C’è anche “La Sposa!”, così Hollywood per paura del presente si rifugia nel passato

Mar 7, 2026 - 08:00
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C’è anche “La Sposa!”, così Hollywood per paura del presente si rifugia nel passato

A Hollywood qualcuno ha letto Umberto Eco o forse Indro Montanelli, o ancora Roberto Bazlen. Insomma, non è ben chiaro a chi appartenga la frase «non c’è nulla di più inedito dell’edito», ma sembra proprio il mantra a cui da quelle parti si stanno ispirando. 

Certo, una cosa è fare giornali, un’altra il cinema, epperò la ciccia a noi sembra la stessa. In quattro mesi, dal novembre 2025 a giovedì scorso, hanno portato sugli schermi un film che parla di Shakespeare, un adattamento da Emily Brontë e ben due da Mary Shelley. Filmoni, beninteso, che tradiscono però una certa studiata vaghezza. 

L’ultimo arrivato è “La Sposa!”, regia di Maggie Gyllenhaal. La rivisitazione in chiave un po’ gothic punk un po’ hard boiled de “La moglie di Frankenstein”, pellicola del 1935, ma soprattutto del capolavoro di Mary Shelley. Qui il mostro si chiama Frank ed è una creatura gentile e sgangherata. In una Chicago anni Trenta tenebrosa q.b. si presenta dalla scienziata pazza di turno col disperato bisogno di una compagna per l’eternità. Non resta che riportarne in vita una a caso. 

Ida, donna tormentata che sa troppe cose, escort nel night club di un boss mafioso, qualche sera prima è caduta dalle scale o forse l’hanno spinta giù: è lei la sposa prescelta, però si rivelerà tutt’altro che sussiegosa. Sposa sì, ma per amore, non per ruolo assegnato, e solo al termine di un on the road sentimentale e criminale. 

“La Sposa!” è un film complicato, costato ottanta milioni di dollari, che va da “Bonnie e Clyde” a “La-la-land”, da “Sin City” a “Cappello a cilindro”, interpretato da due veri mostri, in questo caso di bravura: cioè Jessie Buckley e Christian Bale. Un film imperfetto, ma coraggioso. 

La questione però è un’altra. “La Sposa!” arriva in sala solo qualche mese dopo il “Frankenstein” di Guillermo del Toro, riuscitissimo e con nove nomination agli Oscar, in diretta competizione con “Hamnet” (qui le candidature sono “solo” otto), dove Jessie Buckley – di nuovo lei – è la moglie di William Shakespeare, alle prese con la morte di peste del figlio undicenne che lo ispirerà alla scrittura di “Amleto”. A interpretare il “Frankenstein” di del Toro è Jacob Elordi, che è anche al fianco di Margot Robbie nella rivisitazione in stile-Bridgerton di “Cime tempestose”, l’amorazzo ottocentesco della Brontë

Un adattamento da un libro del 1847, due da un altro pubblicato nel 1818, un film che parla di un dramma familiare elisabettiano, appunto. E poi gli stessi attori, fino all’estremo sdoppiamento di Jessie Buckley: all’esordio in sala col suo secondo film, nello stesso giorno in cui la sua Agnes in “Hamnet” sbarca sulle piattaforme di streaming americane.

Il meccanismo sembrerebbe frutto di precise scelte dell’industria cinematografica. Gli studios e le piattaforme di streaming (che ormai in gran parte li finanziano) danno priorità alle proprietà intellettuali letterarie perché si basano su un pubblico consolidato, che ha già un legame emotivo con la storia, con un rischio di produzione ridotto al minimo. Una scelta di allocazione del capitale prima che una decisione creativa. 

Cosa c’è di più tranquillizzante di un bel romanzo dell’Ottocento? Diritti d’autore scaduti da tempo, brand riconoscibili, trame testate da generazioni di lettori e che funzionano ancora. Prova indiretta ne sono le vendite di “Cime Tempestose”, raddoppiate negli Stati Uniti rispetto all’anno precedente e in Inghilterra cresciute del 469 per cento a gennaio rispetto allo stesso mese del 2025, sull’onda del semplice battage pubblicitario, visto che il film è uscito a San Valentino.

Questa fuga verso i classici arriva anche in un momento preciso. Hollywood teme l’intelligenza artificiale. O meglio la temono registi, sceneggiatori, attori, chi il cinema lo fa, mentre chi produce stringe accordi come quello tra Disney e OpenAI da un miliardo di dollari.

Adattare un romanzo di Mary Shelley, così, se per gli studios è una scelta commerciale, per chi il cinema lo fa è anche un gesto politico. C’è ancora un autore in carne e ossa al centro del progetto, sebbene sia morto nel 1851. «Voglio set reali. Non voglio digitale, non voglio AI, non voglio simulazione. Voglio artigianato vecchio stile: persone che dipingono, costruiscono, martellano, intonacano» ha detto Guillermo del Toro, presentando il suo film. Una dichiarazione d’intenti che si scontra con un paradosso evidente. Hollywood usa i classici per mostrare di avere ancora idee, ma la sua creatività – spolpati sequel, franchise di supereroi e personaggi animati -, potrebbe ridursi alla scelta di quale classico adattare, rinvigorire, attualizzare, non a cosa raccontare di nuovo. 

Certo, ci sono le eccezioni, “Una battaglia dopo l’altra” è una di esse, ma la questione è forse più complessa. 

Da quelle parti chi decide che cosa fare, non chi poi lo fa, non solo è clamorosamente a corto di idee, ma ha anche una tremenda paura del presente, magari del futuro, e non gli resta che rifugiarsi nel passato. 

Disturbare il manovratore non è mai una scelta prudente. Produrre un nuovo “Tutti gli uomini del presidente” vorrebbe dire magari occuparsi degli Epstein files. E come produrre “Full metal jacket” o “Apocalypse now” mentre Donald Trump bombarda l’Iran? Apple la scorsa primavera ha persino preferito spostare la messa in onda di una abbastanza innocua serie come “Teheran”. Non fosse mai.

Ecco, così, che nell’America dell’Ice e dei tecno suprematisti americani, il 16 marzo in corsa per gli Oscar ci sarà anche un film come “Sinners”. Due fratelli neri tornano nel Sud rurale e razzista, ma invece di scontrarsi col Ku Klux Klan finiscono a battersi con i vampiri. Appunto, non fosse mai.

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