C’è una nuova task force trumpiana con metodi da 007 dietro l’affare El Mencho

Dietro la cattura e l’uccisione di Nemesio Oseguera Cervantes, più noto come El Mencho, il capo del Cártel de Jalisco Nueva Generación, cioè una delle più temute e sanguinarie organizzazioni criminali messicane, ci sono i servizi di intelligence americani, e questo al di là dei sempre trionfali annunci di Donald Trump, ormai abituato ad attribuirsi successi eclatanti, quasi sempre sovrastimati. Spesso neppure reali.
Sembra proprio che le informazioni trasmesse alle forze speciali dell’esercito messicano siano state decisive, e anche la presidente Claudia Sheinbaum a denti stretti ha dovuto ammettere la compartecipazione americana. La cattura di El Mencho, però, segna soprattutto il perfezionamento di una diversa strategia d’azione da parte dell’amministrazione Trump: evitare il più possibile il coinvolgimento diretto di agenzie e militari Usa.
A fornire le informazioni sarebbe stata una task force costituita poco più di un mese fa con pochissima enfasi, se non fosse per uno stringato comunicato dell’U.S. Northern Command col quale si dava notizia della Joint Interagency Task Force-Counter Cartel (JIATF-CC), alla quale veniva affidato il compito di «identificare, interrompere e smantellare le operazioni dei cartelli che rappresentano una minaccia per gli Stati Uniti lungo il confine con il Messico». Nonostante l’estrema riservatezza, si trattava non tanto di una riorganizzazione burocratica ma del passaggio a una nuova fase nella lotta ai cartelli della droga, adesso designati e trattati come vere e proprie organizzazioni terroristiche straniere, e quindi non più con azioni di deterrenza ma di «massima letalità», come aveva minacciato lo scorso settembre Pete Hegseth nel rebranding del suo ministero in “Department of War”.
L’eliminazione di El Mencho è stato il battesimo del fuoco e, non a caso, nelle intenzioni doveva trattarsi di un attacco mirato (qualcosa di simile all’operazione Maduro), con poco spargimento di sangue e la neutralizzazione del “Signore del fentanyl”, l’oppioide sintetico che più inquieta Trump e di cui è la Cina il maggior produttore.
La JIATF-CC avrebbe fornito ai messicani un “target package” frutto di mesi di sorveglianza e raccolta di informazioni. In pratica, un dossier così dettagliato da rendere un gioco da ragazzi la cattura. La task force ha utilizzato segnali elettronici (SIGINT), immagini satellitari e tracciava da giorni i movimenti dell’amante del boss: un suo drone avrebbe tenuto sotto controllo El Mencho (durante il suo incontro con la donna), in attesa dell’arrivo dei militari messicani.
«Occhi americani dal cielo e stivali messicani sul terreno – ha detto a Slate il giornalista León Krauze, che da anni seguiva le gesta di El Mencho – La collaborazione si è approfondita e questa è una notizia straordinaria, soprattutto dopo gli anni improduttivi di Obrador in cui la sfiducia era la variabile principale nelle relazioni tra i due Stati». Andrés Manuel López Obrador, il presidente prima della Sheinbaum (insediatasi nell’ottobre 2024), e prima che l’interventismo di Trump facesse temere vere e proprie operazioni militari sul suolo messicano.
La novità più rilevante è proprio la metodologia di intervento della Joint Interagency Task Force-Counter Cartel, con tattiche “find-fix-finish”, simili a quelle condotte da vent’anni contro Al Qaeda o l’Isis e che prevedono tre fasi d’azione principali: mappatura delle reti, con l’individuazione non solo del capo ma dell’intera rete logistica del Cartello e dei suoi fiancheggiatori (parliamo di migliaia di persone); coordinamento con le varie agenzie governative, come Cia, Fbi, Nsa da cui arrivano informazioni in tempo reale. Infine, il cosiddetto “multi-domain dominance”: cioè l’intervento da terra, aria, mare, spazio e cyber. Insomma, vere e proprie tattiche di guerra.
La nuova agenzia ha un organico di circa 300 persone e opera dalla Davis-Monthan Air Force Base di Tucson, Arizona, a 120 chilometri da Nogales e dalla frontiera messicana. Fa capo al NorthCom, ma a guidarla è Maurizio D. Calabrese, un generale di brigata cinquantenne di origini italiane (il padre, nato a Verona, era un sottufficiale della marina Usa), con una lunga esperienza proprio negli scenari mediorientali. Come per tutta la nuova unità operativa, di lui si sa il minimo indispensabile: è entrato nell’Air Force nel 1996 diplomandosi all’accademia militare, si è sposato l’anno dopo in Texas e ha partecipato a operazioni d’intelligence in varie parti del globo. Era in Iraq, Afghanistan, per finire in Qatar, prima di rientrare negli Stati Uniti e assumere il comando di un’altra task force. Proprio quella che presidia il confine meridionale.
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