Un Piano per l’Italia contro il dissesto idroeologico. L’Ance con la regia di Rutelli presenta la svolta possibile per ridurre rischi e costi, e mettere in sicurezza città e territori

L’Italia è arrivata oramai alla fine di un ciclo negativo durato decenni. La gestione dei rischi naturali non può più essere affrontata come una sequenza di emergenze, ma deve diventare una politica strutturale di lungo periodo. Il titolo del Convegno promosso a Roma da Ance “Un Piano per l’Italia. Ridurre i rischi, ridurre i costi: strategia e regia condivise per prevenire, adattare e mettere in sicurezza città e territori” sintetizza con efficacia questa svolta: passare da interventi frammentati e reattivi a un Piano di lungo periodo, fondato su governance stabile, risorse certe e capacità di attuazione.
Il messaggio centrale è stato univoco e netto: la prevenzione costa meno dell’emergenza, e solo una regia nazionale condivisa può garantire coerenza, continuità e scalabilità degli interventi. In un Paese esposto a frane, alluvioni, erosione costiera e a uno stress climatico crescente, la sicurezza del territorio diventa una condizione essenziale per la competitività economica, la qualità della vita e la resilienza delle comunità. Il Piano presuppone un cambio di paradigma: integrare opere strutturali, manutenzione, soluzioni basate sulla natura, ricerca e sviluppo delle tecnologie in una strategia unitaria, capace di orientare investimenti, responsabilità e priorità.
Nel mio intervento al Convegno, “Il Piano quindicennale per la mitigazione dei rischi naturali. Più governance, più risorse e più efficacia della spesa” ho parlato di questa nuova prospettiva da adottare nel paese, a tutti i livelli.
Occorre avere in mente che il contesto globale, non solo l’Italia, è segnato da una profonda asimmetria tra fabbisogni e risorse. La mitigazione climatica continua ad assorbire la quasi totalità degli investimenti: per restare entro la soglia critica di 1,5–2 °C sarebbero necessari ogni anno tra i 7 e gli 8,5 trilioni di dollari, mentre la spesa effettiva supera di poco il trilione. La transizione è avviata, ma procede a una velocità insufficiente.
L’adattamento, ancora di più, resta gravemente sottofinanziato, nonostante presenti i più elevati ritorni economici e sia di fatto controllato da dinamiche locali, più governabili di quelle globali. A livello mondo, sarebbero sufficienti tra i 300 e i 600 miliardi annui, per un periodo di almeno 20 anni, per mettere in sicurezza sistemi idrici, agricoltura, coste, città e salute pubblica; tuttavia, gli investimenti si fermano a circa 63 miliardi, pari allo 0,06% del Pil mondiale. Il paradosso è evidente: l’intervento più efficiente è anche quello meno finanziato. In media, ogni dollaro investito in adattamento genera quattro dollari di benefici, con punte fino a 1:10 in ambiti come i sistemi di allerta precoce o la gestione integrata delle risorse idriche.
Ne deriva un divario strutturale tra bisogni e risorse: ogni anno mancano tra i 6 e i 7 trilioni di dollari per un’azione climatica adeguata. Su un orizzonte ventennale, il fabbisogno cumulato ammonterebbe a circa 150 trilioni per la mitigazione e almeno 10 trilioni per l’adattamento, a fronte di una spesa attuale di circa 26 trilioni. Questo ritardo espone territori ed economie a rischi crescenti. L’adattamento è sempre di più una condizione imprescindibile per la stabilità ambientale, economica e sociale.
Le evidenze economiche sono ormai consolidate. Le analisi di organismi internazionali mostrano che gli investimenti in prevenzione presentano rapporti benefici/costi tra i più elevati tra le politiche pubbliche: ogni euro speso oggi evita in media da tre a dieci euro di danni futuri.
Tra le misure più efficienti emergono le soluzioni basate sulla natura: rinaturalizzazione dei corsi d’acqua, ripristino di zone umide, protezione delle dune costiere. Questi interventi non solo riducono i rischi idraulici e l’erosione, ma generano benefici multipli – servizi ecosistemici, qualità ambientale, biodiversità – con rapporti benefici/costi compresi tra 4:1 e 12:1. Anche le misure “soft” di governance, come pianificazione territoriale, sistemi di allerta e manutenzione diffusa, risultano estremamente efficaci: gli early warning systems raggiungono, in particolari situazioni territoriali, valori fino a 15:1 grazie a costi contenuti e benefici elevatissimi.
Il rischio sismico rappresenta il capitolo più oneroso, ma anche uno dei più redditizi in termini di prevenzione: il rafforzamento degli edifici esistenti presenta rapporti tra 4:1 e 10:1, mentre l’adozione di standard antisismici nelle nuove costruzioni supera 10:1. Per il dissesto idrogeologico, le opere di stabilizzazione offrono rendimenti più contenuti, ma la gestione vegetazionale e il rimboschimento migliorano significativamente l’efficienza complessiva. Analogamente, nelle aree costiere, le soluzioni “morbide” risultano generalmente più performanti e flessibili rispetto alle infrastrutture rigide.
