Acque minerali, un record di cui faremmo volentieri a meno

Mar 16, 2026 - 22:00
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Acque minerali, un record di cui faremmo volentieri a meno

Questo libro nasce da un’urgenza: capire e spiegare come sia possibile che in Italia si continui a bere così tanta acqua minerale. Dobbiamo indagare quali dinamiche facciano sì che dal 2007 a oggi i consumi siano letteralmente schizzati, nonostante l’uso, quotidiano e costante, delle borracce. Siamo, infatti, passati da 190 a 257 litri a persona all’anno nel 2024, sfondando per la seconda volta il muro dei 250 litri, come già accaduto nel 2022 (252). Abbiamo preso il 2007 come punto di partenza perché in quell’anno uscì per Altreconomia la prima edizione della “Piccola guida al consumo critico dell’acqua”. Si era allora nel pieno della costruzione di un coordinamento per il diritto all’acqua, grazie all’impegno del Forum italiano dei movimenti per l’acqua: quella battaglia culturale che avrebbe portato nel 2011 al vittorioso referendum “2 sì per l’acqua bene comune”.

L’acqua minerale, bene pubblico in concessione imbottigliato da privati, era anche l’antitesi perfetta “all’acqua del sindaco”, quella del rubinetto e delle fontane, accessibile negli spazi pubblici, letteralmente a portata di bocca. Eppure i dati registrano un aumento della produzione del 35% (in parte destinata all’export), benché il mercato già allora si considerasse estremamente “maturo”. Dimostrano, purtroppo, che il cittadino medio è rimasto impermeabile alle campagne di sensibilizzazione sulla qualità dell’acqua distribuita dalla rete acquedottistica e non ha colto l’evidenza dei messaggi ingannevoli di molte pubblicità a carattere salutistico divulgate dalle aziende imbottigliatrici.

Non è stato toccato né dalla diffusione delle “case dell’acqua” da parte delle amministrazioni comunali né dalla consapevolezza che la plastica – il Pet o polietilene tereftalato – in cui viene commercializzata la maggior parte dell’acqua minerale dagli anni Ottanta contribuisca pesantemente al cambiamento climatico.

Nel 2026 siamo punto e a capo, complice l’atteggiamento lassista delle Regioni che non hanno risposto in modo adeguato alle pressioni per aumentare i canoni di concessione, come richiesto per anni da Legambiente e Altreconomia nell’ambito della campagna “Imbrocchiamola!”. Lo stallo è dovuto anche alla complicità di volti noti del mondo dello spettacolo e dello sport che prestano la propria immagine a comunicazioni fuorvianti e alla creazione di nuovi prodotti e mercati, come quelli delle acque funzionali e proteiche che oggi affollano gli scaffali di supermercati e autogrill.

L’unico settore che apparentemente ha raccolto l’invito a “imbroccarla” è quello della ristorazione, anche per ridurre i costi di gestione (i fardelli o le casse di acqua minerale occupano troppo spazio) e dello smaltimento dei rifiuti. Del resto nulla impedisce a un barista o a un ristoratore di servirla poiché un locale pubblico (con cucina o senza) deve disporre per legge di acqua potabile, pena la chiusura. Così il mondo dei bar e dei ristoranti, che sempre più sceglie di offrire al cliente acqua di rete (in alcuni casi trattata), è finito nel mirino di Mineracqua, la potente lobby dell’imbottigliamento, la stessa che ha lavorato in Parlamento per bloccare ogni ipotesi di legge contro la plastica.

“Una nota dolente è rappresentata dal comparto della ristorazione in cui si è diffusa la ‘moda’ di sostituire le acque minerali con acque potabili microfiltrate o osmotizzate, spesso giustificata da pretestuose ragioni di sostenibilità”, scrive l’avvocato Ettore Fortuna, vice presidente di Mineracqua, nell’editoriale che apre una delle ultime edizioni del consueto “Annuario delle acque minerali” pubblicato da Beverfood per il biennio 2024-2025.

Mineracqua ha trovato un alleato nel consorzio Intesa, gruppo distributori indipendenti che considera la commercializzazione di acqua minerale in bottiglia un importante asset. Sono loro a trasportare per centinaia di chilometri le bottiglie di alcuni (pochi, a dirla tutta) marchi nazionali, i “padroni dell’acqua” che da soli coprono il 70% della produzione di tutto il settore.

Un’estrema concentrazione che arricchisce una manciata di aziende grazie a un mercato che oggi dovremmo giudicare come un’enorme “esternalità negativa”: soggetti che fatturano centinaia di milioni di euro riconoscendo alla collettività solo pochi centesimi a metro cubo per sfruttare una risorsa scarsa che è di tutti. In economia il concetto di “esternalità negativa” definisce le “diseconomie esterne”, ovvero le azioni di un soggetto che provocano costi per altri, costi che esso non sostiene.

“Come conseguenza di esternalità negative, l’attività privata (produzione/consumo) cui è associata la diseconomia esterna è spinta a un livello superiore a quello socialmente efficiente (eccesso di produzione/ consumo)” spiega il Dizionario di economia e finanza dell’enciclopedia Treccani.

L’esempio principe è la plastic tax, un’imposta di 0,45 euro al chilogrammo di imballaggio prodotto, venduto o acquistato, per disincentivare la produzione e il consumo di plastica monouso. Nonostante sia stata istituita con la Legge di bilancio 2020, mentre scriviamo, la sua attuazione è slittata ancora. Se ne riparla a luglio 2026.

Il saggio sarà in libreria dal 27 marzo e già disponibile in pre-ordine a questo link: https://altreconomia.it/prodotto/imbottigliati/

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Redazione Eventi e News Redazione Eventi e News in Italia