Il Minneapolis Italian Film Festival celebra Roma Città Aperta come manifesto di resistenza

Mar 4, 2026 - 19:00
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Il Minneapolis Italian Film Festival celebra Roma Città Aperta come manifesto di resistenza

Minneapolis, fine febbraio. Le strade del Midwest gelano il respiro, anche nelle ore di tregua regalate da un sole che promette una primavera ancora lontana. È trascorso un mese dalla morte di Alex Pretti, l’infermiere statunitense di 37 anni ucciso da agenti federali mentre provava a proteggere un manifestante spinto a terra. Poche settimane prima, l’omicidio di Renee Good – colpita a morte da un agente ICE (l’agenzia federale per l’immigrazione) mentre si trovava nella sua auto – aveva suscitato sdegno tra la popolazione della più grande città del Minnesota.

Da allora, Donald Trump ha annunciato la conclusione dell’Operazione Metro Surge e ritirato gli oltre quattromila agenti che si erano riversati nella città, trasformandola in una polveriera. Gli occhi del mondo, per un attimo puntati sulle Twin Cities, sono già altrove. Verso il Medio Oriente, o dove il presidente statunitense ha deciso di portarli. A Minneapolis però la ferita è ancora aperta. E la paura serpeggia assieme a qualche centinaio di agenti ICE rimasti sul territorio.

A Coldwater Spring, a un passo dall’aeroporto della città, non si contano le auto che entrano ed escono dal quartier generale dell’ICE. Finestrini oscurati, nessuna scritta identificativa sulle fiancate e autisti dal volto coperto. Un via vai spettrale e rumorosissimo. Perché lungo la strada che conduce all’immenso edificio si ammassano ogni giorno decine di manifestanti e organizzazioni umanitarie. Insieme a loro, persone qualunque, di ogni età e provenienza, giunte per farsi sentire. Qualcuno urla il proprio sdegno contro ogni vettura ICE, invitando gli agenti a vergognarsi, a riconsiderare le proprie azioni, mentre i volontari raccolgono beni di prima necessità, cibo, bottiglie d’acqua. Tutto ciò che può servire a chi viene rilasciato dalla custodia federale in mezzo alla strada; quando qualcuno viene rilasciato.

«Ogni giorno stacco dal lavoro e vengo qui, a volte anche durante la pausa pranzo. Mi scrivono cosa serve e corro subito», spiega un uomo sulla cinquantina, interrompendosi per urlare al megafono contro l’ennesima autovettura entrata nell’edificio. “ICE Out” è lo slogan più presente in tutta la città: sui muri, agli ingressi dei locali, nei cartelli appesi alle finestre, assieme a un logo che unisce il simbolo della resistenza di Star Wars alla specie di volatile che rappresenta lo Stato del Minnesota.

Lisa Venticinque

Le vie in cui Renee Good e Alex Pretti sono stati uccisi sono diventate epicentro di una comunità. Lungo la strada, centinaia di oggetti: non solo fiori, ma qualsiasi ricordo personale. Sono memoriali vivi, dove le persone si ritrovano, piangono e si guardano in volto, cercando conferme di un’umanità ferita. I bigliettini sparsi tra una pianta, un giocattolo e un pupazzo contengono preghiere, poesie, canzoni. Una risposta gentile alla violenza che ha toccato quei luoghi.

È in questo clima che apre la diciassettesima edizione del Minneapolis Italian Film Festival. Quella che per anni era stata una celebrazione spensierata della cultura italiana ha cambiato volto. L’evento, presentato dall’Italian Cultural Center di Minneapolis/St. Paul, in partnership con la MSP Film Society e The Main Cinema, è diventato qualcosa di più di un semplice ritrovo per la piccola ma devota comunità italiana presente in città. 

A pochi giorni dall’uccisione di Alex Pretti, quando il programma ufficiale del Festival era ormai pronto, il Direttore Artistico Tommaso Cammarano ha deciso di rimettere mano al cartellone per inserire una sezione speciale, Honoring the Twin Cities. Al suo interno, quattro titoli, tra cui Roma Città Aperta di Roberto Rossellini.

«È una decisione guidata dal dolore di questo momento. Ho sentito l’obbligo morale di affrontare ciò che sta accadendo intorno a noi e di riflettere questa realtà nella programmazione di quest’anno. L’angoscia e l’ansia che molti si portano dentro non possono essere ignorate», spiega Cammarano. «Questi film possono offrire uno spazio per riflettere, trovare ispirazione, stimolare il dialogo e aiutare a rafforzare l’unità e la comunità in una città che è messa a dura prova».

