Arte o geopolitica? Il ritorno della Russia alla Biennale 2026 incendia Venezia
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Era il novembre del 1977 quando la città di Venezia divenne, suo malgrado, protagonista di una delle sfide culturali più audaci del dopoguerra: la “Biennale del Dissenso”.
Voluta dall’allora presidente Carlo Ripa di Meana, quella manifestazione diede voce agli intellettuali perseguitati oltre la cortina di ferro, provocando l’ira di Mosca e un terremoto diplomatico che rischiò di travolgere la Fondazione.
Quasi cinquant’anni dopo, la Laguna torna a essere al centro di tensioni geopolitiche, ma questa volta la vicenda non ha solo risvolti culturali, ma anche amministrativi e costituzionali. Il ritorno annunciato della Federazione Russa per la 61esima Esposizione Internazionale d’Arte del 2026 non ha solo riaperto i cancelli di un padiglione chiuso dal 2022, ma ha innescato un braccio di ferro tra il Ministero della Cultura e i vertici della Fondazione che mette in risalto la fragilità del confine tra l’indirizzo politico dei governi e l’indipendenza dell’attività intellettuale.
Il ritorno della Russia alla Biennale 2026 che incendia Venezia
La scintilla che ha fatto divampare il caso di Stato è la richiesta di dimissioni avanzata dal Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, nei confronti di Tamara Gregoretti, rappresentante del dicastero nel Consiglio di Amministrazione della Biennale. In particolare, il Ministero contesta alla consigliera una violazione del rapporto di fiducia, non avendo informato preventivamente l’autorità politica sulla possibile partecipazione russa ed essendosi espressa a favore della stessa. La Gregoretti, tuttavia, ha rispedito la richiesta al mittente, sottolineando che i componenti del Cda della Biennale non rappresentano i soggetti che li hanno nominati, né a essi devono rispondere del proprio operato tecnico e decisionale.
Il fondamento amministrativo del d.lgs. 19/1998
Sotto il profilo amministrativo, la posizione della Gregoretti trova fondamento nel d.lgs. 19/1998, che all’art. 7, il cui co. 2 recita “I componenti del consiglio di amministrazione e del comitato tecnico-scientifico non rappresentano coloro che li hanno nominati né ad essi rispondono.” In un ordinamento democratico, i membri degli organi collegiali di gestione di enti pubblici non economici o fondazioni di tale rilevanza non sono mandatari politici. Una volta investiti della carica, essi agiscono nell’interesse esclusivo dell’ente e in osservanza del suo Statuto. Se si accettasse il principio per cui un membro del Cda può essere rimosso ogni volta che la sua decisione non coincide con l’orientamento politico del ministro in carica in quel dato momento, l’autonomia statutaria verrebbe di fatto privata del suo fondamento giuridico.
La natura giuridica della partecipazione russa
A complicare ulteriormente la vicenda vi è la natura giuridica della partecipazione russa. In realtà, la Russia non è stata “invitata” in base a un atto di discrezionalità politica. Per i 29 Paesi che possiedono un padiglione nazionale ai Giardini – e la Russia è proprietaria del suo dal 1914 – la procedura di partecipazione è un atto ordinario di natura tecnica. Si tratta di una semplice comunicazione della volontà di partecipare. La Fondazione Biennale, guidata oggi da Pietrangelo Buttafuoco, si limita a prendere atto di tale comunicazione in virtù di un regolamento centenario e di un diritto di proprietà consolidato. Nel 2022, infatti, Mosca si era ritirata volontariamente, cedendo, nel 2024, il proprio spazio alla Bolivia. In altre parole, ha esercitato un diritto amministrativo che l’istituzione veneziana, nel nome della propria autonomia e neutralità, ha ritenuto di non poter né dover ostacolare.
La pressione internazionale
La pressione internazionale è montata rapidamente, assumendo i contorni di un vero e proprio atto d’accusa corale con la lettera firmata dai ministri della Cultura e degli Esteri di ben 22 (su 27) Stati europei, tra cui Francia, Germania, Spagna e la stessa Ucraina (l’Italia non è tra questi). Il documento invoca una “responsabilità morale” che dovrebbe prevalere sull’indipendenza artistica, sottolineando che “la cultura non è separata dalle realtà che le società affrontano” e che le istituzioni culturali “portano quindi non solo un significato artistico, ma anche una responsabilità morale”.
La tesi sostenuta dai ministri è che concedere visibilità ufficiale alla Federazione Russa significherebbe offrire una piattaforma di legittimazione a un governo che sta attuando la “distruzione sistematica della vita culturale e del patrimonio dell’Ucraina”. La lettera riporta dati di estrema gravità: “almeno 342 artisti uccisi” e “1.685 siti del patrimonio culturale” distrutti o danneggiati dall’inizio del conflitto. La preoccupazione principale riguarda il rischio di “una strumentalizzazione da parte della Federazione Russa della sua partecipazione… per proiettare un’immagine di legittimità e accettazione internazionale”.
Il braccio di ferro tra Commissione Europea e Italia sui finanziamenti
La pressione, tuttavia, non è solo simbolica, dal momento che la Commissione Europea ha già ipotizzato di sospendere i finanziamenti erogati tramite il programma “Creative Europe Media”, che ammontano a circa 2 milioni di euro in tre anni. Siamo dinanzi ad una sorta di ricatto finanziario che fa sorgere una domanda: è lecito utilizzare i fondi per la cultura come strumento di pressione politica per condizionare le scelte di un ente autonomo (come la Biennale)?
In questo contesto, il presidente Buttafuoco ha cercato di riaffermare l’identità di Venezia come luogo di dialogo universale, proponendo la creazione di un “padiglione dei dissidenti” e iniziative dedicate a figure sgradite ai regimi, citando proprio il precedente del 1977. È il tentativo (disperato) di scindere l’arte dal potere, dimostrando che l’istituzione è aperta alla cultura russa, ma non necessariamente alla narrativa del governo.
Gli articoli 9 e 33 della Costituzione
Tutta la questione, tuttavia, non può prescindere dal richiamo ai principi cardine della nostra Costituzione. L’art. 33 recita solennemente: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”. Si tratta di un pilastro del nostro ordinamento che impedisce allo Stato di dettare linee guida estetiche o politiche alla produzione intellettuale. Se la politica decidesse a priori chi ha il diritto di esporre in base alle esigenze diplomatiche, si creerebbe un precedente pericoloso per ogni forma di ricerca e di insegnamento. La libertà garantita dall’art. 33 costituisce un limite invalicabile contro ogni forma di “arte di Stato”, che possa essere imposta da una dittatura o suggerita da una democrazia in nome di una giusta causa.
Del resto, una delle migliori armi a disposizione dei governi è proprio tenere il popolo all’oscuro, renderlo ignorante. Un popolo che, appunto, ignora non comprende quello che legge, non ha capacità critica, è un popolo facile da sottomettere e governare e lo sapevano bene i Padri Costituenti.
La Repubblica, d’altronde, ha il dovere sancito dall’art. 9 Cost. di promuovere lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica senza censure preventive. Le istituzioni di alta cultura, come le università e le accademie citate sempre dall’art. 33, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi proprio per evitare che il sapere diventi uno strumento nelle mani dello Stato. Se l’arte perde la sua caratteristica di “zona franca”, perde anche la sua funzione di critica e di analisi del reale, finendo per essere schiacciata dalla propaganda dei governi.
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