Addio settimana corta, bocciata la legge sulle 32 ore: "costava troppo"
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Si arena tra i banchi di Montecitorio la proposta di legge che avrebbe dovuto condurre il nostro Paese verso le 32 ore settimanali è stata definitivamente bocciata. Il motivo? A quanto pare “costava troppo”. Una decisione che farà discutere.
“Per la prima volta dalla sua creazione, l’uomosi troverà di fronte al suo problema reale: come impiegare la sua libertà dalle cure economiche […]. Turni di tre ore o una settimana lavorativa di quindici ore possono risolvere il problema”. Quando John Maynard Keynes pronunciava queste parole nel lontano 1930, il mondo era stretto nella morsa della Grande Depressione, eppure la sua fiducia nel progresso tecnologico era incrollabile. Immaginava un futuro in cui l’efficienza delle macchine avrebbe finalmente risolto il principale problema del lavoro, regalando a noi, oggi, il bene più prezioso che (non) abbiamo: il tempo.
Oggi, a un passo dal centenario della profezia di Keynes, la realtà è ben diversa e fortemente ancorata al “dogma” delle 40 ore settimanali. Il sogno di un’Italia capace di lavorare meno per vivere meglio si è arenato tra i banchi di Montecitorio, ove la proposta di legge che avrebbe dovuto condurre il nostro Paese verso le 32 ore settimanali è stata definitivamente bocciata.
Il muro degli 8 miliardi
La proposta di legge A.C. 2067, presentata con l’obiettivo di introdurre la settimana corta anche in Italia, si è infranta contro la relazione tecnica della Ragioneria Generale dello Stato il 3 marzo 2026. Il progetto prevedeva una riduzione progressiva del monte ore settimanale da 40 a 32, a parità di stipendio, sostenuta da un robusto sistema di incentivi fiscali per le imprese. Tuttavia, l’analisi dei costi ha rivelato un onere per le casse pubbliche stimato in oltre 8 miliardi di euro annui per il biennio 2027-2028, una cifra giudicata insostenibile in assenza di coperture certe. La maggioranza parlamentare ha giustificato la soppressione del testo evidenziando come una riduzione d’ufficio per legge rischierebbe di tramutarsi in un puro aumento del costo del lavoro, specialmente per quelle piccole e medie imprese che non hanno ancora raggiunto livelli di produttività tali da compensare la minore presenza fisica dei dipendenti.
Oltre agli aspetti prettamente economici, a preoccupare la maggioranza è stata anche l’estensione del nuovo modello alla Pubblica Amministrazione, dove la mancanza di personale e di processi digitalizzati renderebbe difficile garantire i servizi essenziali con un orario ridotto. Mentre le opposizioni hanno sottolineato i benefici in termini di qualità della vita, salute mentale e riduzione delle emissioni ambientali, il governo ha ribadito che la flessibilità oraria debba rimanere un ambito di pertinenza della contrattazione aziendale e decentrata.
Il quadro europeo: tra sperimentazioni e modelli consolidati
Spostandoci verso altri Paesi, ad oggi l’Europa è un cantiere a cielo aperto in cui convivono approcci totalmente opposti. La Francia rimane il punto di riferimento per la riduzione dell’orario, con le sue 35 ore settimanali introdotte oltre un quarto di secolo fa, anche se la pressione del debito pubblico e la necessità di competitività stanno spingendo parte dell’attuale dirigenza politica a chiederne una revisione al rialzo. Importante è anche la situazione dell’Islanda, che dopo una sperimentazione massiccia tra il 2015 e il 2019, ha visto quasi il 90% della sua forza lavoro ottenere contratti con orari ridotti senza alcuna perdita salariale, mantenendo stabili i livelli di produttività nazionale.
In altri contesti, come quello del Regno Unito, i test condotti su decine di aziende nel 2022 hanno dimostrato che la settimana di quattro giorni può ridurre drasticamente il burnout dei dipendenti senza intaccare i fatturati.
Tuttavia, non tutte le riforme europee puntano alla riduzione effettiva del tempo di lavoro. Il caso del Belgio è emblematico: la legge approvata nel 2022 non riduce il monte ore totale (che resta di 38 ore), ma consente una “compressione” della settimana in quattro giorni lavorativi più lunghi per allungare il weekend. È una soluzione logistica che risponde alla richiesta di flessibilità dei lavoratori, ma non incide sul carico di lavoro complessivo.
Il ritorno all’intensità in Germania e Grecia
Mentre una parte del continente guarda con favore alla riduzione oraria, nazioni chiave come Germania e Grecia si stanno muovendo in direzione opposta. In Germania, la strategia del governo Merz punta a incentivare il lavoro a tempo pieno e a superare la rigidità del tetto delle 8 ore giornaliere per far fronte alla carenza di manodopera e sostenere la ripresa industriale. Ancora più marcato è l’esempio greco, dove dal 2025 è stata autorizzata la possibilità di estendere la giornata lavorativa fino a 13 ore per determinati periodi dell’anno.
I dati Eurostat confermano questa disparità profonda: se la media europea si attesta sulle 36 ore settimanali, si passa dal minimo dei Paesi Bassi (32,1 ore) al massimo della Grecia (39,8 ore). L’Italia, con le sue 36,1 ore, si trova esattamente nel mezzo di queste soglie. Un ruolo decisivo è assolto dal settore economico di appartenenza: mentre nell’istruzione e nelle arti gli orari sono già fisiologicamente ridotti, comparti come l’agricoltura e l’edilizia richiedono una presenza che supera spesso le 40 ore.
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