Lisa Venticinque

Quest’anno, le sale sono sold out. «Come mai prima d’ora», aggiunge. Non è la fuga dalla realtà a portare la gente al cinema, ma il bisogno opposto: rielaborarla insieme, trovare nuovi strumenti per guardarla in faccia. Lo conferma la standing ovation che accoglie la regista Liliana Cavani, collegata in diretta via Zoom al termine della proiezione de La donna nella resistenza. Il documentario del 1965, con le testimonianze di una ventina di partigiane sopravvissute alla guerra, viene accolto nel Midwest come qualcosa di più di un’opera d’archivio: è un manifesto.

È così che il capolavoro del neorealismo firmato da Rossellini arriva a una sala gremita di americani, dialogando scena dopo scena con i nervi scoperti di una città sotto assedio. A un certo punto, durante la proiezione al The Main Cinema, il pubblico trattiene il respiro. È la scena più conosciuta: l’istante in cui la corsa disperata di Pina (Anna Magnani) viene stroncata dai mitra della Gestapo. «Francesco! Francesco!», urla Pina; le mani in aria e le parole gridate. La conosciamo, è il simbolo di un’intera cinematografia che ha da poco compiuto ottant’anni. Eppure, vista da qui, nelle stesse vie dove l’ICE ha spezzato intere famiglie trascinando, in pieno giorno, persone in mezzo alla strada, non è più storia del cinema. È presente.

Quando il corpo della Magnani si accascia a terra, qualcuno sembra sul punto di uscire; ma nessuno si muove. «Io questa cosa l’ho vista», ripete scossa una spettatrice a fine film. «Ho visto coi miei occhi l’ICE che portava via uno dei miei vicini».

Così, Roma Città Aperta risuona con tanta ferocia tra le strade di Minneapolis: per il senso di occupazione percepito dai cittadini, ma soprattutto per la rappresentazione di una resistenza viva. Rossellini ritrae una comunità che si fa scudo umano. Esattamente ciò che sta accadendo qui. Una resistenza priva di retorica, fatta di coperte pronte per chi viene rilasciato di notte. Una resistenza così radicata, così organica alla storia politica e sociale della città, da spingere in queste settimane migliaia di persone a sottoscrivere petizioni per candidare Minneapolis al Premio Nobel per la Pace.

Il film di Rossellini non si chiude con la morte di Pina, il personaggio a cui il pubblico si lega visceralmente. Con la sua uccisione, Roma Città Aperta si spezza, ma non si ferma; prosegue raccontando chi resta, chi continua a lottare e chi si incarica di ricordare. Ed è questa la traiettoria di Minneapolis dopo le morti di Renee Good e Alex Pretti.

Lisa Venticinque

Nonostante la commozione, fuori dal The Main Cinema in molti parlano di speranza. «È un film triste, ma contiene speranza perché ritrae la comunità», osserva Ainsley, 23 anni, originaria della California del Sud. «È l’unico grande lato positivo che ho visto anche a Minneapolis: la rapidità con cui le persone si sono fatte avanti per supportarsi a vicenda. Il mutuo soccorso è stato istituito quasi immediatamente quando le cose hanno iniziato a precipitare. Non vedevo una comunità così attiva da molto tempo».

E la resistenza, appunto, viaggia sottotraccia e prende le forme più inaspettate. Nel sud di Minneapolis, lo Smitten Kitten – un negozio di sex toy – è diventato in queste settimane uno dei punti di raccolta e distribuzione di donazioni più attivi della città, diffondendo informazioni e coordinando aiuti per le famiglie colpite dai raid. Reti di mutuo soccorso alimentare hanno preso vita in tutta la città: cittadini comuni si sono organizzati per raccogliere e distribuire cibo, sapendo che centinaia di persone vivono nascoste nelle proprie case per paura delle retate. I memoriali per Alex Pretti e Renee Good sono immensi spazi d’incontro, affollati a qualsiasi ora, a oltre un mese dalle violenze più acute. C’è chi passa ogni giorno, chi torna più volte a settimana: volontari che vegliano, che sostituiscono i fiori e presidiano la zona.

«Nello stesso modo in cui nel film i partigiani comunicano di nascosto, qui si sono creati gruppi di sorveglianza per monitorare l’ICE, usando chat chiuse su Signal», spiegano alcuni italo-americani di terza generazione. «Nel film di Rossellini c’è la stessa umanità che vedo in città proprio ora», riflette una donna, 43 anni. «Io stessa, di solito, il venerdì a mezzogiorno sto in piedi davanti a una moschea per fare in modo che le persone possano pregare in pace».

Resistenza, nel cinema come nella realtà del Midwest, significa credere che se si resterà umani abbastanza a lungo, alla fine si vincerà. In Roma Città Aperta, il personaggio di Francesco lo promette a Pina mentre fuori infuria l’occupazione. Ottant’anni dopo, in una sala di Minneapolis, risuona più forte che mai. «Finirà, Pina. Finirà. E tornerà pure la primavera».

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