Ucciso Khamenei, ecco come potrà reagire quel che resta del regime iraniano

Mar 2, 2026 - 06:00
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Ucciso Khamenei, ecco come potrà reagire quel che resta del regime iraniano

È prematuro avere certezze, ma l’uccisione dell’Ayatollah Ali Khamenei, confermata da Donald Trump, e la prima reazione e i primi obiettivi dei missili della risposta iraniana ai massicci bombardamenti israelo-americani smentiscono le roboanti minacce di ritorsioni dello stesso Khamenei e dei generali dei Pasdaran che hanno assicurato morte e distruzione all’America e a Israele.

Non era difficile proteggere Khamenei dentro un rifugio irraggiungibile dalle bombe americane Bunker Buster, che avrebbe dovuto essere pronto da anni, magari nelle profondità rocciose dei monti Elburz, ma i Pasdaran non sono riusciti a proteggerlo. È stata una sconfitta politica e militare che avrà enormi conseguenze sulla tenuta del regime islamico.

Il fatto dirimente è che gli obiettivi colpiti per ritorsione dai missili iraniani non intercettati hanno scarsissimo rilievo militare. L’aeroporto di Dubai, la Palm Jumeirah con quattro feriti nel Fairmont hotel, obiettivo tutto e solo di scena, psicologico. Nella stessa base militare in Kuwait in cui si trovano i soldati italiani, i danni dell’attacco iraniano sono stati solo alla pista, non agli edifici bellici o agli aerei. Senza effetti anche l’attacco missilistico nella base americana in Bahrein. Un civile asiatico, ucciso da un missile che ha colpito una zona residenziale ad Abu Dhabi. A Tel Aviv, i missili sono stati quasi tutti intercettati, ma hanno fatto una vittima e venti feriti. Nove morti israeliani, invece, vicino a Gerusalemme. Nessuna vittima americana nel primo giorno di guerra. Tre morti, invece, nel secondo giorno, in aggiunta a cinque soldati americani feriti.

Un bilancio per i Pasdaran non solo misero, ma addirittura inesistente sotto il profilo militare. La ragione è semplice: l’Iran non solo non dispone di caccia bombardieri in grado di colpire obiettivi mirati, di fatto non ha una aviazione, ma soprattutto dispone di una rete satellitare ridicola: due satelliti Noor. Inoltre, è insufficiente anche la rete cinese Beidou, solo 55 satelliti dati in concessione d’uso a Teheran, ammesso e non concesso che Pechino li metta a disposizione per attaccare obiettivi americani.

Per avere un’idea della quantità di satelliti necessari oggi per condurre una guerra efficace si deve tener conto di un dato: gli Stati Uniti dispongono invece di 9.460 satelliti dual use, civile e militare, di Starlink e di 173 satelliti militari Space X a cui si aggiungono i 15 satelliti militari di Israele. Questo in un contesto, come si vede in Ucraina, nel quale i combattimenti nell’ultimo decennio hanno fatto un enorme salto di qualità e sono ormai diventati totalmente dipendenti dalla rete informatica, contrasto ai droni incluso.

Questo differenziale immenso di copertura informatica per condurre azioni militari si somma poi a un differenziale identico nell’armamento classico schierato sui due fronti per ottenere o impedire l’unico obiettivo militare che Teheran può tentare di conseguire: la chiusura dello Stretto di Hormuz con conseguente aumento del prezzo del petrolio su scala mondiale. Chiusura che infatti è stata dichiarata, solo verbalmente, dai Pasdaran nel pomeriggio del 28 febbraio, ma che non può essere concretizzata da una flotta iraniana composta solo dalla Shahid Bagheri, una portaerei leggera con catapulte per droni, da tre fregate, venti sommergibili Ghadir e da una miriade di motoscafi Tondar armati di Rpg e missili QW-1.

