Da Kering a Chalhoub, il lusso chiude i negozi nelle aree a rischio in Medio Oriente
L’estendersi della guerra in Medio Oriente inizia a far tremare il mondo della moda e del lusso. Dopo i crolli in Borsa a inizio settimana, i gruppi di moda si trovano ora a dover gestire anche la chiusura temporanea di parte della rete di negozi nelle zone più a rischio. Secondo quanto riportato da Reuters, Kering ha dichiarato che i suoi negozi sono stati temporaneamente chiusi negli Emirati Arabi Uniti, in Kuwait, in Bahrein e in Qatar e che ha sospeso i viaggi in Medio Oriente. Anche Chalhoub Group, che gestisce 900 negozi per marchi come Versace, Jimmy Choo e Sephora in tutta la regione, spiega l’agenzia, ha chiuso gli spazi in Bahrein mentre altri mercati, tra cui Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Giordania, sono rimasti aperti, sebbene la presenza del personale sia “volontaria”.
L’elenco non è ovviamente definitivo perché la situazione è in divenire giorno per giorno ma la crisi in quest’area del mondo rischia di frenare in modo significativo la fragile ripresa del mondo dei consumi di lusso e di moda che si stava innescando in avvio d’anno. Sebbene il Medio Oriente rappresenti una piccola quota della spesa globale del lusso, tra il 5% e il 9% è comunque strategica perché, nel 2025, secondo il rapporto Bain-Altagamma, questa regione è stato uno dei mercati più dinamici in termini di crescita con una forchetta compresa tra il 4 e il 6 per cento. Per il 2026 Altagamma aveva previsto un incremento di circa il 6%, eleggendo appunto il Medio Oriente come mercato di riferimento per il lusso.
Sebbene molti dei grandi gruppi del lusso non diramino dati precisi sulle vendite nei paesi del Golfo, Morgan Stanley stima che Richemont e l’italiana Zegna siano i marchi più esposti, ciascuno dei quali ricava circa il 9% delle vendite totali dal Medio Oriente. Per Lvmh e Prada quest’area vale circa il 5% come anche Kering e Cucinelli, per Hermès il 4%, Ferragamo e Burberry il 3% mentre Moncler il 2 per cento.
Il conflitto ha ovviamente paralizzato i flussi turistici nella regione con ricadute certe anche nell’incoming di turisti altospendenti mediorientali in Europa. “Se si ipotizza che si tratti di un mercato (travel retail) da 5 a 6 miliardi di dollari e che venga chiuso per un mese, si parla di centinaia di milioni di dollari sicuramente a rischio”, ha affermato a Reuters Victor Dijon, senior partner della società di consulenza Kearney.
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