C'è solo Forza Italia: lo scarso impegno di Lega e FdI per la campagna referendaria. Una ricognizione
"Gli alleati non si impegnano", è questa l'accusa che viene mossa dai vertici di Forza Italia agli altri partiti del governo per la campagna elettorale del referendum sulla giustizia. Poca esposizione mediatica dei leader e poca partecipazione all'interno dei comitati in giro per l'Italia, vero motore per portare i cittadini alle urne. Ma è davvero così? Partiamo dall'inizio. Dopo l'approvazione della riforma Nordio a ottobre 2025, i sondaggi danno il Sì in grande vantaggio, promettendo una vittoria facile. Così il centrodestra pensa alla creazione di un comitato unico che possa rappresentare tutta la coalizione. Questa idea viene rapidamente cestinata e a distanza di quattro mesi il No ha completato la rimonta, allarmando il governo. Non aver costituito un "comitato di governo" ha di fatto favorito lo sfilacciamento delle forze e la dispersione della partecipazione, elementi che sono spesso anche difficili da quantificare. "Noi siamo quelli che stanno lavorando di più", dicono i vertici di Forza Italia. I forzisti si sono legati in gran parte al comitato "Cittadini per il Sì", presieduto da Francesca Scopelliti e che conta oltre 300 delegazioni lungo il territorio nazionale, radicate soprattutto in Campania, Lazio e Veneto. Ma anche al comitato "Giuliano Vassalli per il Sì", costituito dalla senatrice in quota FI Stefania Craxi e l'ex dirigente del Partito socialista italiano Claudio Signorile. E anche se chi si occupa di mappare l'impegno forzista sul territorio dice che i documenti sulla ramificazione territoriale dei comitati "non sono consultabili", c'è sicuramente un'idea di quanto la struttura sia attrezzata. Insieme a Noi Moderati sono gli unici ad essersi legati - salvo rare eccezioni - a un singolo comitato. Il partito di Maurizio Lupi, infatti, con "Moderati per il sì" è riuscito a mettere una bandierina in ogni regione, arrivando a 40 comitati. "Stiamo facendo tanto" dice entusiasta al Foglio Gaetano Scalise, responsabile della campagna referendaria moderata.
Dentro la Lega invece si respira tutt'altra aria. La promessa fatta da Matteo Salvini il 4 febbraio - quando in sala stampa alla Camera annunciava l'inizio della campagna elettorale per il Carroccio -di trasformare in "1.300 comitati le 1.300 sedi della Lega" in Italia, è pressoché impossibile da verificare. "Non abbiamo una rete nazionale per contarci, a ognuno è lasciata libera iniziativa di legarsi a un comitato piuttosto che a un altro", spiega il delegato leghista alla Giustizia Jacopo Morrone a questo giornale. "Come noi hanno fatto anche gli altri partiti", aggiunge il leghista. In realtà non è proprio così: da FI e Nm le scelte sono state diverse. "Secondo Morrone però "l'importante è non politicizzare il referendum e far comprendere che non è un voto politico, ma un voto per fare un passo avanti in tema di giustizia". Insomma, è la teoria della Lega: legarsi a un comitato come singoli va bene, ma legarsi troppo e unitariamente farebbe votare le persone sull'appartenenza piuttosto che sul merito. Sarà. In ogni caso il "Comitato Nazionale per il Sì", di ispirazione conservatrice, è la struttura che ha accolto più esponenti del Carroccio e di FdI. Anche in Fratelli d’Italia, infatti, la situazione è nebulosa e frammentata. La paura di Giorgia Meloni di politicizzare il dibattito e legare l'esito del referendum alla sua permanenza a Palazzo Chigi, ha portato la premier a non esporsi e il partito a evitare di inserire simboli nei manifesti che compaiono per le strade del paese. Intanto però i partiti di opposizione e la Cgil si sono mobilitati per il No, riuscendo nell'impresa di politicizzare la partita, mobilitando così elettori e iscritti. Giunti a questo punto ha ancora senso la strategia della premier? La questione interroga Palazzo Chigi e ha portato nelle scorse settimane Meloni ad attaccare i magistrati su sentenze legate al tema, quanto mai popolare tra gli elettori di centrodestra, del contrasto all'immigrazione. L'effetto però è stato quello di scatenare una neanche troppo sotterannea battaglia col Quirinale. E ora si cercano nuove soluzioni. Per adesso a muoversi, sempre dentro al grande contenitore del comitato nazionale per il Sì, è il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. La premier resta più defilata, con interventi chirurgici e mirati: ieri ribadiva al tg5 l'importanza del Sì, e lo stesso dovrebbe fare qulche settimana prima del voto a due eventi, uno a MIlano e uno a Roma, che i cronisti politici hanno già segnato in rosso nelle loro agende.
Ma se la premier sceglie una via prudente, il suo partito, FdI, somiglia più alla Lega che a FI in questa battaglia: poco impegno. Per fortuna, verrebbe da dire, al di fuori dell’impegno dei partiti ci sono i comitati veri e propri dove invece sembra esserci un clima di collaborazione e serenità. "Quando ci accorgiamo che nello stesso giorno ci sono due comitati nella stessa città, facciamo in modo che uno dei due rimandi l'appuntamento per non sovrapporci", racconta al Foglio Isabella Bertolini del comitato "Sì Riforma" (presieduto dal professore Nicolò Zanon) e giudice del Consiglio superiore della magistratura. E insieme a quello di Gian Domenico Caiazza "Sì Separa" – promosso dalla Fondazione Einaudi - contano più di 400 comitati in giro per l'Italia e oltre 5 mila aderenti.
Ma, c'è da dirlo, la creazione di un comitato, seppur fondamentale, di per sé vale poco. È infatti su altri due parametri che si può cominciare a tirare qualche linea: gli eventi sul territorio e la campagna social. Per il primo parametro basta pensare che il comitato "Giusto dire No", uno dei principali e dei più seguiti del fronte avversario, questo fine settimana ha organizzato quasi cento eventi, da nord a sud dell'Italia. Mentre Sì separa arriva a malapena a 25. E i social? Anche qui, la battaglia la domina il fronte del No: più follower, più interazioni e siti web ampiamente più chiari e organizzati. A scendere in campo c’è anche l’Unione delle Camere penali con il comitato “Sì è giusto” presieduto dall’attuale presidente dell’associazione Francesco Petrelli. Poi il comitato “La Sinistra che vota Sì”, che vede esponenti democratici, riformisti ed ex comunisti o socialisti che sono apertamente schierati per la separazione delle carriere anche se sono contro il governo. Anche in questo caso però si è preferito “non centralizzare l’organizzazione per non impazzire” ha detto a questo giornale l’ex deputato del Pd Stefano Ceccanti, favorendo le iniziative regionali e locali appoggiate anche dall’associazione “Libertà Eguale” e tutti gli altri “sottocomitati” direttamente collegati al principale. A tutto ciò si uniscono tutte quelle associazioni, enti o gruppi indipendenti di persone che autonomamente decidono di sposare l’una o l’altra causa, che però risultano difficili da inquadrare numericamente e a livello nazionale. Sarà sufficiente tutto ciò? Lo sapremo il 24 marzo.
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