L’Italia si sgretola: infrastrutture sotto pressione tra clima estremo e mancata prevenzione
lentepubblica.it
Eventi estremi e dissesto idrogeologico in Italia: perché serve prevenzione e uno smart landscape prima delle smart city. Intervista a Fausto Guzzetti e Giovanni Crosta, secondo appuntamento della rubrica Visone PA.
Prima delle smart city è necessario uno smart landscape. È da questa provocazione che prende avvio il nuovo appuntamento di Visione PA, la rubrica di lentepubblica.it che esplora il futuro della Cosa pubblica con un presupposto chiaro: dietro la visione ci sono le persone.
Guarda l’intervista integrale qui.
Abbiamo iniziato questo percorso parlando di innovazione, tecnologia e intelligenza artificiale. In questo nuovo appuntamento, però, torniamo alla base materiale su cui ogni trasformazione digitale si regge: il territorio. Perché senza suolo stabile, infrastrutture resilienti e pianificazione coerente, ogni discorso sulle città intelligenti rischia di rimanere un esercizio teorico.
L’Italia, negli ultimi anni, sembra dare segnali inequivocabili di fragilità. Il crollo del Ponte Morandi ha rappresentato uno spartiacque simbolico, ma non è un caso isolato. Le criticità strutturali di ponti, viadotti ed edifici pubblici come le scuole si intrecciano con fenomeni di instabilità territoriale: versanti che cedono, coste che arretrano, porzioni di territorio che si sgretolano, come accaduto nell’area di Niscemi o lungo la costa salentina, a Sant’Andrea.
Non si tratta soltanto di episodi straordinari. È una tendenza che impone una domanda scomoda: il Paese è strutturalmente adeguato alle condizioni ambientali che stanno cambiando?
Eventi estremi e infrastrutture: siamo pronti?
Gli eventi meteo estremi stanno cambiando scala e intensità. Piogge concentrate in poche ore, ondate di calore oltre i 40 gradi, mareggiate violente, raffiche di vento sempre più intense. Fenomeni che un tempo erano considerati eccezionali stanno diventando più frequenti.
Ma le infrastrutture costruite negli ultimi decenni – strade, reti idriche, sistemi fognari, edifici pubblici – sono state progettate per resistere a queste nuove sollecitazioni? I materiali, le norme tecniche, i criteri di calcolo sono ancora adeguati?
Oltre alla mancata prevenzione, al consumo di suolo indiscriminato e agli errori nell’urbanizzazione, ha senso intervenire dopo un evento calamitoso o piuttosto si dovrebbe adeguare l’intero impianto fisico del Paese a un clima che è cambiato?
Nella video intervista, a questa e ad altre domande rispondono Fausto Guzzetti, ricercatore associato al CNR IMATI, professore all’Università di Durham e accademico dei Lincei, e Giovanni Crosta, professore di Geologia applicata all’Università di Milano-Bicocca, tra i maggiori studiosi italiani dei fenomeni franosi e dell’instabilità territoriale.
Clima, scelte urbanistiche, mancata prevenzione: di chi è la responsabilità?
Una delle questioni centrali affrontate nell’intervista riguarda il peso del cambiamento climatico e degli interventi antropici rispetto ai fattori strutturali interni, in relazione al dissesto idrogeologico italiano.
L’Italia è, per sua natura, un territorio fragile: catene montuose giovani, bacini idrografici brevi e ripidi, una forte densità abitativa. A questa vulnerabilità si è aggiunto un consumo di suolo significativo, l’urbanizzazione di aree esposte e una manutenzione spesso discontinua del reticolo idraulico minore.
Il cambiamento climatico non crea da zero la fragilità, ma la amplifica. Piogge più intense trovano territori impermeabilizzati; versanti instabili reagiscono con maggiore rapidità; sistemi di drenaggio progettati su parametri climatici del passato risultano sottodimensionati.
Il punto, spiegano gli esperti, è comprendere l’effetto combinato dei due fattori.
Dissesto idrogeologico: quanto costa non prevenire?
C’è poi un dato che merita attenzione. Secondo elaborazioni ISPRA e ReNDiS, integrate dalle analisi del Rapporto ANCE–CRESME, dal 2010 lo Stato ha speso mediamente circa 3,3 miliardi di euro l’anno per far fronte ai danni da dissesto idrogeologico (al netto delle emergenze sismiche). Gli investimenti strutturali in prevenzione, nello stesso periodo, si sono attestati tra i 300 e i 350 milioni annui.
La sproporzione è evidente.
Ogni emergenza mobilita fondi straordinari, commissari, decreti ad hoc. La prevenzione, invece, richiede manutenzione ordinaria, pianificazione urbanistica coerente, monitoraggio continuo dei versanti, opere idrauliche mirate e, nei casi più critici, delocalizzazioni. Interventi meno visibili ma decisivi.
Perché, nonostante i numeri, la prevenzione fatica a diventare una politica strutturale? È solo un problema di risorse o di priorità politiche? Quale potrebbe essere un modello più efficace di governance del rischio, tra risarcimenti e obblighi assicurativi?
Smart city o smart territorio?
La riflessione si allarga inevitabilmente al modello di sviluppo. Negli ultimi anni si è parlato molto di smart city: digitalizzazione dei servizi, sensori, reti intelligenti. Ma ha senso immaginare città iperconnesse se il territorio che le ospita non è stabile e sicuro?
Da qui l’idea di uno smart landscape: un territorio gestito in modo intelligente, dove tecnologia, pianificazione e presidio umano si integrano. Non solo centri urbani efficienti, ma versanti monitorati, corsi d’acqua manutenuti, borghi non abbandonati.
Il dissesto idrogeologico non è soltanto una questione tecnica. È un tema di visione collettiva e di responsabilità intergenerazionale. Le decisioni prese oggi incideranno sulla sicurezza dei prossimi decenni e delle generazioni a venire.
L’intervista integrale con Guzzetti e Crosta entra nel merito di queste scelte: dati, scenari, costi, responsabilità e possibili soluzioni.
Guarda l’intervista integrale nel video qui di seguito
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