Congedo parentale paritario in Italia: perché la proposta è stata respinta?
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Quattro mesi di congedo obbligatorio identico per entrambi i genitori, retribuzione piena nei primi anni di vita del bambino e tutele estese anche ad autonomi e partite Iva. Era questa l’architrave della proposta di legge che puntava a riequilibrare la distribuzione delle responsabilità familiari tra madri e padri. Ma è stata respinta.
Un intervento che, nelle intenzioni dei promotori, avrebbe segnato una svolta nel sistema italiano dei congedi.
Il progetto, tuttavia, non ha superato il vaglio preliminare della Ragioneria Generale dello Stato, che ne ha evidenziato le criticità finanziarie. Di fatto, il testo è stato bloccato prima ancora di approdare al voto parlamentare. La maggioranza ha motivato lo stop parlando di necessità di garantire la tenuta dei conti pubblici. Le opposizioni, invece, hanno letto la bocciatura come una scelta eminentemente politica.
Cosa prevedeva la proposta
Il disegno di legge immaginava un’estensione significativa del congedo di paternità, portandolo fino a cinque mesi nei primi diciotto mesi di vita del figlio. Parallelamente, si prevedeva di aumentare l’indennità economica fino al 100% della retribuzione per una parte consistente del periodo di assenza dal lavoro.
Un altro punto qualificante era l’inclusione delle categorie finora meno protette: lavoratori autonomi e professionisti con partita Iva, che oggi accedono a tutele più limitate rispetto ai dipendenti.
Il costo stimato dell’operazione oscillava tra i quattro e i quattro miliardi e mezzo di euro. È proprio su questa cifra che si è concentrata la valutazione tecnica della Ragioneria, secondo cui le coperture non sarebbero risultate adeguate.
Le ragioni del “no” del governo
La ministra del Lavoro Marina Calderone ha escluso che la decisione sia frutto di una contrapposizione ideologica. La questione, ha spiegato, riguarda esclusivamente la sostenibilità economica. L’esecutivo guidato da Giorgia Meloni rivendica di aver già incrementato negli ultimi anni le risorse destinate alle politiche familiari, citando il potenziamento dell’assegno unico e la decontribuzione per le madri lavoratrici.
Secondo la maggioranza, dunque, l’intervento proposto dalle opposizioni avrebbe comportato un impegno finanziario troppo gravoso, soprattutto in una fase in cui il bilancio pubblico deve fare i conti con vincoli stringenti e con altre priorità di spesa.
Le critiche delle opposizioni e della società civile
Di tutt’altro tenore la lettura delle forze di minoranza. La segretaria del Partito democratico Elly Schlein e il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte hanno parlato apertamente di un’occasione mancata, chiedendo di riaprire il confronto per individuare nuove coperture finanziarie.
Anche associazioni, sindacati e movimenti impegnati sui temi dell’uguaglianza di genere hanno espresso delusione. A loro avviso, l’Italia avrebbe potuto compiere un passo decisivo verso una più equa distribuzione del lavoro di cura e un sostegno più incisivo alla natalità, fenomeno che nel nostro Paese continua a registrare numeri preoccupanti.
Come funziona oggi il sistema italiano
Per comprendere la portata della proposta respinta, è utile ricordare l’assetto attuale. Il congedo di maternità prevede cinque mesi obbligatori con un’indennità pari all’80% dello stipendio. Il congedo di paternità obbligatorio, invece, si limita a dieci giorni.
Esiste poi il congedo parentale facoltativo: ciascun genitore può richiedere fino a sei mesi, entro un tetto complessivo familiare di dieci o undici mesi. Tuttavia, l’indennità piena all’80% è riconosciuta solo per una parte del periodo; per i mesi successivi la retribuzione scende al 30%.
In teoria, la normativa consente una condivisione. Nella pratica, però, la combinazione tra breve durata del congedo paterno e riduzione significativa dell’indennità rende poco conveniente per molti uomini assentarsi a lungo dal lavoro. Il risultato è che la cura dei figli nei primi mesi ricade prevalentemente sulle madri.
Gli effetti sul lavoro e sulle carriere
Questo squilibrio produce conseguenze evidenti. Da un lato, molte donne si trovano a dover affrontare quasi da sole una fase complessa dal punto di vista organizzativo ed emotivo. Dall’altro, la minore partecipazione dei padri alla vita familiare nei primi mesi consolida stereotipi che vedono la maternità come un “ostacolo” professionale.
La disparità nei congedi si riflette anche sulle scelte aziendali. Le lavoratrici in età fertile sono talvolta percepite come un potenziale costo, con ripercussioni su assunzioni e progressioni di carriera. Al contrario, gli uomini raramente subiscono penalizzazioni legate alla paternità, proprio perché la normativa attuale prevede per loro un’assenza molto più contenuta.
Un retaggio culturale difficile da superare
Alla base della differenza tra congedo materno e paterno vi è una visione tradizionale dei ruoli genitoriali. L’idea che il neonato abbia bisogno quasi esclusivamente della madre e che il padre debba concentrarsi soprattutto sul sostegno economico continua a influenzare le politiche pubbliche.
Questa impostazione comporta due effetti speculari: la donna rischia di isolarsi, con possibili ricadute sul benessere psicologico; l’uomo perde l’opportunità di costruire fin dall’inizio un legame profondo con il figlio. Una maggiore simmetria nei diritti potrebbe contribuire a scardinare tali modelli.
Il confronto con l’Europa
Guardando oltre i confini nazionali, emerge un quadro differente. In Spagna, ad esempio, ciascun genitore dispone di sedici settimane di congedo, in parte obbligatorie e non trasferibili. Nei Paesi nordici le misure sono ancora più generose: in Svezia i genitori possono contare su un lungo periodo complessivo di assenza retribuita, con quote riservate a entrambi; in Norvegia il congedo per i padri è realtà da oltre trent’anni; in Finlandia il numero di giorni a disposizione è ripartito in modo equilibrato tra madre e padre.
Questi modelli non rispondono soltanto a un principio di giustizia sociale. Diversi studi mostrano che sistemi più robusti favoriscono una maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro e rendono meno onerosa, sotto il profilo economico, la scelta di avere figli.
Tra vincoli di bilancio e scelte politiche
La domanda iniziale resta aperta: perché il congedo parentale paritario è stato bocciato? Formalmente, per una questione di coperture finanziarie giudicate insufficienti. Sostanzialmente, secondo i critici, per una diversa gerarchia di priorità.
Il tema si inserisce in un dibattito più ampio che intreccia sostenibilità dei conti pubblici, politiche demografiche e parità di genere. Se e quando una proposta simile tornerà all’esame delle istituzioni dipenderà dalla volontà politica e dalla capacità di individuare risorse adeguate.
Nel frattempo, l’Italia rimane ancorata a un sistema che, pur avendo compiuto qualche passo avanti negli ultimi anni, continua a segnare una netta distanza tra i diritti delle madri e quelli dei padri. E il confronto su come sostenere davvero le famiglie è tutt’altro che concluso.
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