Come allineare la politica di bilancio con gli obiettivi di transizione, e quindi di sicurezza, dell’Ue? Con la “green golden rule”

Mar 18, 2026 - 04:00
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Come allineare la politica di bilancio con gli obiettivi di transizione, e quindi di sicurezza, dell’Ue? Con la “green golden rule”

C’è uno strumento che l’Unione europea potrebbe mettere a disposizione degli Stati membri alle prese con il caro bollette e lo shock energetico innescato dalla guerra in Iran, uno strumento «verde» e «dorato» che tra l’altro sarebbe fondamentale per trasformare il Green deal da una lista di obiettivi ambiziosi a una realtà non solo finanziariamente sostenibile per tutte le capitali europee, ma che garantisce essa stessa stabilità e sicurezza. Sì, uno strumento verde aureo, perché la regola verde per eccellenza prende proprio il nome di “Green golden rule”. Alla questione dedica un’approfondita analisi il think tank italiano per il clima Ecco, sottolineando che crisi energetiche degli ultimi anni, dall’invasione russa dell’Ucraina alle attuali tensioni in Medio-Oriente, dimostrano quanto la dipendenza dai combustibili fossili sia un rischio economico, sociale industriale per l’Ue e che accelerare la transizione rappresenta l’unica via per ridurre questa vulnerabilità, ma richiede uno sforzo significativo in termini di investimenti pubblici. «È cruciale che tali investimenti trovino spazio all’interno del quadro fiscale europeo – scrivono gli esperti di Ecco – l’adozione di una green golden rule rappresenta uno strumento concreto per allineare la politica di bilancio con gli obiettivi di transizione, e quindi di sicurezza, dell’Unione».

Ma cos’è questa regola che, a leggere quest’analisi, garantirebbe indipendenza e autonomia strategiche dell’Unione nel medio termine e assicurerebbe stabilità economica, fiscale e dei conti pubblici nel lungo? Come spiegano i ricercatori del centro studi Ecco, con l’espressione green golden rule si indica la possibilità di riconoscere uno status speciale alla spesa pubblica per investimenti nella transizione, escludendola dalle regole fiscali europee ed in particolare dal calcolo del deficit e del debito utilizzato nel Patto di stabilità e crescita. L’idea di fondo è che gli investimenti per la transizione e quelli che promuovono resilienza climatica, non dovrebbero essere trattati come spesa corrente, e pertanto non dovrebbero sottostare ai limiti di spesa del Patto di stabilità e crescita, in quanto investimenti strategici per la stabilità economica presente e futura. Scrivono gli esperti che l’apertura di un canale privilegiato di finanziamento pubblico per la transizione si lega a riconoscimento del debito utilizzato per tale scopo come debito buono, vale a dire un tipo di spesa e di investimenti inizialmente costoso ma che nel medio e lungo termine riduce anziché aumentare i rischi economici. Gli investimenti per la transizione hanno un effetto moltiplicativo maggiore  rispetto agli investimenti fossili, confermato anche da un recente studio che evidenzia come ogni euro investito nella rete elettrica si traduca in 1,3 euro aggiuntivo sul di Pil e 2,98 euro sulla produzione industriale.

Nell’analisi realizzata da Ecco viene sottolineato che dovrebbero beneficiare della green golden rule tipologie di spesa pubblica riguardanti gli investimenti infrastrutturali in reti elettriche, sistemi di accumulo, infrastruttura di ricarica, o il supporto alla domanda che contribuisca alla diffusione di tecnologie pulite, come pompe di calore, mobilità elettrica ed elettrificazione di processi industriali, assicurando che il passaggio dei consumatori verso queste tecnologie avvenga con tempistiche e volumi compatibili con gli obiettivi climatici europei. Tale supporto può configurarsi sia come supporto diretto che come riequilibrio dell’imposizione fiscale e parafiscale eccessiva che attualmente grava sul vettore elettrico, più facile da decarbonizzare e portatore di autonomia strategica. Dovrebbero beneficiarne anche strumenti di sostegno a famiglie e classi sociali vulnerabili per accompagnarle nella transizione, supportarle nel passaggio a soluzione e tecnologie efficienti e quindi economiche, liberandole dalla volatilità dei prezzi dei carburanti fossili e anche gli investimenti in resilienza e adattamento rispetto ad eventi climatici estremi, come gli ultimi fenomeni estremi che hanno colpito a fine gennaio il Sud Italia.

Tra l’altro, i ricercatori fanno notare che già in passato l’Ue ha adattato le proprie regole fiscali di fronte a situazioni di crisi, com’è successo ad esempio di fronte alla pandemia da Covid-19 o, più di recente, di fronte all’escalation delle tensioni tra Russia e Ucraina, quando è stata adottata una clausola di salvaguardia nazionale per la spesa legata alla difesa. E allora non si spiegherebbe perché per una corsa al riarmo si potrebbero rivedere le regole fiscali mentre per la transizione no. Anche perché, viene sottolineato nello studio, «investire nella transizione, riducendo la dipendenza da combustibili fossili importati, rappresenta un nodo centrale per la sicurezza energetica europea, ed è nel contempo una leva trasversale per raggiungere molte delle altre priorità europee: coesione sociale; riduzione della povertà energetica sostenendo le famiglie nell’accesso a tecnologie più efficienti; competitività dell’industria europea; resilienza rispetto ad eventi climatici sempre più frequenti, sempre più estremi e sempre più cari».

Introdurre una green golden rule, concludono i ricercatori del think tank Ecco, non significa compromettere la sostenibilità delle finanze pubbliche, anzi: «Non investire oggi nella transizione significa esporre le economie nazionali degli Stati membri e l’economia europea tutta a costi sempre più ingenti in futuro. Shock energetici ricorrenti, danni da eventi climatici estremi, rischi per il sistema produttivo si tradurranno infatti in una crescita economica debole, in una riduzione del Pil, in una maggiore instabilità macroeconomica e in un aumento di debito e deficit nel lungo termine». E ancora: «Rendere più flessibili oggi le regole fiscali europee per permettere investimenti in transizione e resilienza non deve essere visto come costo per le finanze pubbliche, ma piuttosto come una forma di assicurazione contro impatti e conseguenze economiche negativi molto più elevati domani. In questo senso, investire in transizione e resilienza permette anche di proteggere l’interesse delle generazioni future, come richiesto dalla recente riforma dell’articolo 9 della Costituzione italiana, da una duplice prospettiva: da un lato, assicurando la tutela del sistema climatico in cui queste vivranno; dall’altro, assicurando la sostenibilità del debito pubblico sul lungo termine».

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