Gli Oscar, la nostalgia canaglia, e Sean Penn come Checco Zalone

Dopo parliamo di tutte le cose importanti, la più importante delle quali, il più fondamentale interrogativo che ci lasciano gli Oscar del 2026, è: il Checco Zalone d’America è Sean Penn o è Leonardo DiCaprio? Ma prima, voglio parlare dell’unico regalo importante che mi ha fatto “Una battaglia dopo l’altra”.
Non ho visto nessuno degli altri film di cui si chiacchierava in zona Oscar, ma ho visto “Una battaglia dopo l’altra” il giorno in cui è uscito, perché la mia unica qualità davvero utile è la capacità di intuire per cosa valga la pena perder tempo e quale moda del momento sarà invece dimenticata quindici secondi dopo (sì: non ho mai visto “Barbie”).
Ho visto “Una battaglia dopo l’altra” il pomeriggio del giorno in cui è uscito, e sono uscita da lì dicendo una cosa su cui non ho mai cambiato idea nei quasi sei mesi trascorsi da allora (e io in sei mesi in genere cambio idea quindici volte). Una cosa ovvia: Sean Penn si mangia il film. Possiamo far finta che il protagonista sia DiCaprio, ma il film è Sean Penn.
Lo sa anche DiCaprio – ci ho ripensato, parliamone subito – del quale avete senz’altro visto un pezzettino che passa molto sui social, un pezzettino in cui è a un’anteprima, seduto su un palco, lo stanno intervistando, e lui parla di Sean Penn nell’ultima scena, quando lo portano «in un qualche ufficio arredato Ikea, con una vista su, cos’è, Dallas?, e lui si guarda intorno con la soddisfazione di chi è a Shangri-La».
Il pezzettino gira molto per due ragioni. La prima è, appunto, che DiCaprio è come Checco Zalone. Fa il suo film, promuove il suo film, sparisce. Non lo vedi nei talk-show, non lo vedi in cinquecento podcast, non lo vedi nei programmi di cucina, non lo vedi ovunque come vedi i derelitti che manda in genere in giro un marketing cinematografico organizzato da gente che non ha mai capito quanto sia poco sexy la disperazione.
La seconda è che evidentemente “Una battaglia dopo l’altra” ha fatto quel che non è riuscito agli altri film che hanno tentato di spacciarci come epocali nell’ultimo anno: ha creato immaginario. Quella scena che DiCaprio riassume la conosciamo, la sappiamo, la vediamo mentre ce la evoca.
È talmente così che Conan O’Brien chiude la premiazione con una parodia di quella scena, in cui gli promettono la conduzione perpetua degli Oscar come al povero Sean Penn del film avevano promesso un posto tra gli Avventurieri del Natale, e poi nello stesso modo lo fanno fuori, quand’era convinto d’essere ormai a Shangri-La.
Il regalo che mi ha fatto “Una battaglia dopo l’altra” è un nuovo modo per individuare i cretini. Mi piacciono molto le opinioni diverse dalle mie, senza le opinioni diverse dalle mie morirei di noia, senza le opinioni diverse dalle mie non potrei praticare l’hobby di cambiare continuamente idea, ma a volte ci sono opinioni che non mi dicono che la pensi diversamente da me: mi dicono che sei stupido.
Sono sei mesi che sento gente che dice «Eh, sì, Sean Penn: ma vuoi mettere Benicio Del Toro?», e sono sei mesi che penso: ah, quindi sei imbecille. Che è semplicistico, me ne rendo conto, perché in realtà l’idiota che dice che doveva vincere Del Toro non è solo un idiota: è un pezzetto di spirito del tempo. Di quel tempo in cui le cose facili sono più apprezzabili di quelle faticose, perché sembrano più alla nostra portata, e noi vogliamo che tutto sia alla nostra portata. Vogliamo Benicio che, senza complessarci, stia in scena senza fare granché, mica Sean Penn che la scena la riempie facendo tantissimo.
Con un’amica abbiamo per un po’ sintetizzato questa sindrome in “L’anno dei Tom”. Era il 2023, alla fine di “Succession” il supremo mediocre Tom Wambsgans era stato messo a capo di tutto, e da allora per mesi (anni) ci siamo trovate con la definizione perfetta per ogni figura non all’altezza che vincesse qualunque cosa: le elezioni o l’Oscar, un posto da primario o uno da direttore. L’anno dei Tom.
