Nasce a Barcellona la coalizione che vuole tenere la Cina fuori dal 6G

Al Mobile World Congress di Barcellona, Sette Paesi occidentali hanno lanciato la Global Coalition on Telecoms, un’alleanza con un obiettivo preciso: definire i principi di sicurezza del 6G prima che qualcun altro lo faccia al posto loro. Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Giappone e Australia, con Svezia e Finlandia aggiunte al lancio, hanno presentato una serie di principi volontari per garantire che le reti di nuova generazione siano sicure fin dalla progettazione. Il documento non cita mai la Cina. È però il centro di tutto.
Per capire perché questa coalizione esiste, bisogna tornare al 5G. Quando la tecnologia cominciò a diffondersi, diversi Paesi occidentali si trovarono a fare i conti con una dipendenza che non avevano previsto: le loro reti erano costruite in larga parte con apparecchiature di Huawei e Zte. Il problema non era solo commerciale. Le leggi sulla sicurezza nazionale cinesi, secondo Washington e i suoi alleati, obbligano le aziende del Paese a cooperare con i servizi di intelligence di Pechino su richiesta. Una rete costruita con hardware cinese poteva quindi diventare una rete accessibile a Pechino. La risposta occidentale è arrivato tardi e in ordine sparso. Gli Stati Uniti hanno vietato Huawei e Zte dalle reti federali e fatto pressioni sugli alleati. Il Regno Unito ha deciso di rimuovere gradualmente le apparecchiature Huawei dalla propria rete 5G. Altri Paesi hanno preso altre contromisure per mitigare i rischi. Tra questi l’Italia, che ha lavorato tramite un sistema di certificazione e scrutinio teologico con Golden Power e Agenzia per la cybersicurezza nazionale. Ma smantellare infrastrutture già installate costa miliardi e richiede anni. Questa volta, dicono i sette di Barcellona, non si ripete lo stesso errore.
La Cina non è rimasta ferma. Pechino ha investito massicciamente nella ricerca sul 6G attraverso iniziative statali come l’IMT-2030 Promotion Group, partecipando attivamente ai tavoli internazionali di standardizzazione, dall’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni al 3GPP. Secondo alcune stime, la Cina detiene oggi oltre il 40% delle domande di brevetto globali sul 6G. Un numero da prendere con cautela, perché avere brevetti non significa automaticamente dominare gli standard. Ma indica la scala dell’ambizione di Pechino.
Gli standard tecnologici sono il vero campo di battaglia. Chi riesce a far adottare le proprie specifiche come base dello standard globale ottiene un vantaggio enorme: gli altri devono pagare royalty, adattarsi, dipendere. La coalizione occidentale lo sa, e la mossa di Barcellona serve esattamente a questo: presentarsi ai tavoli di standardizzazione con una posizione comune, influenzare ricercatori e vendor prima che le specifiche siano scritte.
Il 6G non è solo una rete più veloce. È un’infrastruttura progettata per integrare “nativamente” l’intelligenza artificiale, collegare sistemi satellitari e terrestri, abilitare applicazioni con latenza quasi zero. Sono esattamente le caratteristiche che servono per coordinare droni autonomi, veicoli militari senza pilota, comunicazioni cifrate in tempo reale sul campo di battaglia. Il dipartimento della Difesa americano è direttamente coinvolto nello sviluppo di piattaforme open source per il 6G insieme alla Linux Foundation. Le reti del futuro sono anche reti militari. In questo contesto, lasciare che Pechino scriva le regole del 6G – o che inserisca tecnologie proprietarie cinesi al cuore degli standard globali – non è una questione commerciale. È una questione di sicurezza nazionale, per ogni Paese che su quelle reti farà girare infrastrutture critiche, comunicazioni governative, sistemi d’arma.
Certo, i principi presentati a Barcellona sono volontari, senza meccanismi di enforcement. Il consenso dell’industria è ancora generico: grandi nomi come Qualcomm, Nvidia, Ericsson e Nokia hanno espresso supporto, ma senza impegni vincolanti. E il 6G commerciale non arriverà prima del 2030, il che significa che gli standard definitivi sono ancora lontani. Ma è proprio questa la scommessa: agire adesso, quando tutto è ancora aperto, è più efficace che correggere il tiro quando le reti saranno già costruite. La lezione del 5G, costata miliardi e anni di smantellamenti, sembra essere stata appresa. Barcellona è solo l’inizio.
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