Dalla Chiesa racconta Emilia: “Non si consola il dolore, si custodisce la memoria”

«La perdita più grande non è la solitudine: è non avere più qualcuno con cui condividere una bella notizia».
Nando Dalla Chiesa sintetizza così il senso più profondo del suo ultimo libro, La ragazza di vicolo Pandolfini, presentato a Materia Spazio Libero, l’hub culturale di Varesenews, in un’intervista condotta da Angela Lischetti.
Un memoir che è insieme racconto d’amore, testimonianza civile e riflessione sul tempo.
Docente di sociologia della criminalità organizzata all’Università degli Studi di Milano, scrittore e protagonista della vita pubblica italiana, Dalla Chiesa ha scelto questa volta una forma narrativa completamente diversa: «Non ho mai preparato un indice. Non è un libro pensato: le cose si sono aggiunte, una dopo l’altra».
Alla domanda sul perché di questo libro, la risposta è disarmante nella sua semplicità: «Ci sono tante ragioni: il bisogno di tenere in vita qualcuno, la solitudine, la voglia di non lasciare niente per strada. Non posso dire che ne prevalga una».
Il punto di partenza è stato un discorso scritto poche settimane dopo la morte della moglie Emilia, nel 2021. Da lì, frammenti, ricordi, testi già esistenti si sono intrecciati fino a costruire una narrazione volutamente irregolare, «discontinua, come la memoria».
Una storia d’amore lunga cinquant’anni
Al centro del libro c’è il legame con Emilia, durato mezzo secolo. Una storia che attraversa anche la storia d’Italia, segnata da momenti personali e pubblici, tra dolore e responsabilità civile. «Non parlerei di disperazione, ma di un dolore profondissimo. E di una vita vissuta da un osservatorio speciale, che mi ha fatto vedere le cose da vicino», racconta.

Emilia, siciliana, entrata giovanissima nella famiglia Dalla Chiesa, scelse consapevolmente di farne parte fino in fondo: «Non ha mai detto “non c’entro”. Si è identificata completamente, anche nei rischi e nelle difficoltà. Diceva: io sono una Dalla Chiesa».
Una parola attraversa tutto il racconto: bellezza. «Era bella fuori, ma soprattutto dentro. Ed è da lì che ho iniziato a raccontarla». Una bellezza mai esibita, accompagnata da una profonda generosità e da una chiara postura civile: «Stava sempre dalla parte dei deboli e dei giusti».
Un impegno che si traduceva anche in scelte quotidiane, a volte radicali. Come quella di rinunciare a mangiare pesce per rispetto verso i migranti morti nel Mediterraneo: «Pensava che potesse contenere tracce di chi aveva perso la vita. Io non ci avevo mai pensato».
La forza nei momenti più difficili
Dalla Chiesa ricorda episodi che restituiscono la statura di Emilia, anche nei passaggi più drammatici, come l’assassinio del padre, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. «Mi ha aiutato non chiedendomi nulla. Ha sostenuto tutto con una forza estrema».
Fino agli ultimi giorni di vita, vissuti con lucidità e attenzione verso gli altri: «Ci ha chiamati uno per uno, ha detto a ciascuno qualcosa. Voleva evitarci il peso del dolore. L’ultima volta che l’ho vista ridere di gusto è stata meno di ventiquattro ore prima di morire».
La memoria e ciò che resta
A cinque anni dalla scomparsa, il vuoto resta, ma assume una forma precisa: «Se c’è una bella notizia, non so più a chi dirla. Questa è l’amputazione più grande». Non una solitudine fisica, ma l’impossibilità di condividere ciò che dà senso alle cose: «Una bella notizia non è una news. Deve essere condivisa con qualcuno che conosce tutto di te».
La memoria non è consolazione, ma presenza diffusa: nei gesti, nei figli, nei nipoti, negli oggetti quotidiani.
«Non voglio consolarmi. Voglio ricordare bene e tenermi stretto quello che è stato».
Nel libro non compaiono nomi propri. Una scelta precisa: «Non volevo scendere nella cronaca. Volevo una storia che potesse essere ovunque, come una fiaba». Un modo per universalizzare una vicenda personale e trasformarla in racconto condiviso.
Alla fine, ciò che emerge è una riflessione sul significato profondo delle relazioni: «Una vita tenuta insieme come la nostra: bastava uno sguardo per capirsi. Non è tanto ciò che non abbiamo fatto insieme. È quello che abbiamo vissuto che resta. E che continua a vivere in modi che non sempre sappiamo spiegare».
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