Sánchez predica contro Trump, ma l’Europa vera sceglie una linea più prudente sulla guerra

E Pedro Sánchez restò solo, egemone per poche ore e comunque leader incontrastato della sinistra europea e italiana. “Pedro” è il nume del Nazareno, «populista» per Matteo Renzi: contraddizioni in seno al campo largo. Fatto sta che l’Europa che conta ha scelto una strada diversa da quella del leader spagnolo. Non cristallina come la sua. Non condanna Donald Trump, ma neppure si arruola. Va un po’ in guerra, ma giusto il minimo sindacale. Predispone soldati per difendere Cipro e dare una mano nel Golfo (il Regno Unito), ed è un compromesso che per ora salva il rapporto atlantico senza farsi male. È stato Keir Starmer a chiamare Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Giorgia Meloni – che finalmente ha contribuito a prendere un’iniziativa a parte la diretta su una radio privata. Andrà in Parlamento mercoledì prossimo, nell’arena.
I leader di Londra, Parigi, Berlino e Roma hanno concordato che «l’intensa attività diplomatica in corso e uno stretto coordinamento militare saranno vitali nelle prossime ore e nei prossimi giorni», oltre a ribadire pieno appoggio all’Ucraina, il Paese che rischia di pagare un prezzo alto per la concomitante guerra nel Golfo.
Nella nota emessa da Downing Street non si dice molto di più, ma è chiara l’intenzione delle quattro capitali di cooperare per la difesa degli interessi europei. Anche mandando forze in aiuto di Cipro, Paese dell’Unione europea. L’Italia impiegherà almeno centosessanta soldati tra un impegno e l’altro. Sta ai margini del conflitto, l’Europa. Non è la linea di Sánchez e della sinistra italiana che è semplicemente «contro la guerra» con tutto ciò che questo comporta, a partire dalla concessione delle basi. Un problema che Roma vorrebbe che non si materializzasse nei prossimi giorni.
Il punto è che come al solito nessuno ha capito le intenzioni di Donald Trump sulla durata del conflitto. Politicamente, Meloni ha l’enorme problema di prendere le distanze dall’uomo nero della Casa Bianca senza darlo a vedere. Perché ne è succube. Perché, sbagliando, riteneva e ritiene ancora che Trump sia la sua chiave d’accesso trai grandi della Terra. La telefonata con Starmer, Macron e Merz dà alla presidente del Consiglio un po’ di respiro, e una copertura lievemente critica verso Washington. Ma non risolve il problema a monte. Perché più passa il tempo e scorrono gli eventi, più si vede l’errore di fondo di Giorgia Meloni: aver associato la sua figura a quella di Trump. Non ha compreso la portata del pericolo tra il folle, il banditesco e il reazionario rappresentato dal presidente americano (l’impressionante demenzialità della messa e della benedizione di Donald dice tutto).
Giorgia ha creduto, in modo molto provinciale, che appollaiarsi sulla spalla del capo di Washington fosse la via più breve per accreditarsi nel mondo che conta potendosi scrollare di dosso la patina di ex fascista o postfascista. Ed è finita in braccio a un reazionario di tipo nuovo, pazzoide, straricco e cattivo, che nulla ha a che fare con la storia democratica dell’Occidente. Ovviamente non solo lei ha sottovalutato l’impatto catastrofico di Trump con la Storia. Ma certo la premier avrebbe dovuto perlomeno prenderne le distanze via via che il dittatore americano avanzava nella sua folle corsa che ancora non sappiamo dove porterà. Adesso è tardi. L’impopolarità del boss americano ricadrà inevitabilmente su di lei.
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