Nel 2026 ha vinto Sean Penn, e chissà adesso che mediocre ci toccherà a compensazione, per ripristinare quel gigantesco anno dei Tom in cui viviamo ormai da molti anni. Ha vinto e neppure c’era, Sean; quel paraculo di Kieran Culkin, che presentava il premio, ha detto «non ha potuto essere qui» come gli avevano scritto sul gobbo, e poi ha aggiunto: o non ha voluto. E io ho pensato che forse il Checco Zalone d’America è Sean, che neanche va a prendersi l’Oscar.
Poi certo, ci sarebbero molte altre cose importanti da dire, tra cui l’identitarismo mai domo per cui una coreana che viene premiata si scusa coi coreani ora per la prima volta non invisibili nell’industria hollywoodiana (“Parasite” ha vinto come miglior film nel 2020, cocca di casa); o per cui, se Michael B. Jordan (nero) vince come miglior attore, DiCaprio e Chalacoso (bianchi) devono applaudire e congratularsi altrimenti invece che competitivi sembrano razzisti, ma quando vince Sean Penn (bianco) le inquadrature sugli altri candidati possono mostrare un Delroy Lindo (nero) immobile e incazzoso, perché quella non è mancanza di spirito sportivo, macché, è giusta rivendicazione razziale.
E ci sarebbe come al solito da dire che il mondo di prima è finito, e niente lo certifica come Anna Wintour che sale per la prima volta sul palco degli Oscar e quando le chiedono come mai pigola che c’era la ghiotta occasione di promuovere il seguito del “Diavolo veste Prada”. Chi è abbastanza adulto da esserlo già stato nel 2006 si ricorda di quando il primo “Diavolo veste Prada” era il grande tabù, non si sa se Anna l’abbia visto, non si sa cosa ne pensi, non si sa se porti rancore. Era quando ti servivano le copertine dei giornali per esistere, era quando Vogue era in una posizione di forza, poi è arrivata la telecamera sul telefono.
Ma mi sembra che l’unico problema irrisolvibile del presente questi Oscar l’abbiano svelato impietosamente: il principale problema del presente è che il presente non esiste. C’erano tanti di quei colossi morti quest’anno, da ricordare, che neppure ci è stata Brigitte Bardot. Ma ha avuto il suo tributo Robert Redford e ce l’ha avuto Rob Reiner (a margine, ma sennò mi scappa un’altra volta: sono mesi che non trovo il tempo di parlare della miglior cosa che ci sia sulle piattaforme, “Mel Brooks: The 99 Year Old Man!”, su HboMax; vedendo quest’omino gigantesco che va per i cento, e che è stato compagno di scena e migliore amico di Carl Reiner, e vedendo Rob Reiner tra gli intervistati, è impossibile non pensare a che mondo di merda sia mai quello in cui devi, tra i novantanove e i cent’anni, vedere il figlio del tuo migliore amico morire accoltellato dalla sua stessa prole).
Ha avuto il suo tributo anche Diane Keaton, fatto fare a un’irrilevante attrice della mia generazione perché, di quelli che erano stati importanti nella vita e nella carriera di Diane Keaton, Woody Allen è stato messo al bando dall’incivile società dello spettacolo, e Jack Nicholson e Warren Beatty non si fanno vedere in pubblico. Il presente non esiste perché niente ha sostituito il passato.
Hollywood ha capito che funziona ormai solo la nostalgia, ma non ha capito che l’unico modo per non restare a corto di nostalgia è produrre nuovo immaginario. La tua operazione-nostalgia sul passato recente non può essere il venticinquennale di “Bridesmaids”, perché “Bridesmaids” uscendo dal cinema già non ce lo ricordavamo più: non ne hanno nostalgia neanche quelli che con gli incassi ci si sono comprati la casa al mare, figurarsi il pubblico.
Ecco, semmai potevate far venire Woody Allen a parlare di Diane Keaton, e celebrare così il ventiquattresimo anno da quando gli chiedeste di fare lui il discorso sull’undici settembre. Quando teoricamente era già un maniaco sessuale denunciato dall’ex fidanzata, ma ancora vi sembrava la più impeccabile scelta con cui rappresentare New York a una premiazione californiana. Quando eravate meno scemi.
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