratino: salviamo il piccolo trampoliere simbolo delle spiagge
La sostenibilità non si misura soltanto in gigawatt o tonnellate di CO2 evitate. La qualità degli ecosistemi costituisce un indicatore altrettanto significativo dello stato di salute del territorio. In questo senso, la parabola del fratino, piccolo trampoliere simbolo delle spiagge naturali, rappresenta un segnale d’allarme per le coste italiane ed europee.
La specie è al centro del progetto europeo Life Alexandro, finalizzato a contrastarne il rapido declino. Se nel 2004 si stimavano tra 1.300 e 2.000 coppie nidificanti in Italia, nel 2018 il numero era sceso a un intervallo compreso tra 570 e 691 coppie, fino ad attestarsi intorno alle 500 coppie nel 2023. Un trend negativo che riguarda l’intero continente.
Le principali pressioni derivano dall’intensificazione delle attività antropiche lungo i litorali. Il turismo balneare, con la crescente occupazione degli arenili e la meccanizzazione della pulizia delle spiagge, rappresenta oggi la minaccia più rilevante.
A ciò si aggiungono la perdita e la frammentazione degli habitat dunali e delle zone umide costiere. La tutela del fratino diviene così cartina di tornasole della capacità di coniugare sviluppo economico e conservazione del capitale naturale, in un Paese la cui identità è storicamente intrecciata al paesaggio costiero.
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