Chi è Peter Mandelson, il “principe delle tenebre” del New Labour britannico: dall’ascesa all’arresto per i legami con Epstein
Il “principe delle tenebre” Peter Mandelson, dopo tante cadute e rinascite nel partito laburista, a 72 anni ha conosciuto la vergogna definitiva dell’arresto, praticamente in diretta televisiva, per i suoi legami a doppio filo col defunto faccendiere pedofilo americano Jeffrey Epstein.
Si tratta del sigillo finale di una vita per il fedele amico e consigliere di Tony Blair, l’architetto ed eminenza grigia del New Labour, l’abile tessitore di trame, che ha ricoperto una serie di incarichi di prestigio, come ministro, commissario europeo, ambasciatore negli Usa, fino a membro della Camera dei Lord, per perderli irrimediabilmente all’insegna di vicende opache e scandali.
Nato il 21 ottobre del 1953, laureato a Oxford, venne eletto come deputato del Labour nel 1992 per poi diventare il guru del successo di Blair alle elezioni del 1997, che misero fine ai 18 anni di governi conservatori. Il neo premier ne tenne conto e al suo arrivo a Downing Street lo nominò prima ministro senza portafoglio e poi titolare per il Commercio e l’Industria.

Il “principe delle tenebre”, come venne subito ribattezzato dai tanti che nel Labour e fuori lo vedevano come il fumo negli occhi, cadde una prima volta nel 1998: i giornali rivelarono i dettagli di un prestito concessogli da un altro ministro, Geoffrey Robinson, per comprare casa.
Fu costretto a dimettersi ma la punizione durò poco, con Blair che lo volle come ministro per l’Irlanda del Nord nel 1999. I suoi rapporti coi media rimasero sempre tesi: stanco delle insinuazioni sulla sua omosessualità, nell’aprile 2000 uscì allo scoperto presentandosi in pubblico con il compagno, il brasiliano Reinaldo Avila da Silva, poi diventato suo marito. A costargli di nuovo il posto, nel gennaio del 2001, fu l’accusa di aver fatto indebite pressioni per facilitare la concessione del passaporto britannico al tycoon indiano Srichand Hinduja.
Il veterano di governo gradito all’establishment nella sua veste di amico di ricchi e famosi in giro per il mondo, riuscì poi a riciclarsi come commissario europeo al Commercio dal 2004 al 2008 per poi finire nel cimitero degli elefanti della Camera dei Lord. Ma proprio da lì è stato ripescato dal premier laburista moderato Keir Starmer, fautore di un revival blairiano di cui ne sta pagando le conseguenze proprio col terremoto politico scatenato per la sua decisione di scegliere “Mandy” prima come consigliere e poi l’anno scorso come ambasciatore britannico negli Usa di Donald Trump. Una nomina politica che ha ignorato, a dire di molti, i legami a doppio filo dell’ex eminenza grigia con Epstein, al quale aveva passato quando era ministro una serie di informazioni confidenziali: sulla stretta fiscale ai bonus dei banchieri dopo la crisi del 2008, sull’approvazione del mega intervento Ue da 500 miliardi di euro per il salvataggio delle banche europee, e perfino sulle dimissioni da premier di Gordon Brown.
Le sue scuse tardive sui legami col defunto finanziere non lo hanno salvato dalle ulteriori infamanti rivelazioni emerse dai file Usa, fra i bonifici per migliaia di sterline fatti da Epstein al marito alle foto in mutande, mentre anche l’Ue ha deciso di valutare eventuali violazioni della sua condotta quando era commissario europeo.
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