La flotta americana pronta a entrare nello Stretto di Hormuz per impedirne la chiusura è composta invece da una forza militare incomparabile: la portaerei Abraham Lincoln con ottanta aerei F35 eEA-18G, trecento missili Thomahawq, dieci cacciatorpedinieri, tre incrociatori, due sottomarini atomici classe Virginia “hunter-killer” lanciamissili e otto fregate.

Sta di fatto che per tutta la giornata del 28 febbraio il traffico di petroliere, 100-150, scortate da navi militari americane, nonostante la chiusura annunciata dai Pasdaran è continuato regolarmente.

È quindi probabile che sarà questo lo scenario, sul mare di Hormuz, in cui i Pasdaran tenteranno di combattere nelle prossime ore e giorni una guerra frontale, non di scenario teatrale. Questo, naturalmente, potrà portare all’Iran il vantaggio psicologico della sospensione volontaria della navigazione delle petroliere provenienti dai pozzi di tutti i paesi del Golfo (il 20 per cento del traffico mondiale di idrocarburi) che provocherà un incremento del loro prezzo, che però durerà solo i pochi giorni che saranno necessari alla capacità di fuoco americana per neutralizzare tutte le missioni di attacco dei Pasdaran, motoscafi Tondar inclusi.

Il fatto determinante è che comunque l’esito del conflitto e la certa sconfitta iraniana sono definiti dal contesto internazionale: l’Iran è solo. La Russia è una strettissima alleata militare dell’Iran, ma anche se Vladimir Putin lo volesse non è materialmente in grado di intervenire sul piano militare e neanche di minacciarlo. La Cina, altro stretto alleato degli Ayatollah, ha dato ampia prova di non averne nessuna intenzione.

L’unica seria incognita riguarda le conseguenze e gli effetti che la sconfitta militare avrà sul piano interno iraniano. Ma questo dipenderà molto dal popolo iraniano e anche dalla apertura o meno di crepe o divisioni che si apriranno o meno dopo un’umiliante, ennesima, piena, sconfitta militare subìta. Crepe che possono aprirsi anche e proprio a causa della morte di Khamenei, se così è stato. Infatti, nessuno dei successori che lui ha indicato, incluso suo figlio Mojtaba, ha il carisma, la personalità e le relazioni per sostituire il suo ruolo di autorevole baricentro del regime.

Morto lui, se è morto, vi sono a prenderne il ruolo formale molti dirigenti rivoluzionari con una notevole personalità e professionalità, ma nessuno incarna una leadership sufficientemente autorevole. Infatti, pare che la soluzione per la successione da lui stesso indicata sia una direzione collegiale della carica. Soluzione tipica per un vertice instabile e aperto alle crisi in cui il forte movimento di protesta popolare degli ultimi mesi si potrà inserire con esiti finalmente decisivi.

Se così sarà, il regime ne uscirà con le ossa rotte e si aprirà una complessa fase di regime change.

Il problema è che nessuno può dire quale sarà la leadership popolare che ne prenderà la guida. Sicuramente ci proverà quell’individuo scialbo che è Reza Pahlevi, il figlio dell’ultimo sciá, che è così bolso e inadeguato che non ha neanche compreso che la condizione minima per aspirare alla guida dell’Iran post Ayatollah era ed è se non condannare almeno prendere le distanze dai molti ed efferati crimini commessi da suo padre.

I giornali americani sostengono che Trump abbia già in mente a quale figura del regime affidare il post Khamenei, sul modello già adottato in Venezuela con come Delcy Rodríguez dopo la cattura di Maduro.

Qualcuno fa già il nome di Ali Larijani, segretario del Consiglio di sicurezza nazionale, altri parlano di una transizione affidati ai militari o ai Pasdaran, ma per un leader Pasdaran è pressoché impossibile scendere a patti con gli americani. I Pasdaran non sono militari, sono rivoluzionari, come le Guardie Rosse o le SS. Chiunque tenterà di scendere a patti con gli americani avrà contro un nucleo duro iperarmato.

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Redazione Redazione Eventi e News