In assoluto, le politiche più efficaci restano quelle di pianificazione: evitare nuove costruzioni in aree a rischio genera rapporti benefici/costi superiori a 10:1. La prevenzione, supportata da una pianificazione territoriale adeguata e da un’attenzione al rispetto e all’utilizzo di funzionamenti “nature-based”, si conferma così non solo una scelta ambientale o etica, ma una strategia economicamente razionale.
In questo quadro si inserisce la nostra proposta, mia e di Erasmo D’Angelis, di un Piano nazionale delineata nel libro “Fuori dalle emergenze”, edito da Il Mulino. Il punto di partenza è che l’Italia continua a spendere molto per riparare i danni, ma troppo poco per evitarli. Ne deriva un modello inefficiente, costoso e socialmente insostenibile. Ecco allora la necessità di un Piano quindicennale capace di superare la frammentazione e introdurre una visione unitaria delle azioni e degli interventi.
Oggi l’Italia destina circa 8,8 miliardi l’anno alla prevenzione dei rischi naturali. Il Piano propone di portare questa cifra a 29 miliardi annui, per un totale di 435 miliardi in quindici anni. Non si tratta di un’espansione indiscriminata della spesa, ma di un investimento basato su una logica economica chiara che stabilisce che prevenire costa meno che ripristinare.
Le priorità settoriali riflettono le principali vulnerabilità del Paese. Il sistema idrico richiede un rafforzamento significativo, alla luce di infrastrutture obsolete e perdite elevate di acqua. Il dissesto idrogeologico rappresenta il cuore del problema territoriale e necessita di interventi strutturali e continuativi e di azioni non strutturali. Gli incendi boschivi impongono un cambio di approccio, privilegiando la prevenzione rispetto alla gestione emergenziale. Il rischio sismico, infine, assorbe la quota maggiore di risorse, coerentemente con la fragilità del patrimonio edilizio nazionale. Anche il rischio vulcanico, spesso sottovalutato, richiede investimenti stabili in aree densamente popolate.
Nel complesso, il Piano prevede un incremento significativo degli investimenti, ma soprattutto un miglioramento della loro qualità: programmazione pluriennale, criteri di priorità basati sul rischio e su procedure di analisi costi-benefici, integrazione tra diverse tipologie di intervento. È una proposta che combina realismo e ambizione, riconoscendo che il cambiamento climatico amplifica i costi dell’inazione.
Dal punto di vista finanziario, il Piano appare sostenibile. L’impegno previsto – circa lo 0,8% del Pil – si colloca entro margini già sperimentati dalla spesa pubblica italiana in conto capitale. Tale spesa varia negli ultimi 20 anni dal 3,2% del pil al 9,2%. Se la promessa del Ministro Giorgetti di mantenere su un livello medio-alto il volume degli investimenti pubblici senza scendere troppo dal periodo post-Covid-Pnrr verrà mantenuta sarà possibile ipotizzare un valore intorno al 6%. Più che un aumento netto della spesa, si tratterebbe allora di una riallocazione verso investimenti ad alto rendimento sociale ed economico. L’impatto sul bilancio complessivo sarebbe contenuto, mentre i benefici in termini di riduzione dei danni, stabilità economica e occupazione sarebbero rilevanti.
A rafforzare la sostenibilità contribuisce poi la possibilità di mobilitare risorse private. Il Piano non dovrebbe essere tutto e solo un’opera pubblica. Anche se dovrebbe vedere lo Stato e l’intero sistema istituzionale impegnato nella “governance unitaria e integrata”. Strumenti come tariffe regolamentate, green e blue bond, assicurazioni catastrofali e meccanismi di valorizzazione dei servizi ecosistemici possono integrare la spesa pubblica. Si tratta di una frontiera ancora in evoluzione in Italia, ma con un potenziale significativo, a condizione di disporre di una cornice regolatoria stabile e di una pipeline credibile di progetti. Oltre che un sistema informativo adeguato a consentire stime economiche in quanto aggiornato, pertinente, completo e integrato.
Infatti, nessun Piano può funzionare senza un’infrastruttura informativa adeguata. L’Italia soffre oggi di una forte frammentazione dei dati su rischi, danni, progetti, interventi e stato di attuazione. È quindi indispensabile costruire una piattaforma nazionale con una disponibilità di dati interoperabili e accessibili come condizione essenziale per programmare, monitorare, superare inadempienze e blocchi negli interventi, e correggere nel tempo le politiche in modo efficace.
In assenza di questa base informativa, anche le migliori strategie rischiano di restare sulla carta. Al contrario, una piattaforma dati unificata rappresenta il primo investimento abilitante per un sistema di prevenzione moderno, trasparente e orientato ai risultati.
Il Piano non è solo, quindi, un programma di spesa, ma una proposta di trasformazione istituzionale e culturale. Occorre passare da un Paese che rincorre le emergenze a uno che le previene, riducendo rischi, danni e vulnerabilità nel lungo periodo. Con uno sguardo solidaristico con le generazioni che verranno.
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